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L'erede di Platini venuto dall'est
Il primo russo a giocare in serie A

di Domenico Giardina
04 giugno 2009 09:23
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Questa è la storia di uno di noi...canterebbe Adriano Celentano. E qualsiasi tifoso juventino continuerebbe: venuto a giocare per caso nella Juve. Perché a tutt’oggi non ci si spiega l’ingaggio di colui che la stampa di allora definì “nuovo Platini”. Stiamo parlando, naturalmente, di Aleksandr Zavarov allora numero dieci della Dinamo Kiev allenata dal colonnello Valery Lobanovsky e astro più luminoso del firmamento calcistico sovietico.

 

Ma partiamo dalla premessa. Nel 1987 Michel Platini decise di appendere le scarpe al fatidico chiodo, gettando nello sconforto milioni di tifosi juventini. La dirigenza, guidata da Giampiero Boniperti, optò per la soluzione autarchica che rispondeva al nome di Marino Magrin, trequartista di belle speranze proveniente dall’Atalanta. Magrin alternò luci e ombre e spinse la dirigenza a guardarsi attorno. E chi meglio di Zavarov, fresco vice-campione d’Europa con l’Urss e dispensatore di tocchi vellutati sul campo di calcio.

 

Nell’estate del 1988 si preannunciava il grande ritorno della Juve: Zavarov, Aleijnikov, e la ciliegina Altobelli strappata agli eterni rivali dell’Inter, quest’ultimo un po’ avanti con l’età ma sempre efficace sotto rete. Ma il campo, come tutti sappiamo, è un giudice a volte impietoso e la mezzapunta venuta dall’est si rivelò un pesce fuor d’acqua, totalmente avulso dal gioco e dalla vita sociale. Il problema fu proprio questo: Zavarov non riuscì mai ad ambientarsi, non imparò mai l’italiano e visse in una sorta di limbo dal quale ogni tanto usciva per dispensare qualche bella giocata. Troppo poco però per una Juventus che aveva ben altri obiettivi rispetto ai due miseri quarti posti raggiunti nelle due stagioni italiane di Zavarov, il cui unico primato fu quello di primo russo a giocare nel campionato italiano.

 

In compenso arrivarono una coppa Italia e una Uefa, ma alla fine del 1990 fu ceduto al Nancy in Francia senza nessun rimpianto. Continuò a giocare altre cinque stagioni con la squadra d’oltralpe senza mai elevarsi sulla media. Di sicuro l’interrogativo rimane: campione senza fortuna o buon giocatore troppo sopravvalutato? Per i tifosi bianconeri l’opzione giusta rimane solo e unicamente la seconda.

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