Succede, ed è bene che succeda, che in questo mondo abbia pure voce qualcuno che pensi in maniera scomoda, cioè che sia un lui con il suo anticonformismo e la sua libera ricerca di verità, specie se lucida ed energica, a riuscire scomodo col suo pensiero.
Ovviamente riuscire scomodi è anche una maniera di stare scomodi nella società che, di solito, conta sulla tranquillità degli affari, sulle riserve di favori e il plauso al senso
Dunque intervenire sulla stampa è un modo per ribadire la presenza di chi nutre un pensiero non contaminato da interessi settoriali a fronte e contro chi questi interessi cura e con essi vuol prevaricare. Ed è questa l’eticità, nemica soprattutto della politica dei nostri giorni. Eppure c’è ancora chi pensa che un poeta o un narratore o un filosofo, si sporchi l’anima se s’immischia, per esempio, a trattare di politica. Ed invece la politica , giacché irrimediabilmente ci coinvolge volenti o nolenti in tutti gli aspetti del nostro vivere, è talmente importante che non può essere lasciata in mano solo agl’incolti faccendieri dei partiti. Si dice che oggi l’intellettuale non è più di moda. La verità è invece che l’intellettuale per i politici è diventato più scomodo di prima, specie se è l’intellettuale vero, cioè un uomo colto e libero capace di farsi coscienza critica nella temporalità. E per politici s’intende la classe dirigente e quanti con essa hanno connubio, scambio di interessi e di poteri. Penso anche alle Gerarchie ecclesiastiche che, indubbiamente interessate alla custodia della pubblica moralità, non sempre rivelano coerenza e, a volte, persino chiudono un occhio se è in forse la tutela di loro interessi di potere.
E penso a quello che dovrebbe essere l’operare nel campo della cultura e della creatività, ove la qualità della vita e la dignità dell’uomo hanno cessato di costituire obiettivo e motivo propulsore, mentre tutto si rimette facilmente al sevizio del virtuale, della idiozia televisiva, della vuota chiacchera. Nell’ormai lontano 1999 pubblicai un pamphlet col titolo Il diritto al disprezzo mentre cultura, società e politica allora non consentivano di risparmiare uomini e cose, rei di acquiescenza alle male consuetudini o vittime dell’impossibilità di ricambi nel nostro paese. Ed in sostanza quello non era che utilizzare le lamentele e l’indignazione circolanti tra la gente, spesso alla buona, dandovi ordine e aggiungendovi un po’ di spessore analitico. Oggi non ce neppure da stupirsi perché le tesi di fondo del detto pamphlet hanno ancora validità e si constata come su alcune questioni là evidenziate non si sia fatto un passo avanti.
Si denunciavano i pericoli del dio mercato, lo strapotere della finanza e si sono viste le conseguenze truffaldine trascinarci in una grave crisi globale, e per di più ora uscire da essa significherebbe ancora ristabilire quello strapotere. Si lamentava l’antistorica e perciò errata maniera di procedere al processo di unificazione europea, ed oggi siamo come al blocco di un colossale edificio che vuol stabilità ma poggia sull’argilla, e quest’argilla sono i dispetti tra stati e la neanche larvata lotta per gl’interessi particolari di essi, i rinvii e le astuzie sulle posizioni importanti da assumere, con la Gran Bretagna che riesce a far la parte del leone senza neppure essere integrata con la moneta unica e sempre pronta a tirarsi fuori; l’assoluta mancanza di un piano di equilibrio tra le diverse economie dei troppi stati aggregatisi in fretta, senza cura della validità o precarietà del potenziale produttivo delle varie aree o regioni –L’Italia con la diatriba tra nord e sud è un bel banco di prova-, e su tutto un prosieguo farisaico di buone intenzioni che sanno più di retorica esortativa che di saggezza costruttiva.
Si era parlato dei problemi dell’immigrazione, ma oggi tra buonismo e razzismo ci accorgiamo che ha vinto il lasciar correre senza organicità legislativa, col fai da te che viene dall’Europa, per cui non possono che esplodere disordini e rivendicazioni in cui tutti hanno ragione e tutti hanno torto a pro delle solite, futili tavole rotonde o delle altrettanto futili recriminazioni. Insomma nel decennio trascorso si è accumulato solo un senso di precarietà irrimediabile insieme alla sfiducia totale nel potere politico, specie quello nostrano. Oggi verso di esso non gioverebbe neppure più gridare il disprezzo, perché non se ne prenderebbe cura, sarebbe come dare uno schiaffo su una guancia paralizzata.
Nell’arrembaggio verso il tornaconto elettorale, in vista di altri consistenti tornaconto, gli uomini soliti del solito potere hanno ingolfato i normali canali di scorrimento, sono come sempre in ansia di affogare e sono costretti a tutto per restare aggrappati alle loro posizioni.
Basti osservare come si affannano, ormai addirittura senza pudore, a predisporre la spartizione del potere di regioni e comuni come se si trattasse di proprietà terriere ereditate. E non si accorgono neppure che intanto tutto è profondamente cambiato, addirittura non c’e più la democrazia. Proprio così. E si deve avere il coraggio di dirlo. Infatti in Italia giacché gli eleggibili sono designati dalla ristretta cerchia dei capi partito, gli eletti al potere non rappresentano che la volontà di questi pochi capi, non certo quella di tutti i cittadini: e questa si chiama oligarchia. C’è ben onde da nutrire un senso di disagio e di amara visione delle cose nella discussione delle tematiche di proporzione storica come di quelle dell’episodico accadere. Ed è questa visione a giustificare l’umore di chi pensa e scrive volendo rimanere a disporre di libertà e razionalità, nonostante tutto: un modo di restare scomodi creando scomodità in ogni caso. Chi sa che un po’ non serva.
Una fonte indispensabile di informazioni statistiche. Consulta l'intero archivio o esegui una ricerca.
Consulta l'intero archivio o esegui una ricerca.