Prima radio
Prima radio

La religiosità dei siciliani. Quando l'esteriorità
prevale sui dettami e le regole della Chiesa

di Antonino Cangemi
17 marzo 2010 10:15
Leggi i commenti 2   Inserisci un tuo commento
Condividi

Si avvicinano le festività pasquali. E in Sicilia si preparano i riti che attirano l’interesse dei turisti e di chi ama le tradizioni. Solo per citarne alcuni, la processione dei Misteri a Trapani, l’Abballu di li diavuli a Prizzi, gli Archi di Pasqua a San Biagio Platani. Manifestazioni che affondano le radici in una cultura popolare che, in qualche modo, ancora resiste a fronte di un processo di omologazione purtroppo dilagante.

 

Il fatto che la Pasqua

sia tanto celebrata nella nostra Isola potrebbe indurre a ritenere che i siciliani siano animati da una fervida religiosità. Ma è proprio così? Diverse considerazioni conducono a conclusioni diverse.

 

Nei siciliani prevale l’esteriorità e il gusto della teatralità che si esprime nel folklore. Così come il conformismo sociale assume un rilievo particolare. Un conformismo che si traduce nell’osservanza formale delle pratiche religiose: il seguire la messa la domenica, il lutto per i morti (seppure non più con lo stesso rigore di un tempo), l’essere ligi a certi precetti di cui sfugge il reale significato.

 

D’altra parte gli stessi mafiosi si mostrano, quasi tutti, assai devoti, come se il comandamento “non uccidere” fosse un monito privo di valore. Sulla religiosità degli uomini d’onore hanno scritto saggi interessantissimi Alessandra Dino (“La mafia devota”) e, di recente, Augusto Cavadi (“Il Dio dei mafiosi”). Qui preme chiamare in causa i mafiosi non tanto perché rispecchiano il modo di essere dei siciliani. Su ciò non vorremmo essere fraintesi. Ma perché nella loro fedeltà ai rituali religiosi si manifesta l’ossequio fine a se stesso alle convenzioni. Un fenomeno non estraneo ai siciliani considerati nella loro generalità.

 

D’altra parte profondi conoscitori dell’anima dei siciliani hanno osservato la scarsa inclinazione religiosa dei siciliani. Sebastiano Aglianò nel suo “Che cos’è questa Sicilia?” nota: “La coreografia del cattolicesimo trova facile appiglio nell’immaginazione degli abitanti, tocca poco l’animo o non lo tocca assolutamente. Il culto dei santi è molto diffuso: segno anche questo di esteriorità. Forme di idolatria si mescolano bizzarramente con i dettami di madre Chiesa”. Lo stesso studioso, d’altro canto, è impressionato dall’alto grado di superstizione presente in Sicilia. La sua considerazione trova riscontro in quanto affermava, nel lontano 1874, Giuseppe Stocchi: “La natura dei siciliani è non religiosa, ma superstiziosa”. Ancora oggi si può affermare che la superstizione è assai viva in molti siciliani e si sovrappone ai culti religiosi, intrecciandosi, talora, con questi.

 

Anche Leonardo Sciascia, che in “Todo modo” ci offre l’esempio di una pratica religiosa (quella degli esercizi spirituali) che si coniuga sinistramente all’esercizio del potere, esprime riserve sul cattolicesimo dei siciliani. E lo fa con rammarico “perché se i popoli religiosi sono capaci di fare rivoluzioni religiose, sanno anche dare il via a rivoluzioni civili”. Non diversamente la pensa Virgilio Titone, per il quale, nei siciliani, “lo stesso cattolicesimo, così fecondo altrove di entusiasmi e di anime ardenti di carità cristiana, vive una vita piatta e uguale, non diversa in fondo dallo spirito della società circostante”.

 

Detto ciò, va però pure sottolineato come a fronte di una chiesa pigra e ancorata ad anacronistiche regole, osservate dai fedeli senza entusiasmo, si vanno sempre più affermando esperienze pastorali che tentano di tradurre, nelle pratiche quotidiane, i precetti evangelici. Risvegliando, in una terra martoriata da mali atavici (la mafia, innanzitutto), coscienze da troppo tempo intorpidite. Nel nome e nel ricordo, in primo luogo, del sacrificio di Padre Puglisi.

© Riproduzione riservata
Segnala ad un amico
Anonimo 17 marzo 2010   21:37
L'utente ha risposto al commento anonimo del 17 marzo 2010. Visualizza »

La Chiesa – da sempre attenta fino all’ossessione alla morale sessuale – pratica un politeismo occulto che lascia ad ogni fedele la libertà di costruirsi un “ Dio”su misura. Ciò che importa alle gerarchie è la presenza mediatica che favorisce la restaurazione postconciliare ed annulla i dubbi dei fedeli, in un mondo che di dubbi è ancora pieno.

 Questo miracolo della moltiplicazione di” Dio”, della coesistenza di più “Dio” nella stessa Chiesa, avviene grazie al fatto che nella Chiesa Cattolica il rapporto tra Dio e il fedele è gestito  costantemente da un mediatore culturale: un sacerdote, un prelato, un vescovo.

Ogni strato sociale, ogni segmento della società, ogni tribù sociale, quindi,  esprimono dal proprio interno   il proprio mediatore culturale con Dio, che dunque è portatore della stessa cultura o  della stessa visione della vita o dell’ambiente che lo ha espresso.

  un Dio degli oppressi,un Dio dei mafiosi, e un Dio degli antimafiosi, un Dio dei vessati e  un Dio dei vessatori.

In Sicilia, poi , se c’è  stato un padre Puglisi, ci sono sacerdoti che, invece, condividono la cultura mafiosa, celebrano messa in chiese affollate dal popolo di mafia e dalla borghesia mafiosa.
       La maggior parte del clero si muove cioè nello scenario della realtà siciliana con passi vellutati,  con cautela e misura, con la sapiente   dissimulazione dei propri sentimenti; se ne deduce che la vera divinità cui essa si inchina  è il potere.

 

 

I frati di Mazzarino ve li siete scordati? Perchè il clero dovrebbe essere diverso dalla grande massa dei fedeli? I cardinali di Palermo che ancora alla fine degli anni sessanta affermavano che la mafia non esisteva, chi erano? La religione esprime in tutto e per tutto la mentalità del popolo in mezzo al quale vive e prospera. Le prediche degli onesti, che pure ci sono, sono solo parole al vento.

Anonimo 17 marzo 2010   16:05

La Chiesa – da sempre attenta fino all’ossessione alla morale sessuale – pratica un politeismo occulto che lascia ad ogni fedele la libertà di costruirsi un “ Dio”su misura. Ciò che importa alle gerarchie è la presenza mediatica che favorisce la restaurazione postconciliare ed annulla i dubbi dei fedeli, in un mondo che di dubbi è ancora pieno.

 Questo miracolo della moltiplicazione di” Dio”, della coesistenza di più “Dio” nella stessa Chiesa, avviene grazie al fatto che nella Chiesa Cattolica il rapporto tra Dio e il fedele è gestito  costantemente da un mediatore culturale: un sacerdote, un prelato, un vescovo.

Ogni strato sociale, ogni segmento della società, ogni tribù sociale, quindi,  esprimono dal proprio interno   il proprio mediatore culturale con Dio, che dunque è portatore della stessa cultura o  della stessa visione della vita o dell’ambiente che lo ha espresso.

  un Dio degli oppressi,un Dio dei mafiosi, e un Dio degli antimafiosi, un Dio dei vessati e  un Dio dei vessatori.

In Sicilia, poi , se c’è  stato un padre Puglisi, ci sono sacerdoti che, invece, condividono la cultura mafiosa, celebrano messa in chiese affollate dal popolo di mafia e dalla borghesia mafiosa.
       La maggior parte del clero si muove cioè nello scenario della realtà siciliana con passi vellutati,  con cautela e misura, con la sapiente   dissimulazione dei propri sentimenti; se ne deduce che la vera divinità cui essa si inchina  è il potere.

 

 

Ricerca Articoli

Ricerca AvanzataI più letti

Le Notizie di SiciliaInformazioni sul tuo sito
Altre notizie