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I siciliani e il pensiero della morte. «Credo di essermi ucciso», esclamò Vannantò, con il consueto tono di noia

di Salvatore Parlagreco
11 marzo 2010 20:40
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Nel 1937, racconta Vitaliano Brancati, Domenico Vannantò tornando da Roma, dove aveva fallito la prova di un concorso, si fermò a Caltanissetta, all'albergo Mazzoni. Vi avrebbe dovuto trascorrere solo un giorno; invece ci rimase per il resto della breve vita, che gli restava da vivere. A causa di un telegramma, spedito a Roma, con il quale — tra l'altro — giudicava noiosi i tempi in cui gli era toccato di vivere, ricevette la visita di un questurino, inca­ricato di chiedere conto e ragione del giudizio sovversivo espresso. Piuttosto che dargli spiega­zioni, Vannantò infilò le mani in tasca, tirò fuori indolentemente una pistola, l'appoggiò fra il collo e il mento e si sparò un colpo.

 

«Perché l'avete fatto?» gridò il poliziotto.

 

«Credo di essermi ucciso», rispose Domenico Vannantò, con il consueto tono di noia. E declinò il capo, avendo deciso di morire a quella vita.

 

Scelse la morte giusta per rappresentare in modo esemplare il suo giudizio sulla vita ed estorcere ad essa l'unico — seppure l'ultimo — piacere, di prendersi beffa di essa.

 

Il pensiero della morte, osserva Brancati, aveva estasiato Vannantò fino a togliergli il respiro già nell'adolescenza, come un vento piacevole che cresce troppo di rapidità e vio­lenza.  In un tramonto Vannantò vedeva una realtà vertiginosa, l'avventarsi o il precipitare del sole verso oriente ed occidente.

 

Il vangelo siciliano secondo Tornasi di Lam­pedusa, osserva che «tutte le manifestazioni siciliane sono manifestazioni oniriche, anche le più violente; la sensualità è desiderio d'oblìo, le schioppettate e le coltellate, desiderio di morte; desiderio di immobilità voluttuosa, cioè ancora di morte...». La Sicilia del Principe è un ornatissimo catafalco, attorno al quale le giovani gene­razioni si esibiscono in spericolati capitomboli e capriole.

 

Gli zolfatai di Alessio Di Giovanni, poeta e scultore siciliano, «sembrano accompagnati dal­la morte, e sono vestiti di scuro, tanto da con­fondersi nell'oscurità delle vallate». I gabbiani e gli albatri di Elio Vittorini palpitano come scossi dalla morte. Il podestà di Leonardo Scia­scia si veste di nero, quando entra nelle povere case oscure, per portare con romana fierezza la triste notizia del congiunto morto «volontario» in Spagna.

 

Gregorio Magno ed altri padri della Chiesa hanno affidato alla Sicilia il compito di ospitare i luoghi dell'aldilà cristiano. Nei dialo­ghi di Gregorio Magno, il giovane Eumorfo manda a dire al suo amico Stefano: «Vieni presto, perché è pronta la nave che deve con­durci in Sicilia», l'isola dove si sono aperte le marmitte dei tormenti che sputano fuoco.

 

 

 

 

Il 5 luglio 1337 il nobile siciliano Giovanni De Calvellis, prima di passare a miglior vita, fa al notaio una minuziosa descrizione del suo funerale: candele di cera, chierici salmodianti, bambini e poveri al seguito del feretro, regalie e piccole benefìcienze legate alla gloria terrena del defunto ed alla partecipazione corale al servizio funebre. Il Principe di Villafranca, Domenico Alliata, cavaliere di S. Gennaro e governatore della città di Messina, stabilisce che alla morte il suo corpo sia imbalsamato e portato in sepoltura con magnifiche esequie ai Cappuccini di Palermo, le viscere, riposte in vasi di bronzo, siano sepolte nella cappella baronale, e il cuore nella Cappella di S. Maria della Grazia, presso Messina, in modo da essere sotterrato in tre luoghi.

 

Gli scheletri e i corpi mummificati della cripta dei Cappuccini a Palermo, costituiscono una vitalissima galleria della morte, con i visi di bimbi declinati dolcemente sui guanciali e fìssati nel tempo come bambole di cera.

 

La vita siciliana è stata scandita dal ritmo della morte, «in agguato all'angolo delle strade e dietro le siepi di ogni trazzera; i riti ripetono i tempi della tragedia greca nelle lamentazioni pubbliche, nei gesti dell'inestinguibile dolore, nel piacere della ostentazione».

  

Il giorno dei morti in Sicilia i bambini rice­vono in dono dai defunti, bambole di zucchero e nei funerali cristiani, sino a qualche anno fa, i meno fortunati tra loro, ospitati dagli orfano­trofi, erano obbligati a seguire la salma dei benestanti all'ultima dimora.

 

Lo scialle nero delle popolane, gli annunci sui muri, i paramenti e l'esteriorità del lutto, le visite di etichetta, sono ancora oggi la simbolo­gia della morte siciliana, curata minuziosa­mente nei particolari. Nel codice del funerale, la mestizia dei congiunti richiesta dall'evento si stempera mano a mano che ci si allontana dal catafalco, vive di una esteriorità compiaciuta: la teatralità del rito e della liturgia prevalgono sul doloroso commiato.

 

Una sapiente regia è allestita dal rais per assicurare successo e grandiosità alla mattanza: la camera della morte ribolle ogni volta di spuma rossastra e le urla, le grida, le impreca­zioni segnano i rintocchi del destino inelutta­bile. Lo spettacolo della morte avvicina l'uomo alla realtà del suo mistero; mentre lo induce a sentirsi vivo ed esaltarsi per tale condizione, gli fa «recitare questa parte, combattendo di volta in volta, fin quando può, la sua battaglia contro le diverse tentazioni di un finire che non rico­mincia più e di un cominciare che non includa la libera assunzione del finire» .

 

L'illusione di potere fermare la morte igno­randola o guardandola nel volto di un altro uomo, suggerisce la solennità dell'evento defi­nitivo, rispettato e insieme avversato, un sottile gioco con la realtà del nulla.

 

Mentre si concedono alla morte onori ed attenzioni, la si blandisce per paura del nulla che essa contiene. Così si vive come una penitenza da scon­tare. Oppure si sceglie di sfidare la morte, guardandola più da presso, nel desiderio di liberarsi del più pesante condizio­namento della libertà umana. In definitiva, i sentimenti di rispetto espressi con simboli e liturgie inalterabili rappresentano il solo modo per ricacciare indietro gli incubi che la morte invia e trarre il massimo beneficio dal godere lo spettacolo della sua rappresenta­zione.

 

Il piacere di dare la morte o osservarla, pur dissimulato, non ha confini né di spazio né di tempo: la morte seduce ed atterrisce da sempre ovunque. La Sicilia affida alla seduzione “finale” il carattere di sfida fra l'uomo e la sua sorte ineluttabile nell’intento di sospingere indietro di qualche passo la crudeltà del nulla che la morte pro­pone.

 

La liturgia reinventa la vita ormai perduta, sospendendola in un limbo di sensazioni che lasciano ai margini la ragione. La terribilità della morte che si compie affluisce in un grande spettacolo che ha il merito di rendere manifesto e cosciente il privilegio di potervi assistere. I singhiozzi e le lacrime, che incupi­scono lo scenario e i sorrisi, l'indifferenza, la ritualità dei gesti di chi partecipa alla rappre­sentazione senza esserne coinvolto, adagiano il privilegio sulla cresta di sensazioni mutevoli: le pene hanno il compito di nutrire il momento liberatorio e la contentezza del distacco dal defunto, ormai tumulato; i riti, di alimentare il mistero e l'ambiguo della rappresentazione.

 

Le marmitte dei tormenti delle anime purganti sono ubicate nei vul­cani di Sicilia,  secondo Papa Gregorio Magno, i roghi degli spettacoli dell'Inquisizione bruciano le vittime sacrificali per convincere le potenze infernali a ritirarsi nel­l'Ade.

 

 

Le processioni del Sant'Uffizio hanno lasciato il passo ad altri atti di fede: i corpi bruciano negli incubi delle cattive coscienze, mentre banditori, luminarie e mortaretti in­neggiano ai santi i fedeli anelano alla purifica­zione e alla vita eterna che la morte in grazia di Dio concede attraverso la intercessione dei beati.

 

Gli umili e gli arroganti si contendono il piacere di abbracciare la statua del santo con­dotto in processione, invocato e blandito con ogni promessa e dono, perché guarisca, arric­chisca, lasci in buona salute o semplicemente tenga lontana la morte terrena.

 

La statua del santo è senza vita, quindi senza morte, ed attinge da coloro che la supplicano, vita e morte.

 

La religiosità che si ammanta di orpelli per ingraziarsi i fedeli impoverisce il messaggio morale della fede e del culto, ma merita indul­genza: le educande del Monastero di Santa Chiara a Palermo commemoravano Santa Restituita storcendo i piedi lungo il tra­gitto della processione. I santi e le madonne sanguinavano agli occhi delle anime pie e San Calogero sudava quando veniva trascinato tra la folla.

 

Le parrocchie, i sacerdoti ed i fedeli si contendono la «paternità» del santo con il fasto. E quando le barche rientrano in porto scampando ad una burrasca, i santi escono in processione e ricevono il dono dell’ex voto.

 

Ai santi che pretendono riti propiziatori e purezza di spirito per concedere il miracolo, i siciliani preferiscono i contributi pubblici quando la pioggia giunge violenta sui campi ed abbatte qualche arbusto o, vanamente attesa, rinsecchisce le zolle: le calamità si trasformano così in benedizioni e doni, permettendo una riparazione dei modesti svantaggi subiti.

 

Per molti giustificati motivi i siciliani sono giudicati religiosi dal Clero e irreligiosi dai laici. La chiesa guarda alle manifestazioni di popolo che in ogni tempo accompagnano le feste dei santi ai pellegrinaggi e alle proces­sioni, al sacro culto della morte; il mondo laico si sofferma sui codici, le norme, i comanda­menti e i precetti frequentemente violati, il pragmatismo delle scelte e il paganesimo della religiosità. Sicché il Cardinale Arcivescovo di Palermo elogia i grandi pregi che rendono esimia la Sicilia nelle migliori manifestazioni dello spirito umano e nella cristianità e il barone Serafino Mirabile Guastella racconta con rigore intellettuale e pignoleria contadina le parabole popolari antievangeliche e anticri­stiane, che sono la bibbia della gente dei campi.

 

Il culto della morte esprime la religione della vita. E questa induce al rispetto per la roba, alla saggezza e all'audacia, qualità che concedono a molti il diritto di vivere e ad alcuni il diritto di vivere meglio degli altri.

 

La celebrazione siciliana della Settimana Santa offre la grandiosità di uno spettacolo eterno ed inimitabile: ogni sequenza della pas­sione di Cristo, mentre alimenta forti emozioni, suscita pensieri della resurrezione ed ogni pena recitata rimanda alle gioie della vita.

 

I siciliani sono sacerdoti fantasiosi ad esperti della religione della vita ed insieme affidabili interpreti dei bisogni della morte: la vita non vuol saperne di morire e, quando se ne va in un uomo, provoca mestizia e si frantuma in grida, che somigliano alla risata di un bambino, quasi che i due moti dell'animo — la gioia e il dolore — abbiano trovato a loro modo un luogo dove incontrarsi e parlarsi. Non c'è l'attesa della morte se si vive della successione dei presenti e della decisa accetta­zione di essi: si può abbandonare la scena quando si vuole, ma sapendo che nel giorno in cui ciò sarà richiesto, angoscia e disperazione potrebbero farci compagnia per alcuni interminabili istanti.

 

«La vita — afferma il poeta siciliano Salvatore Quasi­modo — non è in questo tremendo cupo battere del cuore, non è pietà, non è più che un gioco, dove la morte è un fiore».

 

Se gettate in aria una monetina pretendendo di rispondere ad un quesito sulla sicilianità, essa come per miracolo si conficcherà col bordo, salda, sul terreno.

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Anonimo 02 aprile 2010   12:59
L'utente ha risposto al commento anonimo del 02 aprile 2010. Visualizza »

Ottimo articolo che evidenzia il rapporto tra la vita e la morte di una sicilia decadentista ed annoiata dall'ineluttabilità degli eventi.

Peccato che i giovani d'oggi pensino solo ad allowin.

Gufo grigio

Peccato che si scriva HALLOWEN,se si deve combattere il nemico bisogna conoscerlo! 

Un abbraccio.

 

Alessandro Ferrara   al.ferrara@archiworld.it 

Anonimo 12 marzo 2010   11:56

Ottimo articolo che evidenzia il rapporto tra la vita e la morte di una sicilia decadentista ed annoiata dall'ineluttabilità degli eventi.

Peccato che i giovani d'oggi pensino solo ad allowin.

Gufo grigio

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