Cosa hanno in comune un killer minorenne di Napoli, uno stupratore milanese e quattro simpatizzanti leghisti bergamaschi accusati di aggressione? Apparentemente nulla, eppure c’è un unico ma essenziale dettaglio che lega i loro destini. Tutti, infatti, sono stati smascherati e consegnati alla giustizia grazie a Facebook, il più popolare social network di Internet, che, oltre a rappresentare uno strumento di svago, è sempre più utilizzato dalle forze di polizia di tutto il mondo per dare un volto ai responsabili di crimini irrisolti.
Come nel caso dell’omicidio di Gaetano Montanino, 45enne vigilante di Napoli, ucciso il 4 agosto scorso in piazza Mercato da una gang che voleva rubargli la pistola. Il commando era costituito da quattro giovani, tre dei quali subito identificati grazie al contributo di un pentito. Sul quarto, incensurato e minorenne, gli investigatori brancolavano nel buio, fino a quando sulle pagine di Facebook, si sono imbattuti nel volto “sorridente e spensierato” di un ragazzo qualunque. E due settimane dopo l’agguato, anche lui è finito in manette. O come nel caso di una donna, una 40enne russa, che il 14 novembre scorso, tornando a casa da una festa nel Milanese, è stata violentata da uno sconosciuto che si era offerto di accompagnarla a casa. Anche in quella circostanza, la passione per Facebook, era stata fatale allo stupratore, individuato nelle liste del più grande album fotografico del mondo. Il social network ha inoltre permesso di fare luce su una violenta aggressione subita da un cameriere albanese, aggredito a Venezia da quattro simpatizzanti leghisti, bergamaschi, che prima di spaccare il naso al malcapitato, gli avevano chiesto di mostrare il permesso di soggiorno.
Tre storie di ordinaria criminalità legate da un filo sottilissimo. Ma cosa c'è alla base di questo “bisogno di protagonismo”, che spinge i responsabili di reati così gravi a non rinunciare alla loro presenza su Facebook, malgrado questa possa mettere a repentaglio la loro libertà? Si tratta soltanto di criminali sprovveduti o c'è dell'altro? Lo abbiamo chiesto al professor Giuseppe Craparo, psicologo e docente presso la facoltà di Psicologia dell'Università Kore di Enna.
“La soddisfazione di un bisogno di protagonismo – spiega – rappresenta in verità solo una parte del problema. Per comprendere questo comportamento, che ci appare per certi versi ingenuo, bisogna invece focalizzare i meccanismi psichici correlati, in associazione alle precipue potenzialità di Internet, e dei social network in particolare”. Per Craparo, “l’osservazione clinica di questi soggetti evidenzia un particolare funzionamento mentale, definito trance dissociativa da videoterminale, che si attiva nel momento stesso in cui, attraverso Internet, si entra nel campo della realtà virtuale. In questi casi, diversamente da quanto possiamo pensare, la realtà virtuale permette al soggetto di poter recuperare un senso di libertà assoluta non condizionata dalle privazioni imposte dalla realtà esterna. Si tratta quindi di un vero e proprio rifugio mentale, il cui ricorso indiscriminato e rigido, seppur si accompagni ad uno stato di temporaneo sollievo, in realtà è ottenuto al prezzo dell’isolamento, della compromissione della relazione con gli altri e della perdita di contatto con i propri vissuti emotivi e con la realtà. L’uso dei social network rappresenta quindi un luogo immaginario, in cui potersi rifugiare e proporre un’immagine positiva di sé in profonda contraddizione con i tratti tipici della identità personale”.