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Come fare a pezzi il sistema universitario nazionale in poche semplici mosse

28 luglio 2010 09:49
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www.siciliainformazioni.com

(Silvia Andretti) Il ragionamento alla base della riforma universitaria del 1999, che con il DM 509 ha introdotto il famigerato sistema 3+2, non faceva una piega. Le famiglie dei giovani disoccupati italiani, alla ricerca di un sempre più improbabile posto di lavoro, si sono sempre contentate di assicurare ai figli almeno un dignitoso ‘pezzo di carta’. Invece di attendere 5 lunghi anni per potere esporre in salotto la pergamena che conferisce il titolo di dottore al proprio rampollo, sembrava in effetti ragionevole - e molto più economico - poter raggiungere l’ambìto risultato in 3 anni soltanto.

 

Il ddl Gelmini, difeso dal ministro dell’Università che parla di meritocrazia, ridimensionamento degli sprechi e lotta ai baronati, in sostanza scardina ora il modello che ha sempre garantito ‘il diritto allo studio’, cioè il diritto assicurato a chiunque di potere ottenere il proprio pezzo di carta frequentando gli atenei pubblici.

Dopo un rapido bilancio degli ultimi 10 anni di disastroso rimaneggiamento del sistema universitario, docenti, ricercatori e studenti mobilitati da Milano a Palermo, mettono in atto bellicose e creative forme di protesta promettendo un incandescente inizio d’autunno.

 

Facciamo un passo indietro. Corre l’anno 1999 quando entra in vigore la riforma passata alla storia con la denominazione ‘3+2’.

L’intento dichiarato è quello di adeguare i nostri monolitici corsi di laurea a quelli, più flessibili, della maggior parte dei paesi europei e allo stesso tempo contenere il diffuso fenomeno dell’abbandono degli studi. Si introducono così diversi livelli di formazione universitaria: oltre alla laurea a ciclo unico (quadriennale o quinquennale) viene istituita la laurea triennale e la successiva laurea specialistica o magistrale, che prevede appunto due anni di specializzazione supplementare.

 

Si assiste anche ad un aumento esponenziale di corsi di studio dislocati sul territorio attraverso la creazione di poli didattici decentrati. Idea che, sempre secondo le intenzioni, avrebbe dovuto evitare concentrazioni di studenti ‘fuorisede’ nelle aree metropolitane e allo stesso tempo avrebbe potuto riqualificare, attraverso la presenza dei giovani e della ‘azienda’ universitaria, le zone economicamente depresse.

 

Sfortunatamente, il fallimento della riforma 3+2 è oggi sotto gli occhi di tutti: il doppio ciclo triennale-specialistica non ha prodotto alcun aumento di laureati e, in alcuni casi, ne ha addirittura allungato a dismisura l’iter formativo.

 

La riforma si basava sul presupposto che il mondo del lavoro potesse assorbire il gran numero di titolari delle nuove lauree brevi. Da un lato però, non sono stati considerati i vincoli imposti dagli ordini professionali, che continuano a vedere la preparazione fornita dalle lauree triennali semplicemente insufficiente; dall’altro, non si è tenuto conto, nel seguire un modello d’istruzione secondaria d’ispirazione nord-europeo, di un tessuto sociale e lavorativo assolutamente anomalo e difforme rispetto ad altri paesi dell’Unione. Per quel che concerne la moltiplicazione dei corsi di studio (alcuni dei quali seguiti da non più di dieci studenti l’anno o addirittura mai avviati per mancanza di richieste), nei corridoi degli atenei s’insinua che qualcuna delle sedi decentrate sia stata creata ad hoc in risposta all’esubero di personale docente e non certo nell’interesse degli studenti che frequentano i poli, che lamentano spesso l’assenza dei servizi assicurati invece ai colleghi iscritti nelle grandi città.

 

Torniamo al presente. Nelle intenzioni del ministro Gelmini, si vuole porre rimedio a tale disastrosa situazione con una cura che potrebbe rivelarsi più pericolosa della malattia stessa.

 

La nuova riforma lascia sostanzialmente invariati i due cicli formativi: laurea di primo livello più laurea magistrale (ovvero 3+2), oltre al rilancio dei master di primo e secondo livello già ampiamente sperimentati nel corso degli ultimi anni.

I punti più discussi del ddl riguardano non tanto l’assetto dei corsi quanto il riordino del sistema di accesso ai concorsi nazionali abilitanti, la possibilità di fondere gli atenei minori e meno competitivi o addirittura di cancellarli, la possibilità di erogare maggiori finanziamenti a quelle università che saranno definite ‘virtuose’.

 

Quest’ultimo provvedimento in particolare renderà la vita di molte università parecchio difficile. Gli atenei che continueranno a far confluire oltre il 90% dei finanziamenti statali (fondo di finanziamento ordinario) negli stipendi del personale non potranno più bandire concorsi. Inoltre, parte dei fondi che annualmente lo stato trasferisce alle università sarà stanziato solo se darà l'assenso l'Anvur, la nuova Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca, istituita dal governo proprio allo scopo di classificare le università in base al merito.

 

A questo proposito va ricordato che gli atenei siciliani non si sono mai trovati in cima a quelle classifiche di virtuosità calcolate in passato dal Censis in base a indicatori come i servizi, le strutture, la capacità di internazionalizzazione. Secondo i dati Censis, nell’anno accademico 2009/2010, fra le ‘mega università’ (quelle cioè con un numero superiore ai 40 mila iscritti), Catania e Palermo si attestano, rispettivamente, al settimo e ottavo posto della classifica nazionale, seguite solo da Bari, La Sapienza di Roma e Napoli. L’università di Messina rappresenta invece il fanalino di coda nella categoria relativa ai ‘grandi atenei’ (più di 20 mila iscritti).

 

Le proiezioni dell’Anvur sono anche peggiori: nessuno fra gli atenei siciliani raggiungerebbe il criterio qualitativo minimo per accedere alla distribuzione dei finanziamenti.

L’effetto immediato dei drastici tagli al budget è l’innalzamento delle tasse universitarie che gli studenti definiscono ‘fuori controllo’. A partire dal prossimo anno accademico infatti, ci saranno aumenti sostanziali, fra il 15 e il 40% in più per tutte le fasce di reddito. Coerentemente con il disperato tentativo di dimostrare che questo governo non vuole mettere le mani nelle tasche dei cittadini, interviene il ministero dell’Economia con la proposta di un fondo per il merito degli universitari che eroghi borse di studio, buoni e prestiti d’onore per gli studenti più capaci.

 

Probabilmente non serviranno altri 10 anni per fare un bilancio della nuova riforma universitaria. Abbandonata la disastrosa applicazione tutta italiana del modello accademico europeo, nelle migliori intenzioni del ministro Gelmini ci si avvia verso un sistema di stampo statunitense, in cui a sopravvivere saranno solo le migliori università e i migliori studenti (oppure quelli più ricchi).

Ma di buone intenzioni, com’è noto, è lastricata la strada per l’inferno.


 

© Riproduzione riservata
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Anonimo 29 luglio 2010   10:46
L'utente ha risposto al commento anonimo del 29 luglio 2010. Visualizza »

Non vedo argomentazioni in questo articolo. Piuttosto mi ricorda il sistema “chiagne e fotte” a cui siamo avvezzi nella nostra come nelle altre regioni del sud.

Perché questa riforma dovrebbe peggiorare le cose? L’articolo non lo spiega, ma si incentra sul fatto che arriveranno meno soldi alle università siciliane.

 

Volete sapere cosa succederà? Se gli atenei più disastrati aumenteranno le tasse, i ragazzi si faranno i conti ed andranno fuori. L’emorragia di iscrizioni costringerà i baroni a darsi una regolata. Cosi dovranno smettere di assumere tutto il parentato fino alla settima generazione, i figli degli amici, degli amici degli amici, dei compagni di partito o di loggia o di cosca. Se vorranno salire nelle classifiche dovranno prendere i ricercatori più bravi, e garantire loro una carriera altrimenti li perderanno. Il nepotismo non potrà più essere lampante come ora.

 

Francamente, se questa gente avrà meno soldi da gestire non piangerò!

 

P3N6O

P3N6O ha proprio ragione.

In fondo il vero problema dell'Italia non è che "qualcuno ci marcia", questo succede anche nel resto del mondo, bensì quanto spudoratamente lo lasciamo fare qui in Italia, al 99% delle persone nel 99% dei casi. Per questo ben vengano i meccanismi di contrapposizione degli interessi, che già da soli sono in grado di ridurre drasticamente i casi più lampanti di malaffare, senza costare un centesimo alla comunità e senza bisogno di tante intercettazioni o irruzioni della GDF.

 

Anonimo 29 luglio 2010   10:04
L'utente ha risposto al commento anonimo del 29 luglio 2010. Visualizza »

http://castelvetranoselinunte.it/il-rettore-di-palermo-e-la-legge-ad-personam-per-prolungare-il-mandato/6087/#testo

ho letto l'articolo segnalato dall'Anonimo lettore.

Chissà perché tutto questo schifo non è oggetto di intervento da parte della Magistratura...

Mi sembra che il Magnifico Rettore sia anche quello che girava per Palermo in "autobbblù" dotata di dispositivo lampeggiante.

Fa molto figo, in effetti.

Oggi, il nostro Ateneo, è simile ad una scacchiera, dove un unico manovratore muove sia i pezzi bianchi (docenti) che i pezzi neri (personale amministrativo).

Con quali competenze, non è dato saperlo.

N.M.

Anonimo 28 luglio 2010   22:58

http://castelvetranoselinunte.it/il-rettore-di-palermo-e-la-legge-ad-personam-per-prolungare-il-mandato/6087/#testo

Anonimo 28 luglio 2010   20:19

Non vedo argomentazioni in questo articolo. Piuttosto mi ricorda il sistema “chiagne e fotte” a cui siamo avvezzi nella nostra come nelle altre regioni del sud.

Perché questa riforma dovrebbe peggiorare le cose? L’articolo non lo spiega, ma si incentra sul fatto che arriveranno meno soldi alle università siciliane.

 

Volete sapere cosa succederà? Se gli atenei più disastrati aumenteranno le tasse, i ragazzi si faranno i conti ed andranno fuori. L’emorragia di iscrizioni costringerà i baroni a darsi una regolata. Cosi dovranno smettere di assumere tutto il parentato fino alla settima generazione, i figli degli amici, degli amici degli amici, dei compagni di partito o di loggia o di cosca. Se vorranno salire nelle classifiche dovranno prendere i ricercatori più bravi, e garantire loro una carriera altrimenti li perderanno. Il nepotismo non potrà più essere lampante come ora.

 

Francamente, se questa gente avrà meno soldi da gestire non piangerò!

 

P3N6O

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