(SALPU) L'Azienda di Viale Mazzini non si è fatta cogliere impreparata e si avvia a recitare un ruolo primario anche nel nuovo sistema digitale, ciò nonostante continua a ricevere pesanti accuse: E' troppo politicizzata, è espressione dell'esecutivo, è lottizzata dai partiti, è occupata, è imbavagliata. Accuse ripetute che alla fine manifestano sempre insoddisfazione circa la composizione del Consiglio di amministrazione.
Per porvi rimedio si è provato più volte a cambiare il sistema di nomina dei consiglieri e così, nel tempo, questa delicata incombenza è passata di mano in mano, dal Presidente del Consiglio ai Presidenti delle Camere, dal Parlamento alla Commissione parlamentare di vigilanza.
Niente da fare! Le polemiche non si spengono mai, la Rai è continuamente accusata di non garantire il pluralismo dell'informazione, di non dare sufficiente spazio a questo o quel partito d'opposizione, di censurare professionisti meritevoli ma scomodi.
Ecco, per esempio, cosa ha detto il noto giornalista Marco Travaglio nel corso di un dibattito su quest’argomento, il filmato è facilmente reperibile su YouTube:
“Penso che il Consiglio d’Amministrazione della Rai potrebbe essere tranquillamente composto da Rizzo Nervo, da Curzi e da Rognoni, purché a metterli lì non fossero i partiti, ma fossero delle persone che li hanno valutati per la loro bravura, penso che abbiano tutti il back-ground per fare i consiglieri d’amministrazione della Rai, ma quello che non va non sono loro, quello che non va sono chi li ha nominati. Penso che abbia ragione Fini quando dice che non basta il Parlamento per racchiudere la società, quindi non ha nessun senso che sia il parlamento a occuparsi della Rai, perché la Rai essendo di tutti è anche di chi non vota per esempio, e sono tanti, sono sempre di più; e quelli non sono rappresentati in Parlamento, mentre devono essere rappresentati dalla televisione pubblica”.
Partendo dal presupposto che anche nel mondo sovraffollato del digitale non sarà possibile rinunciare al servizio pubblico svolto da una concessionaria di Stato e finanziata con risorse pubbliche, rimane il problema della relativa gestione: Quale struttura societaria dovrebbe avere una concessionaria televisiva pubblica? Chi dovrebbe amministrarla? E soprattutto, chi dovrebbe nominarne gli amministratori? E come?
Giuseppe Castiglia, noto intrattenitore televisivo, taglia corto e avanza ironicamente un'ipotesi:
“Io! Lo voglio fare io, il Presidente della Rai; il Presidente ed anche il Direttore Generale.
Si tratta di una semplice battuta, ma ci aiuta a capire quanto sia difficile accontentare tutti quando si deve nominare il Consiglio di amministrazione della Rai, che attualmente è composto da nove membri. Sette consiglieri vengono eletti dalla Commissione parlamentare di vigilanza e due vengono indicati dal Ministero del tesoro che è il maggiore azionista della RAI. I membri del Consiglio di amministrazione hanno un mandato di tre anni e possono essere rinominati. Tra i consiglieri di sua nomina, il Ministero del Tesoro ne indica il Presidente. Per insediarsi il Presidente deve ottenere un voto di gradimento da almeno due terzi dei membri della Commissione parlamentare di vigilanza. Il Consiglio di amministrazione vota il Direttore Generale, che ha sempre un mandato di tre anni rinnovabile.
Tale sistema di nomine è, però, provvisoria. Infatti il Testo Unico della Radiotelevisione, che prende le mosse dalla Legge Gasparri, prevede la graduale privatizzazione della Società per Azioni e la conseguente nomina del Cda da parte dell'assemblea dei soci alla quale il Ministero del Tesoro parteciperebbe solo in ragione della quota societaria detenuta al momento.
La prevista privatizzazione non è, però, mai iniziata; probabilmente non inizierà mai, visto che nel frattempo è stato presentato un Disegno di Legge che prevede la trasformazione della Società in Fondazione con un complicato sistema di nomina degli amministratori.
Secondo tale ddl, il Consiglio della Fondazione verrebbe composto da undici membri, di cui quattro eletti dalla Commissione parlamentare a maggioranza dei due terzi dei suoi componenti; due nominati dalla Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano; uno ciascuno dal Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro (CNEL), dal Consiglio nazionale dei consumatori e degli utenti (CNCU), dall'Accademia nazionale dei Licei e dalla Conferenza dei rettori delle università italiane (CRUI). L'undicesimo consigliere verrebbe eletto dai dipendenti di RAI Spa e delle società da questa controllate.
Come andrà a finire? Comunque vada sarà per la Rai molto difficile svincolarsi dal controllo politico, sia del Parlamento sia del Governo. Ammesso che la politica riesca veramente a partorire un sistema di gestione che liberi la Rai dal controllo della politica stessa, davvero avremo una concessionaria migliore, più pluralista e garantista?
L’opinione di Adiconsum ci viene testimoniata puntigliosamente da Mauro Vergari che ne è il responsabile per il settore dei nuovi media digitali:
“Per quanto riguarda il tipo di gestione più adatto alla concessionaria pubblica, siamo favorevoli a trasformare la società in Fondazione, purché i relativi amministratori non vengano eletti dal Parlamento.”
Molti consumatori si sono dichiarati disorientati dalle polemiche che circondano queste nomine ma si sono detti anche dubbiosi dell'efficacia di questo o quell'altro sistema di gestione:
- “Certi eccessi dipendono proprio dalle persone e non dal sistema.”
- “Così com’e oggi la Rai è troppo politicizzata, ma privatizzandola non è detto che debba andare meglio, forse dovrebbe continuare a governarla un organismo pubblico che sia autonomo dalla politica ed eletto in termini meritocratici.”
- “L’eccessiva politicizzazione della Rai non dipende dai governi, dopotutto la trovo sempre uguale, indipendentemente da chi sta al governo, evidentemente sono altri gli interessi dietro la televisione.”
Diffidente verso i cambiamenti anche il Presidente del Corecom siciliano Lorenzo Alessi, che a proposito delle suddette polemiche, si è così espresso:
“Il sistema non va cambiato, le regole vanno bene così come sono! Sono gli uomini che sono cambiati, il problema sta nell’attuazione delle regole, servono uomini e strutture capaci di applicare nel migliore dei modi le leggi che abbiamo. Bisogna emulare i grandi uomini politici del passato, i padri della Costituzione, per esempio”.