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Destra o sinistra, cosa ci spinge a votare in un senso
o nell’altro? La risposta arriva dalla neuroscienza

di Roberto Rizzuto
12 gennaio 2010 14:51
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L’essere di destra o di sinistra, conservatori o progressisti, è una caratteristica che ci accompagna sin dalla nascita, e che è quindi insita nel nostro patrimonio genetico, o è un qualcosa che acquisiamo col tempo, sulla scorta delle nostre esperienze e del contesto culturale in cui viviamo? La risposta a questa domanda non è univoca, nel senso che, conservatori o progressisti, si nasce e si diventa al tempo stesso. Nulla di nuovo, dunque, apparentemente. Eppure

gli studiosi del comportamento umano non si arrendono e sfornano senza soluzione di continuità dimostrazioni empiriche ora a suffragio di una tesi, ora a suffragio dell’altra. E Non è tutto. Da qualche anno, infatti, tali ricerche vengono prese tremendamente sul serio dagli analisti politici, al fine di comprendere cosa spinga gli elettori a votare per questo o per quel partito.

Pare che David Cameron, comandante in capo dei conservatori britannici e – stando alle previsioni – futuro premier inglese, riponga grande considerazione nella neuroscienza e nell’economia comportamentale, tanto da ingaggiare tra i suoi consiglieri dei veri e propri guru del settore. Così come fecero in passato i laburisti. “Lo facevamo anche noi – rivela Matthew Taylor, ex collaboratore di Tony Blair”. In particolare, spiega Taylor, ai tempi del blairismo, il modello preso in considerazione era quello dell’homo economicus, vale a dire: “Offri alla gente una scelta e la gente agirà nel proprio interesse, e nel fare ciò farà anche funzionare il sistema nel modo migliore per tutti”.

Ma cosa induce un cervello a guardare con maggiore simpatia alla destra, piuttosto che alla sinistra, e viceversa? “Prendiamo in considerazione, ad esempio, il cervello progressista – dice Taylor – L’altruismo ci rende felici. Una comunità solidale crea persone migliori. Ineguaglianza e discriminazione ci privano di questo potenziale. Una buona guida ci aiuta a compiere decisioni sagge per il lungo termine”. Alla luce di ciò, se una persona si sente sicura del proprio destino e assistita da uno Stato e da una comunità solidali ed efficienti, sarà più propensa a optare per una politica coerente con questi valori.

Ci avviamo dunque a vivere una nuova epoca nella quale non sarà più sufficiente assoldare gli esperti di manipolazione mediatica per vincere le elezioni? Per Taylor la risposta è sì. “L’ingresso della neuroscienza in politica – assicura l’ex braccio destro di Blair – rappresenta un ulteriore passo avanti. Per ottenere il successo in una competizione elettorale, infatti, non basteranno più spin master ed esperti di comunicazione: serviranno anche psicologi e studiosi del comportamento umano”. Insomma, benvenuti nella politica del nuovo decennio.

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