Dovrebbero camminare a piedi nudi fino a Santiago di Compostela per sdebitarsi. Non basterebbero certo i quattro ceri alla Madonna. In un panorama politico ed istituzionale così sbrindellato riuscire a portare a casa un provvedimento legislativo complicato e pieno di insidie come quella sulla casa, è un successo strepitoso. La qualcosa non significa che il risultato sia il migliore possibile. Business is business, abbiamo scritto più volte. E così è stato: si è allargata la maglia, si sono chiusi gli occhi, talvolta tutti e due e talvolta un solo, ma poteva andare anche peggio, molto peggio.
La Sicilia è stata sempre all’avanguardia nelle sanatorie, dannosissime furbe e vergognosamente colluse con la speculazione edilizia più becera.
Piangiamo con un occhio?
Sì, forse. Il bicchiere resta mezzo vuoto e mezzo pieno in un limbo di propositi, intenzioni, astuzie, slealtà, che non salva quasi nessuno. Il quasi riguarda chi ha la responsabilità di governare i fatti, gli uomini, le istituzioni e i bisogni della gente. Chi ha questa responsabilità deve fare scelte che non condivide, accettare rinunce, sacrificare amor proprio, orgoglio e perfino il piacere di affrontare a muso duro amici e nemici.
Non si può mettere giù in quattro e quattro otto una gerarchia, seppure approssimativa, di responsabilità. Al momento c’è una legge che potrebbe fare da volano ad un segmento importante dell’economia siciliana. Che ne ha bisogno eccome.
Resta, tuttavia, da guardare con occhio neutrale allo scenario affatto incoraggiante. Raffaele Lombardo ha incassato i prime “tre punti”, ma la partita si è protratta per oltre un mese ed ha avuto risvolti drammatici, che hanno offerto una visione chiara del quadro politico, appeso ad eventi che nulla hanno a che fare con il governo della Regione.
La situazione è la seguente: nel Pd bisogna far credere che si è fuori dalla maggioranza e che c’è un patto, da onorare, sulle riforme da fare, e subito. Il piano casa è una riforma? No, non lo è. E allora perché il patto riformista è stato inaugurato con questo provvedimento? Questione di merito? Bene, governo e Pd si sono trovati d’accordo sul piano casa, allora? Nemmeno per idea, hanno raggiunto un compromesso, sul quale si è ritrovato anche il Pdl Sicilia.
Dopo il voto sul piano casa continuare a sostenere che il Pd è fuori dalla maggioranza è impossibile. Siccome è impossibile, non conviene ad alcuno continuare a sostenere questa tesi. Ma l’area interna del dissenso non permette di fare alcun passo avanti, così ci sono due assessori “vicini” al centrosinistra che non rispondono alla loro area di riferimento di ciò che fanno, almeno formalmente.
Speculare la condizione del Pdl Sicilia, dove il ritorno del figliol prodigo, Gianfranco Miccichè, capo della fronda, è una delle ipotesi più probabili. Miccichè ha detto e ripetuto che non vuole il Pd nel governo, ma lo vuole nella maggioranza. Gli serve, insomma, e non ne fa mistero, ma farlo entrare nel governo gli farebbe perdere le buone ragioni della fronda, spiegata con gli organigramma di partito in Sicilia, e le sensibilità leghiste prevalenti nel governo.
Mettendo dentro il Pd, Miccichè passerebbe armi e bagagli al nemico. O meglio, permetterebbe ai suoi “nemici” – siciliani e non – che sono tanti, di utilizzare buoni argomenti per lasciarlo fuori. Nemmeno Silvio Berlusconi lo potrebbe salvare, insomma.
Raffaele Lombardo, invece, ha bisogni opposti. Deve consolidare l’alleanza con il centrosinistra sia per rafforzare il governo oggi sia per disegnare un futuro possibile. Allo stato è escluso che possa ritrovarsi nella coalizione di centrodestra, semmai può pretendere di navigare in una sorta di limbo.
Le amministrative offrono in miniatura e con un certo anticipo il quadro politico futuro. Le trattative per le alleanze locali lasciano intendere che al MPA di Lombardo sia molto più facile trovare accordi con il PD che con il Pdl o l’Udc, pur non mancando le eccezioni.
L’opposizione odierna – Pdl e Udc – è combattuta fra la necessità di far fuori Lombardo prima possibile e quella di impedirgli di scardinare definitivamente il sistema costruito da Totò Cuffaro. Questo spiega lo stop and go, le tattiche cangianti, le proposte su singoli problemi e i furiosi assalti all’arma bianca. L’opposizione del Pdl e dell’Udc, nonostante l’altalena, è apparsa molto più dura e rigorosa di quella del PD prima del patto riformista.
Non è solo opposizione politica, ma il revanscismo di chi ha subito una sconfitta o, in questo caso, di chi ha ricevuto uno sfratto.
Stando così le cose il tasso di governabilità in Sicilia è destinato a rimanere basso, a meno che con realismo non si abbandonino posizioni di convenienza: il PD entri formalmente nella maggioranza e si assuma responsabilità di governo insieme agli altri partner della coalizione, uscendo dal bagnomaria utile a mantenere a galla le opposizioni interne; il Pdl-Sicilia faccia qualcosa che non sia l’attesa di tornare a casa Berlusconi; il MPA di Raffaele Lombardo decida che cosa fare della sua vocazione meridionalista e con chi condividerla e come darle una prospettiva politica di qualche interesse.
Lo psicodramma che si è consumato sul piano casa porta solo a Santiago di Compostela. Piedi nudi sanguinanti con modeste probabilità che dal “voto” scaturisca un altro miracolo.