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OPINIONI. I fondi Fas sulla strada dello sviluppo siciliano
Tanto attesi ma così male utilizzati

12 febbraio 2010 19:47
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(di Massimo Costa) Le notizie incalzano, e anche una notizia importantissima come questa non fa in tempo a stare in prima pagina che presto sparisce.

Peccato.

Li avevamo aspettati per mesi, forse per anni a far bene i conti, questi Fas. E ora che arrivano ci giriamo dall'altro lato.

 

Vorrei dire che sono profondamente, ma profondamente, deluso dell'uso che se ne sta facendo. La mia la si consideri una critica costruttiva, dall'interno del blocco sociale che

saluta positivamente l'esperienza autonomista. D'altronde i partiti italiani non sono mai riusciti in 150 anni (200 a fare bene i conti?) a disegnare un percorso di sviluppo per la Sicilia che fosse veramente tale e non funzionale in realtà al solo sviluppo della Penisola. Si badi non "allo sviluppo della Penisola" che a me in quanto tale non ha fatto niente, ma al solo sviluppo della Penisola, lasciando in Sicilia briciole e perline colorate per i selvaggi collaborazionisti.

Mi aspettavo una svolta con mezzo miliardo di euro. Non sono pochi.

E invece siamo nel segno della piena continuità con il passato. O quasi.

 

Per dirlo in parole povere i fondi Fas sono come quelli del celebre art. 38 dello Statuto (che ha fatto la fine ingloriosa che almeno gli addetti ai lavori conoscono). Dovevano e devono essere spesi per le infrastrutture che creano reddito, che creano sviluppo. Macroeconomicamente parlando agli investimenti e non ai consumi, per quanto meritori.

E così non è, purtroppo.

Se si parla con l'uomo della strada ti dice saggiamente che il problema della Sicilia è che "non c'è lavoro". E la sua analisi, giustamente, si ferma lì. Chi ha fatto qualche passettino sulla strada degli studi di economia, sa che ciò dipende tanto dalla inutilizzazione della capacità produttiva della Sicilia (la gente inoccupata, le bellezze inutilizzate, in altre parole la metafora della "macchina chiusa in garage"), quanto dal fatto che la capacità produttiva, anche se fosse pienamente utilizzata, sarebbe meno produttiva di quella di altri posti del mondo (la "macchina" di cui prima è un po' arrugginita, funziona poco e male). Ora i fondi strutturali, i Fas, il Fondo di Solidarietà nazionale, etc. servono proprio ad aumentare la capacità produttiva della Sicilia. Servono a far diventare più conveniente investire in Sicilia e quindi ad aumentare la produttività del nostro lavoro, attraendo così capitali, favorendo l'insediamento produttivo e, per questa via, creando occupazione.

 

Non certo per distribuirli in stipendi pubblici, che, al contrario, creano consumi a beneficio di chi ci colonizza, benessere effimero, precarietà, e soprattutto dipendenza strutturale dall'esterno.

Ora io leggo che di questi 500 milioni e passa di euro, ben 220, quasi la metà saranno adibiti ai "cantieri" in cui si darà lavoro a circa 35.000 persone. Ma di che lavoro stiamo parlando?? Sono cioè distribuiti a pioggia in tutti i comuni dell'Isola, frammentati in tanti progettini che non creeranno certo sviluppo, anzi rischieranno di creare nuovo precariato tra gli sventurati che alla fine dei cantieri andranno a bussare alla porta dei Comuni dicendo che "tengono famiglia".

Sono cioè gli sciagurati, soliti, miserabili, impresentabili, "posti pubblici" che distruggono ricchezza più di quanta non ne creino (è stato scientificamente dimostrato).

 

OK, quasi la metà dei Fas è stato buttato sulla gestione del consenso politico. La politica è anche questo e ogni governo ha il diritto di gettare le basi della propria sopravvivenza. Ma sono soldi gettati, ricordiamolo. Creano consumi, non ricchezza. Sono come quelle elemosine che perpetuano lo stato di bisogno degli accattoni che la ricevono. Bene, inghiottiamo il rospo e guardiamo avanti. Forse gli altri saranno stati destinati meglio.

E scopriamo che un altro quarto circa (128 milioni) sono destinati a giardini, viabilità municipale e altre amenità che migliorano la vivibilità dei nostri centri. Ora, non ho nulla contro queste spese in conto capitale. Ma che si sappia che "non sono investimenti", non creano sviluppo, non creano reddito, ma migliorano soltanto la vivibilità (che è importante per carità).

 

Ora io credo che questo tipo di interventi sia un lusso per paesi ricchi. La Sicilia dovrebbe dedicare a tutto ciò solo una piccola parte dei propri fondi per gli interventi infrastrutturali. Altrimenti avremo una Sicilia (forse) ricca di paesi con ville e giardini ben curati, ma che nessuno vedrà perché nel frattempo i giovani sono partiti tutti. Prima si dedica un buon 70-80 % alle infrastrutture per lo sviluppo, e, a complemento di ciò, aggiustiamo i marciapiedi e piantiamo i fiori. Non al contrario.

 

Ci sono però 41 milioni per il dissesto idrogeologico e la messa in sicurezza del territorio. Questa sì che è una spesa che crea sviluppo, che mantiene il patrimonio naturale e... soprattutto fa risparmiare la regione in disastri ambientali futuri di cui nessuno calcola mai i costi. Ma, ahimè, stiamo parlando di 41 milioni, meno del 10 % del totale, quando ci vorrebbe, tanto per cominciare, forse una cifra almeno quadrupla per fare sul serio.

 

Benino anche la posta (40 milioni) per scuole e università. Le infrastrutture umane sono importantissime. Ma andrebbero monitorate nella qualità. Ho paura che...

 

Restano circa 90 milioni che spero siano dedicati veramente allo sviluppo e non indirettamente come le voci precedenti.

Ma non se ne sa molto. E se fossero i soliti mille interventi parcellizzati?

Le infrastrutture di trasporto, che sono quelle di cui la Sicilia è più carente, dove sono?

Dove sono le strutture che connettono la Sicilia ai paesi del mediterraneo in modo che essa ne possa essere veramente il cuore e non uno scoglio arido da circumnavigare stando attenti a non sbatterci?

Dove sono i soldi per l'ammodernamento delle ferrovie, degne di 100 anni fa? E per le strade? E per gli interporti? E per la viabilità interna alle aree metropolitane siciliane?

Non si sa. E la cablatura dell'isola di cui si parlava poco tempo fa in un interessante articolo su questo stesso giornale?

 

Non si sa. Non si sa. Non si sa.

 

E perché no una bella infrastruttura "finanziaria" (una banca di nuovo veramente nostra)? Non era in agenda?

Lo sviluppo della Sicilia a quanto pare può attendere.

 

Per ora ci sono piccole commesse per imprenditori edili, stipendi al posto di lavoro vero, in una parola un reddito temporaneo che potremo spendere con calma in beni e servizi prodotti in Padania. Chissà che non sia stata questa la condizione per staccare l'assegno.

 

Sono molto dispiaciuto e spero che il governo della nostra Regione possa fare un passo indietro rispetto a questa incredibile posizione di retroguardia.

Forse l'autonomismo che penso io è ancora assai minoritario, anche nell'opinione delle élite e delle classi dirigenti che dovrebbero guidare la nostra Terra.

Ma quand'è che facciamo il grande passo e diventiamo manager dello sviluppo anziché del sottosviluppo?

Non è che è comodo fare i professionisti del sottosviluppo?

Permettetemi almeno di dissociarmi.

 

Massimo Costa

Economista

© Riproduzione riservata
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Anonimo 15 febbraio 2010   16:06
L'utente ha risposto al commento anonimo del 15 febbraio 2010. Visualizza »

Vorrei rispondere brevemente ad alcuni commenti che trovo particolarmente interessanti, oltre ovviamente a ringraziare tutti per la partecipazione al dibattito.

All'amico duosiciliano che si è un po' risentito perché ho retrodatato, sia pure in forma dubitativa, la mancanza di una politica di sviluppo autonomo all'epoca che a lui sta tanto a cuore magari nel merito rispondo un'altra volta, su di un post meno incentrato sull'attualità e più su tematiche storiche. Per ora diciamo che ognuno si tenga le "proprie" verità storiche. Qualunque sia la data di inizio, certo è che lo studio degli equilibri politici tra Napoletano e Sicilia prima dell'Unità d'Italia sarebbe oggi di nessun valore per capire l'attualità. Si potrebbe forse persino retrodatare il problema ai secoli del viceregno (ma ne ho seri dubbi) o addirittura circoscriverlo al solo secondo dopoguerra. In fondo i modi di sfruttamento coloniale della Sicilia durante il Regno d'Italia erano tanto gravosi quanto così diversi da quelli attuali da rendere il confronto realmente risibile.

L'assistenzialismo come l'abbiamo conosciuto noi coincide con il tramonto della Sicilia agricola, e quindi possiamo lasciare, su questo tema, tutto ciò che c'è prima del 1950 alla storia patria.

Trovo un po' inquietante il commento dell'anonimo delle "17.21", forse anche un po' involontariamente razzista. Se spostiamo il piano da quello della scienza economica (con le sue debolezze, con i suoi insuccessi, per carità) a quello emozionale e antropologico, è finita la discussione. Se noi siciliani siamo "indolenti" e gli altri "laboriosi", vabbè, non c'è neanche da aggiungere altro. Il punto è un altro caro lettore. Che nessun paese, né la Francia né l'Uganda si può permettere di non fare alcuna infrastruttura e rimandare tutto lo sviluppo alla innata "voglia di fare" dei suoi abitanti. Non è mai successo in alcuna parte al mondo. Perché mai i padani ci tengono tanto alla loro Malpensa? Non basterebbe forse il loro spirito imprenditoriale? E perché mai i francesi hanno realizzato la loro famosissima alta velocità dei treni? Solo grandeur? E come faccio a portare le sue motivazioni antropologiche ad un tenace imprenditore siciliano che per far giungere le sue merci in Tunisia deve imbarcarle da Palermo per Genova e poi da lì per Tunisi? Insomma ciò che lei dice sta un po' su di un piano da "fuga psicologica" dalla realtà. Stavamo tentando di fare un discorso razionale. E poi, anche se fosse vero ciò che sostiene, qui ci sono dei soldi da spendere. Che fa? Non li spendiamo perché tanto non abbiamo lo spirito giusto? O li spendiamo in tarallucci e vino tanto quello che conta è il non piangersi addosso? Ovvero avere lo spirito giusto consiste proprio nel porre in essere una programmazione dinamica e razionale dell'utilizzo delle proprie risorse, private o pubbliche che siano?

A chi dice che c'entra poco l'autonomia obietto che è un po' fuori strada. L'autonomia c'entra perché le politiche di sviluppo siciliane sono in conflitto d'interessi con quelle nazionali. Per questa ragione abbiamo bisogno di una classe politica che, per difendere gli interessi della Sicilia, sia disposta anche soltanto un po' a pestare qualche callo da Roma in su. Lo sviluppo del  Settentrione è storicamente fondato sullo sfruttamento del Meridione. Se si vuole con i fatti livellare lo sviluppo del Paese lo si deve fare contro gli interessi della parte forte del paese. Mi passi la metafora: se lo immagina un sindacato dei lavoratori che non sia autonomo dai datori di lavoro? O un sindacato degli inquilini che non sia autonomo dai padroni di casa? Il Nord, anche se molti di noi ancora neanche lo sospettano, è nostra controparte strutturale. Ogni infrastruttura a Mezzogiorno vuol dire una in meno al Nord. Il gioco è a somma zero. Ora, nei partiti italiani, come faranno i volenterosi siciliani quando saranno in gioco gli interessi della loro terra? Per cosa voteranno? Storicamente si è sempre verificato il sacrificio degli interessi siciliani sull'altare di quelli nazionali. Io mi sono un po' stufato, se permette. Diverso sarebbe se la Sicilia fosse "veramente" una regione d'Italia, completamente e pienamente integrata con il resto del Paese. Ma lo stesso Marchionne ci ha spiegato che non è così: "se la Sicilia fosse sotto la Lombardia, allora...". E allora adempiere a queste condizioni mi pare impossibile, da qui la necessità strutturale almeno dell'Autonomia (la vera soluzione, non giriamoci troppo intorno, sarebbe quella più drastica dell'indipendenza, forse però oggi impraticabile, almeno dall'oggi al domani).

Infine vorrei rispondere a chi ha difeso i "cantieri" adducendo motivazioni più o meno keynesiane: il lavoro alimenta la domanda aggregata, etc.

Beh, sono convinto che il dogmatismo economico abbia fatto più vittime delle guerre mondiali, e quindi sono disposto in ogni teoria a trovarvi - come si dice - un fondo di verità. Anche in questa. Anche se è stata considerata da molti foriera di esplosione del debito pubblico in tutti i paesi industrializzati che l'hanno adottata, e quindi, in ultima analisi di maggiore dipendenza degli stati dalla grande finanza internazionale.

Ma diamola per buona.

Restano alcuni problemi.

La Sicilia non assomiglia molto agli USA degli anni '30. La crisi non è congiunturale ma strutturale, quindi la politica anticiclica non si può fare, perché mi mancano le fasi espansive per "contrarre" la spesa pubblica. Poi l'economia siciliana è aperta, mentre quella USA era semichiusa: così la maggior spesa si può tradurre tutta o quasi in importazioni nette, cioè in maggiore povertà (un po' come gli sciocchi incentivi italiani per comprare le... Toyota). Infine questi interventi spiazzano il mercato del lavoro principale. Trovo inquietante che la politica dia "posti". La gente smette di cercare quelli veri e poi spera nella stabilizzazione. E' stato sempre così in Sicilia, perché non dovrebbe finire ancora così?

Insomma, con tutto il rispetto, i "cantieri" mi ricordano un antico detto che era attribuito a Salvo Lima:

"Quando la pentola bolle, deve bollire per tutti".

Ma una pentola che bolle per tutti e come la somma di tanti vettori disparati di direzione, intensità e verso differenti: la risultante, ci insegnano i fisici, è prossima allo zero. E quindi da questi disparati interventi ci dobbiamo aspettare alla fine una Sicilia più o meno nello stesso punto di prima. Altro sarebbe indirizzarli tutti verso una stessa direzione.

Ma più non voglio dire, giacché per altri risvolti questo governo merita apprezzamenti e non vorrei sembrare un ipercritico per partito preso.

Massimo Costa

ringrazio per la disamina della mia esposizione sui cantieri lavoro e, accettando le Sue riserve ma, al tempo stesso, rincarando la dose, dico: dovrebbero essere più frequenti, in considerazione dei loro aspetti positivi (anche se non vi sono solo quelli). Però insisto per la semplice ragione che non sono contrario, ovviamente, agli interventi infrastrutturali ma una cosa non esclude l'altra: interventi infrastrutturali più cantieri. Nessuno pensa in ogni caso che vengano creati posti di lavoro stabili e quindi l'effetto distorsivo sul mercato del lavoro mi sembra più teorico che reale. Quanto alla politica, anch'io penso che non dovrebbe creare illusioni, né dipendenze, allo stesso modo in cui se vengono dati degli appalti, le gare dovrebbero essere regolari e non pilotate.

Siamo tutti in attesa di verificare i risultati dell'azione di governo.

Anonimo 15 febbraio 2010   07:52

Vorrei rispondere brevemente ad alcuni commenti che trovo particolarmente interessanti, oltre ovviamente a ringraziare tutti per la partecipazione al dibattito.

All'amico duosiciliano che si è un po' risentito perché ho retrodatato, sia pure in forma dubitativa, la mancanza di una politica di sviluppo autonomo all'epoca che a lui sta tanto a cuore magari nel merito rispondo un'altra volta, su di un post meno incentrato sull'attualità e più su tematiche storiche. Per ora diciamo che ognuno si tenga le "proprie" verità storiche. Qualunque sia la data di inizio, certo è che lo studio degli equilibri politici tra Napoletano e Sicilia prima dell'Unità d'Italia sarebbe oggi di nessun valore per capire l'attualità. Si potrebbe forse persino retrodatare il problema ai secoli del viceregno (ma ne ho seri dubbi) o addirittura circoscriverlo al solo secondo dopoguerra. In fondo i modi di sfruttamento coloniale della Sicilia durante il Regno d'Italia erano tanto gravosi quanto così diversi da quelli attuali da rendere il confronto realmente risibile.

L'assistenzialismo come l'abbiamo conosciuto noi coincide con il tramonto della Sicilia agricola, e quindi possiamo lasciare, su questo tema, tutto ciò che c'è prima del 1950 alla storia patria.

Trovo un po' inquietante il commento dell'anonimo delle "17.21", forse anche un po' involontariamente razzista. Se spostiamo il piano da quello della scienza economica (con le sue debolezze, con i suoi insuccessi, per carità) a quello emozionale e antropologico, è finita la discussione. Se noi siciliani siamo "indolenti" e gli altri "laboriosi", vabbè, non c'è neanche da aggiungere altro. Il punto è un altro caro lettore. Che nessun paese, né la Francia né l'Uganda si può permettere di non fare alcuna infrastruttura e rimandare tutto lo sviluppo alla innata "voglia di fare" dei suoi abitanti. Non è mai successo in alcuna parte al mondo. Perché mai i padani ci tengono tanto alla loro Malpensa? Non basterebbe forse il loro spirito imprenditoriale? E perché mai i francesi hanno realizzato la loro famosissima alta velocità dei treni? Solo grandeur? E come faccio a portare le sue motivazioni antropologiche ad un tenace imprenditore siciliano che per far giungere le sue merci in Tunisia deve imbarcarle da Palermo per Genova e poi da lì per Tunisi? Insomma ciò che lei dice sta un po' su di un piano da "fuga psicologica" dalla realtà. Stavamo tentando di fare un discorso razionale. E poi, anche se fosse vero ciò che sostiene, qui ci sono dei soldi da spendere. Che fa? Non li spendiamo perché tanto non abbiamo lo spirito giusto? O li spendiamo in tarallucci e vino tanto quello che conta è il non piangersi addosso? Ovvero avere lo spirito giusto consiste proprio nel porre in essere una programmazione dinamica e razionale dell'utilizzo delle proprie risorse, private o pubbliche che siano?

A chi dice che c'entra poco l'autonomia obietto che è un po' fuori strada. L'autonomia c'entra perché le politiche di sviluppo siciliane sono in conflitto d'interessi con quelle nazionali. Per questa ragione abbiamo bisogno di una classe politica che, per difendere gli interessi della Sicilia, sia disposta anche soltanto un po' a pestare qualche callo da Roma in su. Lo sviluppo del  Settentrione è storicamente fondato sullo sfruttamento del Meridione. Se si vuole con i fatti livellare lo sviluppo del Paese lo si deve fare contro gli interessi della parte forte del paese. Mi passi la metafora: se lo immagina un sindacato dei lavoratori che non sia autonomo dai datori di lavoro? O un sindacato degli inquilini che non sia autonomo dai padroni di casa? Il Nord, anche se molti di noi ancora neanche lo sospettano, è nostra controparte strutturale. Ogni infrastruttura a Mezzogiorno vuol dire una in meno al Nord. Il gioco è a somma zero. Ora, nei partiti italiani, come faranno i volenterosi siciliani quando saranno in gioco gli interessi della loro terra? Per cosa voteranno? Storicamente si è sempre verificato il sacrificio degli interessi siciliani sull'altare di quelli nazionali. Io mi sono un po' stufato, se permette. Diverso sarebbe se la Sicilia fosse "veramente" una regione d'Italia, completamente e pienamente integrata con il resto del Paese. Ma lo stesso Marchionne ci ha spiegato che non è così: "se la Sicilia fosse sotto la Lombardia, allora...". E allora adempiere a queste condizioni mi pare impossibile, da qui la necessità strutturale almeno dell'Autonomia (la vera soluzione, non giriamoci troppo intorno, sarebbe quella più drastica dell'indipendenza, forse però oggi impraticabile, almeno dall'oggi al domani).

Infine vorrei rispondere a chi ha difeso i "cantieri" adducendo motivazioni più o meno keynesiane: il lavoro alimenta la domanda aggregata, etc.

Beh, sono convinto che il dogmatismo economico abbia fatto più vittime delle guerre mondiali, e quindi sono disposto in ogni teoria a trovarvi - come si dice - un fondo di verità. Anche in questa. Anche se è stata considerata da molti foriera di esplosione del debito pubblico in tutti i paesi industrializzati che l'hanno adottata, e quindi, in ultima analisi di maggiore dipendenza degli stati dalla grande finanza internazionale.

Ma diamola per buona.

Restano alcuni problemi.

La Sicilia non assomiglia molto agli USA degli anni '30. La crisi non è congiunturale ma strutturale, quindi la politica anticiclica non si può fare, perché mi mancano le fasi espansive per "contrarre" la spesa pubblica. Poi l'economia siciliana è aperta, mentre quella USA era semichiusa: così la maggior spesa si può tradurre tutta o quasi in importazioni nette, cioè in maggiore povertà (un po' come gli sciocchi incentivi italiani per comprare le... Toyota). Infine questi interventi spiazzano il mercato del lavoro principale. Trovo inquietante che la politica dia "posti". La gente smette di cercare quelli veri e poi spera nella stabilizzazione. E' stato sempre così in Sicilia, perché non dovrebbe finire ancora così?

Insomma, con tutto il rispetto, i "cantieri" mi ricordano un antico detto che era attribuito a Salvo Lima:

"Quando la pentola bolle, deve bollire per tutti".

Ma una pentola che bolle per tutti e come la somma di tanti vettori disparati di direzione, intensità e verso differenti: la risultante, ci insegnano i fisici, è prossima allo zero. E quindi da questi disparati interventi ci dobbiamo aspettare alla fine una Sicilia più o meno nello stesso punto di prima. Altro sarebbe indirizzarli tutti verso una stessa direzione.

Ma più non voglio dire, giacché per altri risvolti questo governo merita apprezzamenti e non vorrei sembrare un ipercritico per partito preso.

Massimo Costa

Anonimo 14 febbraio 2010   12:45
L'utente ha risposto al commento anonimo del 14 febbraio 2010. Visualizza »

Noi ci trinceriamo sempre dietro il  "in Sicilia non c'è lavoro" e ci autocommiseriamo. Ma chi dovrebbe crearlo il lavoro? Come sono nate le grandi industrie del nord, la barilla, fastweb, bticino, ferrero etc. etc. ? Sono forse frutto di fondi statali/regionali ben spesi?

In Sicilia aspettiamo sempre che siano la Regione o lo Stato a creare le condizioni per lo sviluppo di realtà imprenditoriali forti, e deleghiamo tutto l'onere di un eventuale sviluppo ai nostri politici che però piuttosto che pensare al benessere pubblico e allo sviluppo futuro dell'isola pensano invece ad alimentare le proprie clientele.

La Sicilia quindi è un mix di malgoverno secolare e di mentalità assistenzialista.

La domanda invece dovrebbe essere: ma se io ho un'idea imprenditoriale in cui credo fortemente, posso andare avanti anche senza l'aiuto dei politici o no?

Non ci trinceriamo dietro il qualunquismo del "in Sicilia non c'è lavoro", rimbocchiamoci le maniche e cerchiamo di iniziare un pò tutti a rischiare se pensiamo di avere un'idea ottima, poi se arrivano i fondi tanto meglio, viceversa sviluppiamo la nostra idea come farebbe un veneto, un lombardo, o meglio come faremmo noi stessi se piuttosto che vivere in Sicilia fossimo andati a vivere fuori dalla nostra isola.

Per attuare una politica di sviluppo dal basso ci vogliono gli sportelli unici per l'impresa, poi a cura dalla camera di commercio o del comune uno sportello in cui si possa dare supporto ai nostri giovani le modalità di accesso al credito, come presentare un business plan, dove reperire le garanzie per avere i fidi e dicendogli chiaramenti che per almeno tre anni non deve aspettarsi che arrivano i soldi a palate. Tutto quello che serve va a finire a pagare i prestiti fatti e a rendere più patrimonializzata l'attività intrapesa.

 

Oggi i giovani hanno tante belle idee, ma a nessuno si vuole insegnere come creare e seguire la propria start_up.

Bisogna fare degli incubatori di imprese, come qui in Lombardia, in cui assieme a dei tutor si pianifica l'attività e si hanno i primi strumenti per operare, alle volte basta un piccolo fido per pagare i fornitori, e poi buona volontà...

Certo se poi abbiamo la logistica che ci vogliono 10-15 gg per far arrivare la merce invece dei 2-3 gg in lombardia è chiaro che diventa un peso, poi non parliamo dei costi per mandare i prodotti!

 

Ho solo voluto dire qualche mia riflessione frutto della mia esperienza.

 

rrusariu@libero.it

Anonimo 13 febbraio 2010   22:06
L'utente ha risposto al commento anonimo del 13 febbraio 2010. Visualizza »

Noi ci trinceriamo sempre dietro il  "in Sicilia non c'è lavoro" e ci autocommiseriamo. Ma chi dovrebbe crearlo il lavoro? Come sono nate le grandi industrie del nord, la barilla, fastweb, bticino, ferrero etc. etc. ? Sono forse frutto di fondi statali/regionali ben spesi?

In Sicilia aspettiamo sempre che siano la Regione o lo Stato a creare le condizioni per lo sviluppo di realtà imprenditoriali forti, e deleghiamo tutto l'onere di un eventuale sviluppo ai nostri politici che però piuttosto che pensare al benessere pubblico e allo sviluppo futuro dell'isola pensano invece ad alimentare le proprie clientele.

La Sicilia quindi è un mix di malgoverno secolare e di mentalità assistenzialista.

La domanda invece dovrebbe essere: ma se io ho un'idea imprenditoriale in cui credo fortemente, posso andare avanti anche senza l'aiuto dei politici o no?

Non ci trinceriamo dietro il qualunquismo del "in Sicilia non c'è lavoro", rimbocchiamoci le maniche e cerchiamo di iniziare un pò tutti a rischiare se pensiamo di avere un'idea ottima, poi se arrivano i fondi tanto meglio, viceversa sviluppiamo la nostra idea come farebbe un veneto, un lombardo, o meglio come faremmo noi stessi se piuttosto che vivere in Sicilia fossimo andati a vivere fuori dalla nostra isola.

Non credo proprio, se è vero che sussiste tra la maggior parte della gente la mentalità assistenzialista vi è pure una folta schiera di giovani di valore che non possono realizzare le capacità di Ferrero, Barilla ecc semplicemente perchè, oggi, per iniziare una qualsiasi attività, bisogna  sostenere dei costi iniziali e se non hai il capitale non puoi cominciare un bel niente.

Nessuna impresa caro signore, senza investimenti, a meno che non si tratti di fare il venditore ambulante abusivo, ma anche lì devi avere i soldi per comprare la merce. Sapesse quante idee, e voglia di fare, ho in testa! Ma ci vogliono i denari altrimenti...solo sogni!

Anonimo 13 febbraio 2010   17:21

Noi ci trinceriamo sempre dietro il  "in Sicilia non c'è lavoro" e ci autocommiseriamo. Ma chi dovrebbe crearlo il lavoro? Come sono nate le grandi industrie del nord, la barilla, fastweb, bticino, ferrero etc. etc. ? Sono forse frutto di fondi statali/regionali ben spesi?

In Sicilia aspettiamo sempre che siano la Regione o lo Stato a creare le condizioni per lo sviluppo di realtà imprenditoriali forti, e deleghiamo tutto l'onere di un eventuale sviluppo ai nostri politici che però piuttosto che pensare al benessere pubblico e allo sviluppo futuro dell'isola pensano invece ad alimentare le proprie clientele.

La Sicilia quindi è un mix di malgoverno secolare e di mentalità assistenzialista.

La domanda invece dovrebbe essere: ma se io ho un'idea imprenditoriale in cui credo fortemente, posso andare avanti anche senza l'aiuto dei politici o no?

Non ci trinceriamo dietro il qualunquismo del "in Sicilia non c'è lavoro", rimbocchiamoci le maniche e cerchiamo di iniziare un pò tutti a rischiare se pensiamo di avere un'idea ottima, poi se arrivano i fondi tanto meglio, viceversa sviluppiamo la nostra idea come farebbe un veneto, un lombardo, o meglio come faremmo noi stessi se piuttosto che vivere in Sicilia fossimo andati a vivere fuori dalla nostra isola.

Anonimo 13 febbraio 2010   12:14

In realtà gli anni sono 400, visto che fino al 1820 non esisteva nemmeno una strada che collegasse Palermo con Trapani ed ai primi del'800 la Sicilia era indietro di almeno 2 secoli rispetto agli "italiani", ma credo che gli "italiani" qui c'entrino poco, troppo facile dare la colpa sempre agli altri...

L'uunico periodo in cui in Sicilia fu fatta qualcosa fu proprio durante quei 50 anni di differenza, 1817-1860, quando fu costruita la rete stradale, ponti in ferro, tunnel, e la rete telegrafica e perfezionata la rete postale via terra e per mezzo delle navi a vapore, che circumnavigavano l'isola.

Anche all'epoca c'erano i fondi FAS, circa un milione e mezzo di ducati prestati dalla Banca Rotschild al governo delle Due Sicilie e che furono utilizzati per costruire le infrastrutture di cui sopra.

 

cordialità

Anonimo 13 febbraio 2010   10:24

Analisi perfetta, se veramente si trattasse dei fondi fas. In realtà, ed è ancora più grave, sono fondi anticipati dalla Regione perché se nel 2013 non saranno stati utilizzati, quei fondi europei dovranno essere restituiti. Lombardo spera di recuperarli nel 2012. E gli altri 3.700 ? 

Anonimo 13 febbraio 2010   09:47
L'utente ha risposto al commento anonimo del 13 febbraio 2010. Visualizza »

hai centomilavolte ragione Massimo. Ma sappiamo benissimo che bisogna mantenere le clientele, adesso sta a noi cittadini siciliani sapere dalle nostre amministrazioni come effettivamente verranno impiegati le somme, o saremo a piangere tra qualche annetto perchè non ci sono fondi?

Manca dalle nostre parti un forte movimento d'opinione che abbia anche gli strumenti per indagare come vengono spese le nostre risorse. Chiaramente i media siciliani sono una buona percentuale dei clientes... sta a noi premiare coloro che conducono le indagini contro gli sperperi dei nostri soldi. Ma ancorpiù ci vogliono battaglie politiche che non lascino lo spazio ai nostri politici per coltivare la clientela...

 

rrusariu@libero.it

 

 

Hanno aperto uno sportello all'ARS; chissa se ci daranno qualche informazione in merito.

Anonimo 13 febbraio 2010   06:14

Si può essere d'accordo in linea di massima sulla necessità che la Sicilia si doti finalmente di una rete infrastrutturale seria, solida e da regione non sottosviluppata (quale attualmente è, ma la questione non è di oggi). Ho come l'impressione che tutte le opere elencate nell'articolo siano sì necessarie e realmente allo sviluppo stabile e duraturo, ma anche che quedli stanziamenti destinati alla Sicilia non sarebbero sufficienti. Allora è chiaro che la vera necessità sarebbe quella di reperire ulteriori forme ed occasioni di finanziamento ed una Amministrazione all'altezza, qui poco c'entra l'autonomismo ma solo la volontà e la capacità di fare bene, dovrebbe impegnarsi, elenco - lungo - di necessità alla mano, nella continua ricerca ed approviggionamento e nel migliore impiego.

Quanto ai cantieri di lavoro, sarei meno critico, per la stessa ragione per cui anche in passato eminenti studiosi di economia proposero di creare occupazione per sostenere la domanda e i consumi e quindi anche gli investimenti e la produzione. Anzi, a mio avviso, ora come allora, i cantieri dovrebbero essere più frequenti e servire non solo per la manutenzione di beni ed opere, ma anche per crearne di nuovi, meglio se infrastrutturali. Ma, in ogni caso, bisogna reperire le cospicue fonti di finanziamento che occorrono per tutto ciò che di infrastrutturale occorre: autonomisti, al lavoro !

Anonimo 12 febbraio 2010   22:07

hai centomilavolte ragione Massimo. Ma sappiamo benissimo che bisogna mantenere le clientele, adesso sta a noi cittadini siciliani sapere dalle nostre amministrazioni come effettivamente verranno impiegati le somme, o saremo a piangere tra qualche annetto perchè non ci sono fondi?

Manca dalle nostre parti un forte movimento d'opinione che abbia anche gli strumenti per indagare come vengono spese le nostre risorse. Chiaramente i media siciliani sono una buona percentuale dei clientes... sta a noi premiare coloro che conducono le indagini contro gli sperperi dei nostri soldi. Ma ancorpiù ci vogliono battaglie politiche che non lascino lo spazio ai nostri politici per coltivare la clientela...

 

rrusariu@libero.it

 

 

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