Prima radio
Prima radio

Morto il nipote di Giovanni Giolitti, fu uno dei membri della Costituente

08 febbraio 2010 10:58
Numero commenti Nessuno   Inserisci un tuo commento
Condividi

Un gentiluomo ''senza tetto'' a sinistra: cosi' e' stato definito Antonio Giolitti, morto questa mattina a Roma alla vigilia dei 95 anni, protagonista politico di primo piano dei primi decenni della vita repubblicana, esponente di spicco prima del Pci di Palmiro Togliatti, da cui usci' clamorosamente nel 1957 dopo l'VIII congresso seguito ai fatti di Ungheria, e poi del Psi di Pietro Nenni, per il quale svolse il ruolo di ministro del Bilancio nei primi governi di centrosinistra, capeggiando

quelle ''riforme di struttura'' che assunsero il nome, grazie a lui, di ''programmazione economica'' durante il boom degli anni Sessanta. Dopo aver rifiutato pubblicamente la fede marxista per abbracciare il New Deal e l'economia di Keynes, Giolitti fu poi commissario europeo dal 1977 al 1985, lo stesso anno in cui, con Bettino Craxi ormai ''padrone assoluto'' del partito, ruppe clamorosamente con il Psi, sbattendo la porta e denunciando il tradimento degli ideali socialisti. Accetto' cosi' di appartenere a quella sinistra ''impaziente e insoddisfatta'', come Giolitti ebbe a dire, candidandosi nel 1987 come indipendente nelle liste del Pci in quella che allora si chiamava la Sinistra indipendente, restando in carica per cinque anni e chiudendo a 77 anni la sua intensa carriera politica attiva. L'intellettuale che giovanissimo lavoro' per la casa editrice Einaudi si era trovato suo malgrado ''a fare politica per colpa della Resistenza'', esordendo drammaticamente come partigiano al fianco del comunista Giancarlo Pajetta.

  

Ormai silente e osservatore distaccato delle vicende politiche, nel 2006, in occasione dell'anniversario dei fatti di Ungheria, Antonio Giolitti ha ricevuto l'omaggio del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il quale, recandosi personalmente nella sua abitazione romana, ha riconosciuto che cinquant'anni prima la ragione stava dalla sua parte. Giolitti aveva infatti aderito al ''Manifesto dei 101'', la lettera firmata dagli intellettuali comunisti per protestare contro il sostegno del Pci all'invasione dell'Ungheria da parte delle truppe sovietiche. E il 19 luglio 1957 formalizzo' le sue dimissioni dal partito inviando una lettera alla federazione del Pci di Cuneo a cui era iscritto, spiegando i motivi della sua decisione. Nella lettera, tra l'altro si legge: ''Sono giunto alla grave e amara decisione di uscire dal Pci attraverso una esperienza profondamente meditata e sofferta. Le idee da me esposte vengono ormai additate come esempio tipico, e unico nel Pci, di 'revisionismo senza principi' e addirittura come concessioni consapevoli all'anticomunismo. Ma cio' che conta non e' la polemica contro presunte mie posizioni 'revisioniste', bensi' l'interpretazione del marxismo, del XX Congresso e dell'VIII Congresso che emerge da quella polemica e si contrappone a ogni idea innovatrice e a ogni onesto tentativo di ricerca intorno ai gravissimi problemi aperti dal XX Congresso e dai fatti di Polonia e d'Ungheria. Per queste ragioni politiche, e non certo per un puntiglio intellettualistico, io non posso piu' accettare una disciplina formale che significherebbe rinuncia a battermi per le idee e gli obiettivi che ritengo oggi essenziali alla vittoria del socialismo''. 

 

Risale al 1992 il testamento politico di Antonio Giolitti, quando pubblica ''Lettere a Marta'' (Il Mulino), un volume autobiografico di riflessioni e ricordi personali indirizzato alla nipote. Era stata Marta infatti a sollecitarlo a scrivere le sue memorie, per mettere nero su bianco ''una ricerca e una verifica delle circostanze e dei motivi che hanno sospinto uno come me e forse tanti altri miei simili all'impegno nella politica, e a perseverarvi''. Cosi' e' subito dichiarato l'intento di spiegare cosa e' stata la politica per un uomo come Giolitti, che in quell'anno in cui scoppiava lo scandalo di Tangentopoli vedeva giunto al punto di massima crisi quasi tutto cio' per cui si era impegnato come partigiano, come intellettuale, come dirigente del Pci prima e del Psi poi, come ministro italiano e commissario della Cee. Ma era anche dichiarato, insieme, l'intento di spiegare, attraverso ''ricordi e riflessioni'' su alcuni passaggi del suo impegno politico, perche' dopo aver raggiunto il massimo della sua crisi, il cammino poteva in realta' riprendere. Da qui la domanda: perche' la sinistra in Italia non ha mai governato in quanto tale? Cioe' con un suo programma, con una sua carica trasformatrice, lasciando un suo segno nel paese? Giolitti pensava di essere una delle figure capaci di dare una risposta convincente. Per una ragione semplicissima: aveva la credibilita' che gli derivava dall'essere stato uno dei pochissimi ''uomini di governo'' che la sinistra italiana aveva avuto.

© Riproduzione riservata
Fonte: adnkronos
Segnala ad un amico

Ricerca Articoli

Ricerca AvanzataI più letti

Le Notizie di SiciliaInformazioni sul tuo sito
Altre notizie