Liberalizzazioni, la Sicilia ha competenza esclusiva in alcuni settori. Qual è l’orientamento dell’Assemblea siciliana? Silenzio di tomba

26 gennaio 2012 21:28
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(Massimo Costa) Lo Statuto dà alla legislazione siciliana competenza esclusiva in quasi tutti i settori dell'economia. Si va dall'agricoltura, alla pesca, all'industria, al commercio, ai trasporti (esclusa la grande comunicazione nazionale), ai servizi, ivi compresi i servizi d'interesse generale già oggetto di attività delle cosiddette aziende municipalizzate.

Su pochi altri alcuni settori, di diritto, o anche solo di fatto per effetto di sentenze costituzionali,

la legislazione degrada a competenza concorrente: fonti di energia, credito, assicurazioni, servizi finanziari, mercato del lavoro, servizi sanitari, istruzione, previdenza.

Su pochissimi settori, ancora (penso ai notai e alla giustizia), non abbiamo altra competenza se non quella di fare proposte per mezzo di leggi-voto.

 

Sui primi la Regione deve soltanto rispettare:

- la Costituzione e le norme di rango costituzionale;

- la normativa europea (se si tratta di competenza esclusiva europea, altrimenti solo i principi generali di quella);

- i principi generali delle grandi riforme economico-sociali delle leggi dello Stato (veramente questo nello Statuto non c'è scritto, ma secondo la Corte Costituzionale,...non si scappa).

 

Su questi ambiti, ancora, la legge dello Stato non si applica direttamente in Sicilia e, se lo fa, la Regione può facilmente impugnare e far revocare questa efficacia. In pratica su questi ambiti (il 75 % dell'economia almeno) il Parlamento siciliano deve legiferare al pari di quello di qualunque altro stato europeo.

 

Sui secondi invece le leggi dello Stato si applicano automaticamente anche alla Sicilia, però... se ritiene l'Assemblea può derogare, modificare, integrare, etc. laddove ravvisi interessi specifici e differenziati del mercato siciliano rispetto a quello nazionale.

 

A tutto questo si aggiunga che le competenze amministrative dello Stato in merito, comprese le authority di settore, dovrebbero essere tutte regionalizzate.

 

Perché questo "ripassino"? Perché in queste settimane non ho sentito da nessuna parte qual è l'orientamento del nostro Parlamento su questa questione, ammesso che ce ne sia uno.

 

Si può, legittimamente, assumere una posizione contraria, argomentandola. Ed erigere un muro sullo Stretto contro le liberalizzazioni. Ovvero differenziandole per settore. Si può, all'estremo opposto, superare addirittura il Governo dando prova di grande capacità di innovazione legislativa, liberalizzando ancor di più in quei settori che sono strangolati da un'offerta troppo ristretta o troppo concentrata (o da una "domanda" troppo concentrata, come accade nei confronti dei nostri agricoltori, soffocati dall'oligopsonio dei grandi broker).

Quello che non si può fare è stare zitti.

 

Personalmente sarei per una politica pragmatica, differenziata per settore, che ascolti le parti ma che non si faccia schiacciare dagli interessi particolari di categoria. Comincerei ad essere forte coi forti, anziché forte coi deboli. Perché mai non liberalizzare i farmaci di fascia C nelle parafarmacie, ad esempio? Ma quello che penso da economista in questo momento è di importanza assolutamente secondaria.

 

Vorrei soprattutto sapere, da cittadino, come intendono usare i "miei" deputati la nostra autonomia legislativa e che modello di sistema economico hanno in mente.

 

Se mai ne hanno uno.

 

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