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Bds, la spina non è stata staccata, ma Unicredit non cambia niente
Il futuro non è affatto roseo, infatti…

25 marzo 2010 15:37
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(essepì) Le banche come informano? Attraverso spot televisivi e paginate illeggibili per i comuni mortali nelle rubriche di economia e finanze dei quotidiani e nei format radiotelevisivi. Apartheid alla rovescia, ghetti dorati. La clientela delle banche, che non è preparata ad affrontare questi temi, non possedendo né il linguaggio né le conoscenze adatte. C’è, dunque, una comunità “chiusa” nella quale avviene il confronto, talvolta di grande interesse, ma inaccessibile al pubblico dei consumatori.
Uomini e donne che hanno bisogno della banca non sanno niente o quasi. Magari ascoltano dal Ministro che le banche devono essere messe in riga, da qualche altro personaggio importante che i mutui sono stati abbassati dalla Banca europea. E tutto finisce lì. Apprenderanno le novità quando riceveranno a casa l’avviso di pagamento o  sapranno dall’impiegato addetto che non possono ottenere il prestito .


Figuriamoci il resto. Quanti meridionali, siciliani in particolare, conoscono le disavventure delle banche isolane, a cominciare dal Banco di Sicilia? Ciò che è avvenuto nel settore creditizio nel Mezzogiorno, ed in Sicilia in particolare, lo conoscono in pochi, mentre sono moltissimi quelli che cercano senza trovarla la loro banca passata ad altre mani e ancora di più quelli che apprendono, nel rapporto quotidiano con lo “sportello”, di nuove regole, consuetudini, norme, restrizioni, maggiorazioni eccetera.
Il Banco di Sicilia, negli ultimi venti anni, è passato di mano più volte, il suo approccio con la clientela è cambiato altrettante volte. Ora siamo all’ultima curva. E c’è il pericolo che comunque la si imbrocchi, il pericolo di uscire fuori strada è alto. Facciamo un poco di storia.
Il Banco di Sicilia avrebbe dovuto lasciare il campo definitivamente il 16 marzo, per fusione in Unicredit, ma la decisione è stata rinviata al mese di aprile, data nella quale Unicredit non sarà più una holding ma il "bancone", la grande banca divisa secondo i servizi alla clientela (corporate, private, retail, finanziari, assicurativi ecc). Su questo rinvio non ha avuto alcun peso la Sicilia. La Regione, che ci ha buttato una montagna di quattrini in passato, non ha alcuna voce in capitolo. I banchieri, imprenditori, industriali siciliani? Non resistono, quelli che ci sono hanno portato i loro interessi altrove . La Fondazione del Banco di Sicilia, presieduta da Gianni Puglisi, non ha alcuna possibilità di condizionare un bel niente, nonostante siano proprio le Fondazioni bancarie a fare le carte da qualche tempo a questa parte, essendo i maggiori azionisti dei grandi gruppi bancari. Il destino bieco? Manco per idea. Rapine open air, autentiche rapine perpetrate davanti agli occhi indifferenti dei rappresentanti delle istituzioni e dei vertici dell’economia siciliana.
Nel Mezzogiorno ed in Sicilia non ci sono più da tempo personaggi in grado di intromettersi nelle questioni del credito e della finanza. Le scelte di Unicredit – sia quelle a favore della fusione quanto le altre, di rinvio dell’operazione – non sono state quindi affatto influenzate dal Sud. Il Banco di Sicilia, dunque, è destinato a scomparire, anche se staccare la spina non è tecnicamente una operazione semplice. Lo Statuto speciale della Regione siciliana, infatti, affida proprio al Banco di Sicilia le funzioni di tesoreria, così come lo Stato le affida alla Banca d’Italia.
 
Ma questi sono problemi di lana caprina, come si diceva un tempo, rispetto alle cose ben più serie. I 450 sportelli del Banco di Sicilia, rimanga o meno il marchio, che ruolo avranno nell’economia siciliana? Come si comporteranno con gli imprenditori, le famiglie, i “creastivi”, i ricercatori, gli innovatori ecc?  Una risposta è utile a prescindere da come andrà a finire con la fusione. E il personale, i dirigenti che fine faranno? Non mancano le preoccupazioni. La principale è quella occupazionale. Unicredit sta trasferendo alle sue partecipate dell’Est, principalmente in Romania, le lavorazioni informatizzate (centri elettronici, contabilità, digitazione assegni). Una tendenza che non si fermerà presto e che inciderà sui livelli occupazionali in termini di riduzione del personale. Facciamo un esempio. Mentre Banca Intesa adotta una politica del personale che permette lo scambio fra padre e figlio (assai conveniente alla banca, perché riduce di due terzi i costi), Unicredit appare restio ad adottare questa soluzione. La ragione c’è, ed è importante. Riduce ancora di più i costi perché utilizza personale dell’est, lo stipendio rumeno è di gran lunga inferiore a quello italiano (circa 300 euro). Giusto come avviene alla Fiat, che preferisce la Polonia all’Italia per le sue fabbriche.
Banca Intesa non è più buona e generosa di Unicredit ma a differenza di questa ha una presenza esclusivamente nazionale, quindi non “attiva” una logica transnazionale.
Le preoccupazioni non finiscono qui.
L’ultimo bilancio di Unicredit presenta un utile di un miliardo e settecento milioni, le tre banche commerciali (Unicredit nord, Banco di Roma per centrosud e Sardegna, Banco di Sicilia) hanno realizzato un avanzo di 312 miliardi su 1 miliardo e 700 milioni. Corporate e Private, le due divisioni di Unicredit,  hanno chiuso in perdita, sicché l’utile di bilancio complessivo è frutto di mere operazioni finanziarie.
Gli esperti affermano che si tratta delle ultime ricadute positive di un sistema che si è espanso fortemente. Al tempo della cosiddetta bolla speculativa, Unicredit ha fatto grandi operazioni in finanza, più che investire nelle operazioni bancarie tradizionali (prestiti, mutui, sovvenzioni ecc). Facendo operazioni “derivate”, i riflessi arrivano anche ai nostri giorni, nonostante la crisi. Ai fini di una valutazione reale, dunque, i guadagni delle operazioni finanziarie effettuate cinque anni or sono, o giù di lì, sono ininfluenti. Ciò che conta è come stanno le cose oggi.
Ed è qui che vengono i guai. La piccola clientela, che faceva la fortuna del Banco di Sicilia per esempio, passata ad Unicredit, non promette bene. Vediamo di capirci qualcosa. Oggi Unicredit dichiara di essere alla ricerca di 400 mila nuovi clienti in tre anni, perché la clientela si è ridotta del 30 per cento dopo l’assorbimento di Capitalia. Quando in luglio del 2007 Unicredit assorbì Capitalia (Banca di Roma, Banco di Sicilia, Fineco e B-pop Carire) il numero di clienti raggiunse livelli assai considerevoli. Dal 2007 ad oggi la clientela si è ridotta di quasi un terzo. Devastante. Una banca che perde una tale quota di cliente dopo la fusione, invece che espandersi, vuol dire che è incappata in incidenti di percorso importanti. Quali?
Ha sbagliato modello di banca, dicono gli esperti.
Viene rimproverato al management di avere adottato un modello unico. E’ come se una boutique avesse confezionato un solo vestito per tutti: unico colore, unica misura. Taglia 50 per tutti, chi ci sta, bene, altrimenti – come dicevano i nostri nonni – acqua davanti e vento di dietro. Se il cliente è robusto deve dimagrire, se è più magro deve diventare bulimico.
Non è la Banca che si dovrebbe adeguare il cliente? Se l’abbiamo pensato, ci siamo sbagliato. O si è sbagliata la boutique?
 E allora?
 Allora, il Banco di Sicilia ha pagato più di tutti. Vi spiegheremo anche questo.

 

(continua)

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Anonimo 18 giugno 2010   00:06
L'utente ha risposto al commento di salvo.zappala del 18 giugno 2010. Visualizza »

 

Certamente Unicredit con l'avvento di Profumo non ha operato scelte di buon senso. Si è letteralmente smantellato un modello bancario che un tempo teneva molto in considerazione i propri clienti, per puntare invece sul mero profitto a tutti i costi, azzannando il bene primario ovvero il “cliente". Una per tutte - Unicredit tradendo la fiducia che noi clienti avevamo sulla banca, ha propinato a tanti di noi, ignari imprenditori, quei prodotti dal nome indefinito, i cosiddetti "derivati". La politica di crescita dimensionale qui in Sicilia è servita per razziare sul BdS fino al punto di cancellare l'identità ed il ruolo sociale di uno storico marchio ma soprattutto disorientando migliaia di dipendenti che nella fusione hanno smarrito quel senso di appartenenza che un tempo distingueva nettamente le banche. Adesso i dipendenti non si sentono più né BdS né Unicredit, ma semplici dipendenti accorpati in una fusione che, alla luce dei risultati, appare senza logica. La stessa parola “Unicredit” da il senso di una operazione compiuta nel nome di una impossibile fusione di marchi, storie, filosofie, modalità operative e stile. Il risultato (come riportato dal giornalista): una flessione del 30% di clientela. Nella mia azienda, dei circa 15 c/c bancari intrattenuti dal mio gruppo, né rimane uno solo con Unicredit. Quella gentilezza e professionale operatività dei dipendenti e del management del Credito Italiano non si respira più, era un rapporto che ti faceva sentire orgoglioso di esser cliente della banca in “doppio petto grigio”. E che dire di quel rapporto con i dipendenti del Banco di Sicilia, gente amichevole, più alla buona, sempre professionale e pronta ad aiutarti come se fossi uno di famiglia. Due filosofie operative che si integravano tra loro e molto utili allo sviluppo imprenditoriale siciliano. Tutto finito, adesso trovi gente apparentemente cordiale ma impotente oltre che distante dai problemi reali dell’impresa. E con questa esperienza declina anche il ruolo delle Istituzioni nel sistema bancario che nella nostra Regione rimane una esigenza, confermato adesso dalla nascita della Banca del Sud voluta dal ministro Tremonti. La Regione Sicilia non conta più nulla e la significativa partecipazione nel BdS, volutamente annacquata, facendola confluire nel più grande “gioco” di Unicredit, ne trova conferma.

Il detto “troppo grande per fallire”, oggi appalesa in tutta la sua gravità, il circolo vizioso in cui si è cacciato il sistema bancario mondiale, governato da un oligarchia sempre più ristretta. L’attuale crisi economica è figlia di questo sistema bancario non più tollerabile. Occorre un antitrust internazionale che detti nuove regole affinché si dia un limite alla crescita di questi mostri del debito (non più credito) pronti a mangiare tutto, anche i loro stessi clienti, pur di sostenersi e quindi costretti a spostare altrove le risorse del territorio favorendo le delocalizzazioni e tutte quelle pratiche di finanza speculativa che sono alla base del dissesto economico che stiamo subendo. Inoltre si è quasi totalmente perso il ruolo sociale delle grandi banche che fortunatamente invece permane in alcune realtà bancarie che della politica “di banca del territorio” ne hanno fatto la loro missione.

L'unicredit non aiuta i clienti tradizionali,anzi li tartassa con provvedimenti strani.i clienti sono numeri non persone.                

salvo.zappala 26 marzo 2010   08:40

 

Certamente Unicredit con l'avvento di Profumo non ha operato scelte di buon senso. Si è letteralmente smantellato un modello bancario che un tempo teneva molto in considerazione i propri clienti, per puntare invece sul mero profitto a tutti i costi, azzannando il bene primario ovvero il “cliente". Una per tutte - Unicredit tradendo la fiducia che noi clienti avevamo sulla banca, ha propinato a tanti di noi, ignari imprenditori, quei prodotti dal nome indefinito, i cosiddetti "derivati". La politica di crescita dimensionale qui in Sicilia è servita per razziare sul BdS fino al punto di cancellare l'identità ed il ruolo sociale di uno storico marchio ma soprattutto disorientando migliaia di dipendenti che nella fusione hanno smarrito quel senso di appartenenza che un tempo distingueva nettamente le banche. Adesso i dipendenti non si sentono più né BdS né Unicredit, ma semplici dipendenti accorpati in una fusione che, alla luce dei risultati, appare senza logica. La stessa parola “Unicredit” da il senso di una operazione compiuta nel nome di una impossibile fusione di marchi, storie, filosofie, modalità operative e stile. Il risultato (come riportato dal giornalista): una flessione del 30% di clientela. Nella mia azienda, dei circa 15 c/c bancari intrattenuti dal mio gruppo, né rimane uno solo con Unicredit. Quella gentilezza e professionale operatività dei dipendenti e del management del Credito Italiano non si respira più, era un rapporto che ti faceva sentire orgoglioso di esser cliente della banca in “doppio petto grigio”. E che dire di quel rapporto con i dipendenti del Banco di Sicilia, gente amichevole, più alla buona, sempre professionale e pronta ad aiutarti come se fossi uno di famiglia. Due filosofie operative che si integravano tra loro e molto utili allo sviluppo imprenditoriale siciliano. Tutto finito, adesso trovi gente apparentemente cordiale ma impotente oltre che distante dai problemi reali dell’impresa. E con questa esperienza declina anche il ruolo delle Istituzioni nel sistema bancario che nella nostra Regione rimane una esigenza, confermato adesso dalla nascita della Banca del Sud voluta dal ministro Tremonti. La Regione Sicilia non conta più nulla e la significativa partecipazione nel BdS, volutamente annacquata, facendola confluire nel più grande “gioco” di Unicredit, ne trova conferma.

Il detto “troppo grande per fallire”, oggi appalesa in tutta la sua gravità, il circolo vizioso in cui si è cacciato il sistema bancario mondiale, governato da un oligarchia sempre più ristretta. L’attuale crisi economica è figlia di questo sistema bancario non più tollerabile. Occorre un antitrust internazionale che detti nuove regole affinché si dia un limite alla crescita di questi mostri del debito (non più credito) pronti a mangiare tutto, anche i loro stessi clienti, pur di sostenersi e quindi costretti a spostare altrove le risorse del territorio favorendo le delocalizzazioni e tutte quelle pratiche di finanza speculativa che sono alla base del dissesto economico che stiamo subendo. Inoltre si è quasi totalmente perso il ruolo sociale delle grandi banche che fortunatamente invece permane in alcune realtà bancarie che della politica “di banca del territorio” ne hanno fatto la loro missione.

Anonimo 25 marzo 2010   21:14
L'utente ha risposto al commento di parlagreco del 25 marzo 2010. Visualizza »

Gentile lettore, l'anonimo autore dell'articolo è lo scrivente, che ha posto una sigla nell'incipit. Una sigla eloquente peraltro.

Chiedo scusa, sbadatamente non avevo visto, grazie comunque.

 

Gabriele Miele.

parlagreco 25 marzo 2010   19:43
L'utente ha risposto al commento anonimo del 25 marzo 2010. Visualizza »

Complimenti per l'articolo che fa un po' di "storia bancaria siciliana"che di sicuro non guasta.

Non capisco pero' l'anonimo autore dell'articolo, quando vuole quasi elogiare il fatto che banca Intesa faccia lo scambio tra genitori e figli, balorda pratica peraltro ampiamente diffusa in passato al Bds, infatti non si capisce il motivo per cui se il padre fa' il bancario, il figlio debba avere maggiori possibilita' di altri meritevoli coetanei di esserlo a sua volta.

Come del resto è riprovevole la scelta di Unicredit di "esternalizzare" alcune lavorazioni in Romania sfruttando un costo del personale notevolmente più basso.

Grazie.

 

Gabriele Miele.

 

Gentile lettore, l'anonimo autore dell'articolo è lo scrivente, che ha posto una sigla nell'incipit. Una sigla eloquente peraltro.

Anonimo 25 marzo 2010   19:24

Complimenti per l'articolo che fa un po' di "storia bancaria siciliana"che di sicuro non guasta.

Non capisco pero' l'anonimo autore dell'articolo, quando vuole quasi elogiare il fatto che banca Intesa faccia lo scambio tra genitori e figli, balorda pratica peraltro ampiamente diffusa in passato al Bds, infatti non si capisce il motivo per cui se il padre fa' il bancario, il figlio debba avere maggiori possibilita' di altri meritevoli coetanei di esserlo a sua volta.

Come del resto è riprovevole la scelta di Unicredit di "esternalizzare" alcune lavorazioni in Romania sfruttando un costo del personale notevolmente più basso.

Grazie.

 

Gabriele Miele.

 

Anonimo 25 marzo 2010   16:56

In italiano affatto significa interamente, del tutto. Affatto è però oggi più spesso adoperato come rafforzativo di non.

Quindi scrivere "è affatto roseo" è come scrivere "è del tutto roseo" o " senza ombra di dubbio roseo". Per dargli il significato opposto bisogna quindi aggiungere un bel non.

 

Con stima

Gaetano 

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