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Il napalm sul sistema bancario siciliano. Chi ordinò la dissoluzione del credito regionale?

01 marzo 2010 19:28
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www.siciliainformazioni.com

(di Giovanni Rosciglione) Circa 15 anni fa ebbe inizio la crisi del sistema bancario siciliano. La nostra è oggi la sola grande regione europea che non ha saputo conservare – sia pure all’interno di un gruppo di dimensioni adeguate al mercato – nessuna delle sue Banche storiche con un’autonomia operativa sufficiente a collegare allo sviluppo del territorio la propria missione.

 

Oggi, mentre si discute di banca del Sud e si riprende a parlare di questione meridionale, qualcuno si sorprende che Unicredit voglia cancellare di fatto la residua e minima autonomia del Banco di Sicilia. Né può sorprendere che tra i gruppi interessati a prendere il posto del Banco come azienda creditizia di riferimento regionale ci sia Banca Nuova del gruppo delle popolari vicentine di Zonin.

 

Tuttavia per capire quello che oggi sta succedendo non sarebbe male riportare alla memoria come allora si pose mano alla ristrutturazione del sistema creditizio isolano.

Nessuno di certo potrebbe negare l’ineluttabilità del processo di accorpamento e privatizzazione del settore creditizio per adeguarlo alla dimensione continentale, né tantomeno può rimpiangere il sistema bancario isolano del passato, così pervaso dai condizionamenti politico/clientelari della Regione e dall’opacità dei suoi rapporti con alcuni settori dell’economia isolana.

 

Certo non chi fu tra i non molti che quelle condizioni denunziarono reiteratamente, chiedendo anche per tempo alla Banca d’Italia di intervenire.

 

Ma occorre sapere che, quando quell’intervento ci fu, pur in ritardo, tutto produsse tranne il raggiungimento dei fini che doveva ripromettersi: un sistema più trasparente, più solido e più efficace per il supporto allo sviluppo economico del territorio.

Sarò  brevissimo, fidando, più che nella mia, nella memoria di chi legge:

 

  • Innanzitutto l’errore della liquidazione della Sicilcassa e l’incorporazione con il Banco di Sicilia: la Sicilcassa poteva essere risanata e messa sul mercato per una fusione con un grande Gruppo italiano; in ogni caso la sommatoria di due banche con le medesime debolezze, una rete sportelli sovrapposta e differenti procedure tecnologiche era un esempio negativo del manuale delle razionalizzazioni industriali.  Da notare anche una gestione – ancora oggi operante - della società di Liquidazione Sicilcassa avvenuta in un cono d’ombra della pubblica opinione.
  • L’ingresso per conto del Tesoro di Mediocredito Centrale e del suo management guidato da Gianfranco Imperatori segnò una fase di stand bay utile ad una prima razionalizzazione ed alla necessaria ricerca di un partner adeguato.
  • Quel management, con il supporto dei sindacati di categoria e delle associazioni produttive, aveva prodotto un progetto di risanamento, individuando la soluzione migliore nell’offerta di acquisto proposta proprio dal Gruppo delle Banche Popolari vicentine guidato da Zonin, che si dichiarava disponibile a sottoscrivere una quota maggioritaria, che si completava con le quote minoritarie degli industriali siciliani, del personale del Banco e quelle della stessa Regione. Eravamo alla fine degli anni 90.
  • La Banca d’Italia, governata da Fazio, scelse invece l’unica altra offerta della Banca di Roma del dottor Geronzi, con una procedura perlomeno strana che – a gara in scadenza – precisava che le offerte per essere valide dovevano riferirsi all’acquisto da parte di un singolo offerente dell’intera quota societaria. L’offerta Zonin fu esclusa pur proponendo un prezzo di acquisto per singola quota superiore a quello di Geronzi e pur presentando un piano industriale certamente più plausibile ed efficace (il Gruppo a quei tempi non era ancora presente in Sicilia).
  • Banca di Roma procedette allo smantellamento, più che alla razionalizzazione, del sistema bancario in Sicilia, vendendo poi tutto il Gruppo Capitalia a Unicredit e riposizionando il suo leader nella cabina di  regia di Mediobanca. Il resto è cronaca di oggi che, con la cancellazione della ragione sociale del Banco di Sicilia, toglie l’ultimo velo di ipocrisia all’operazione. 

 

Il successo siciliano del Gruppo Zonin con Banca Nuova è d’altro canto la prova che aveva visto giusto chi puntava sul progetto alternativo a Banca di Roma, avendo come obiettivo possibile l’efficacia di un rigoroso piano industriale di razionalizzazione e competitività del sistema creditizio isolano.

 

Intanto sono passati 15 anni in cui si sono dissipate ingenti risorse economiche e professionali del settore creditizio isolano, si è mortificata un’intera categoria di lavoratori che, in maggioranza, non aveva alcuna responsabilità nei vizi del sistema, si sono cancellati pezzi di cultura che pure erano patrimonio comune. Tutto a fronte di un progressivo affievolimento delle funzioni di sostegno che il sistema bancario avrebbe dovuto assicurare all’iniziative di crescita economica del territorio.

 

Mi preme ricordare questo perché proprio oggi vedo volteggiare sulle spoglie del sistema creditizio isolano alcuni gruppi, persone e conventicole che di quella spoliazione della nostra terra sono stati i beneficiari politici ed economici.

© Riproduzione riservata
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Anonimo 02 marzo 2010   17:41
L'utente ha risposto al commento anonimo del 02 marzo 2010. Visualizza »

Memoria corta sulle vicende bancarie siciliane di 15 e più anni fa; tutto dimentcato: i £ 20.0000 miliardi scomparsi per incauti finanziamenti agli amici dei politici insediati nel BdS; £ 10.000 miliardi spariti dalle Casse di Risparmio V.E. per analoghi motivi di bieco e truffaldino clientelismo, in totale 30.000 miliardi di lire svaniti nel nulla.........

Le Casse di risparmio VE sparirono e se il BdS non sparì lo si deve al semplice fatto che il governo di Roma ordinò alla Banca d'Italia, al Banco di Napoli ed al Banco di Roma di salvare il salvabile. 

I politici siciliani veri responsabili dei due fallimenti di fatto, per giunta recitarono la parte degli offesi - e l'hanno continuato a recitare fini a ieri con  Cuffaro - perchè il peso della Sicilia venne drasticamente ed a ragione ridotto negli organismi di amministrazione del nuovo BdS.  Tutta gratitudine per il salvataggio...

Credo inoltre che non abbia pagato nessuno per quei due crack, come al solito.

                                                  paolo_gulinello@hotmail.com

Troppo, troppo buono con il sistema bancario italiano che - come descritto da lei - parrebbe fatto da disinteressate crocerossine.

Il BdS non aveva bisogno di alcun salvataggio, quello che Lei dice è semplicemente falso. E nella ristrutturazione del sistema bancario nazionale sarebbe potuta essere una delle tante banche che incorporavano anziché essere incorporata (come il Monte paschi). Ma così non si volle per ragioni politiche. Per le stesse ragioni non si volle per tempo vigilare su Sicilcassa sapendo benissimo che stava dilapidando il proprio patrimonio.

Poi si impose a BdS, che non ne aveva bisogno, di incorporare Sicilcassa con i soldi della Banca di Roma in modo che quest'ultima, senza motivo e senza colpo ferire, se ne inghiottisse due in un colpo.

E ci si dimentica che in passato la Regione colmava con i propri istituti i propri disavanzi, pagando ... a se stessa gli interessi passivi sul debito, mentre oggi una parte dei nostri tributi vanno ad ingrassare la solita plutocrazia.

Forse bisogna informarsi un po' di più. Il Banco di Napoli citato, ad esempio, nella vicenda non c'entra nulla, anzi fu fagocitato anch'esso dalle banche del nord, compiendo un processo di spoliazione del sistema bancario meridionale che era iniziato 150 anni fa.

Saluti.

Massimo Costa

Anonimo 02 marzo 2010   16:18
L'utente ha risposto al commento anonimo del 02 marzo 2010. Visualizza »

ma cosa sono le banche popolari vicentine??? non credo siano mai esistite...

semmai la banca popolare vicentina...oggi banca popolare di vicenza...

quando si scrive bisogna essere informati

Memoria corta sulle vicende bancarie siciliane di 15 e più anni fa; tutto dimentcato: i £ 20.0000 miliardi scomparsi per incauti finanziamenti agli amici dei politici insediati nel BdS; £ 10.000 miliardi spariti dalle Casse di Risparmio V.E. per analoghi motivi di bieco e truffaldino clientelismo, in totale 30.000 miliardi di lire svaniti nel nulla.........

Le Casse di risparmio VE sparirono e se il BdS non sparì lo si deve al semplice fatto che il governo di Roma ordinò alla Banca d'Italia, al Banco di Napoli ed al Banco di Roma di salvare il salvabile. 

I politici siciliani veri responsabili dei due fallimenti di fatto, per giunta recitarono la parte degli offesi - e l'hanno continuato a recitare fini a ieri con  Cuffaro - perchè il peso della Sicilia venne drasticamente ed a ragione ridotto negli organismi di amministrazione del nuovo BdS.  Tutta gratitudine per il salvataggio...

Credo inoltre che non abbia pagato nessuno per quei due crack, come al solito.

                                                  paolo_gulinello@hotmail.com

Anonimo 02 marzo 2010   12:27

la crisi bancaria siciliana è iniziata 15 anni fa'?

vi consiglio di leggere questo articolo che ha una visione molto più ampia....

http://www.scomunicando.it/cultura/no-banca-si-parti.html

Anonimo 01 marzo 2010   21:50

ma cosa sono le banche popolari vicentine??? non credo siano mai esistite...

semmai la banca popolare vicentina...oggi banca popolare di vicenza...

quando si scrive bisogna essere informati

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