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Un sotterraneo e febbrile vitalismo pervade le opere di Fulvio Di Piazza. Un sentimento panico della natura, che la muove dall'interno, infondendo linfa vitale ad ogni dettaglio cromatico: sotto il velo di un'apparente oasi di serenità apollinea, si nasconde una forza caotica dionisiaca e dirompente. I quadri del pittore siciliano, esposti nella personale da poco inaugurata a Palermo, nelle sale di Palazzo Ziino, sembrano vivere di vita propria, qualità che dovrebbe accomunare tutte le autentiche opere d'arte.
Le tele esposte per la prima volta nel capoluogo siciliano, in mostra fino al 13 aprile, appartengono ad una produzione che va dal 2007 ad oggi. Fanno parte di due recenti personali dell'artista: Succuland, inaugurata nel 2008 a Los Angeles, presso la galleria Bonellicontemporary, e D'io frana, ospitata fino a pochi mesi fa alla Colombo di Milano.
L'anima visionaria di Di Piazza, questa volta, ci conduce, sorniona, in un “paese delle meraviglie” in cui la natura camaleontica muta forma in ogni quadro. I fiabeschi paesaggi dell'artista sembrano dirci che un'anima invisibile e misteriosa si muove ed abita ogni albero, foglia o filo d'erba. La sovrabbondanza di dettagli nascosti, da scoprire come in un gioco, elemento tipico dello stile del pittore, in questo caso serve ad insegnare un linguaggio nuovo alla natura, a liberare l'arcana anima mundi che lo spettatore può riconoscere solo con una comunione simbiotica con il paesaggio che osserva.
Così le montagne possono nascondere volti bizzarri (Orribhill, Sauno) o assumere le forme più improbabili (Paesaggio in fiore); la lava incandescente può plasmarsi in un presidio di guerra (Fortino) o nascondere un trenino sbuffante in mezzo ad alberi dai colori sgargianti (Distretto fonderie). Su ogni quadro la luce assume una funzione decisiva: è l'elemento che più di ogni altro rende magico e straniero lo scorcio di natura che si osserva. Restituisce con immediatezza la sostanza onirica di cui è pregna la pittura: è una luce fantasmagorica di cui il demiurgo Di Piazza si serve per illuminare un mondo dimenticato, a cui, forse, torneremo presto.
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