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Garibaldi si pentì di aver consegnato il Regno delle Sicilie ai Savoia

di Giuseppe Di Bella
08 maggio 2010 13:28
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In questi giorni in cui ricorre il 150° anniversario dell’invasione garibaldina della Sicilia, ritengo interessante, quale elemento di comune riflessione, riproporre un aspetto politico e umano della vicenda unitaria, non molto evidenziato da buona parte della storiografia, ovvero il palese pentimento di Garibaldi per aver consegnato il Regno delle due Sicilie alla Dinastia dei Savoia.

 

Ritengo inoltre molto interessante ed opportuno, nonché equo, dare la parola al protagonista della vicenda ed ascoltare dalla sua voce, quale fu la sua opinione sull’opera che aveva portato a termine todo modo.

 

Non sappiamo quale sia l’indice di sincerità di Garibaldi quando scrive dei fatti militari, poiché gli scritti del Generale sono spesso romanzati e reticenti, specialmente sui punti relativi agli aiuti internazionali ed alle questioni attinenti al ruolo della massoneria, e non solo.

 

Ma nel caso in esame il pentimento di Garibaldi sembra sincero quanto inserito in un sistema strettamente logico, anche perché non ha nulla da guadagnare, al contrario assume con questi scritti una posizione invisa al Governo, al Parlamento ed alla Monarchia ed infine pericolosa.

 

Non va infatti dimenticato che il Governo sardo, e poi quello italiano di Vittorio Emanuele, non furono mai teneri col Generale ed in una lettera a Napoleone III, del 19 ottobre 1867 (Il guerrigliero di Nizza aveva appena servito il Re nella terza guerra di indipendenza) così si esprimeva: “Garibaldi è stato arrestato due volte contro le nostre leggi e lo sarebbe stato una terza, senza la crisi ministeriale”.

 

La critica alla Corona e l’autocritica che esamineremo sono esplicite ed a tratti ingenue, poiché risulta evidente che Garibaldi con queste dichiarazioni, si mette da solo sotto una pessima luce ed è cosciente di fare infine la figura dell’utile idiota, nelle mani di Cavour e Vittorio Emanuele, come da taluni venne indicato.

 

Il pentimento è un sentimento positivo, specie quando è esito di piena coscienza delle conseguenze delle nostre azioni, ma questo di per se non è sufficiente a riabilitare chi avrebbe dovuto, almeno fin dal 1848, conoscere le idee politiche e soprattutto gli uomini al servizio dei quali si poneva.

 

A chi conduce gli eserciti, a chi conquista i regni terreni concimandoli col sangue e poi li regala, non è perdonabile l’errore sul destinatario del dono.

Garibaldi sostanzialmente ripudia la sua stessa malfatta creatura ed il patrigno di questa, e paradossalmente diviene il principale critico degli effetti dell’unità italiana nel Mezzogiorno: comprende forse prima di ogni altro, che la questione meridionale è nata con la sua impresa realizzata in modo improvvido, intempestivo ed inadeguato.

Non sono stati sufficienti 150 anni per correggere i gravissimi errori politici di impostazione, dolosamente commessi nel 1860.

 

Monarchia, Fascismo e Repubblica non hanno riparato quei danni ed oggi la questione meridionale è più grave che allora.

 

Garibaldi ripudia i Savoia  

 

Il 24 settembre 1874, Garibaldi inviò al notaio Gaetano Cattaneo un corposo manoscritto accompagnato dalla seguente dichiarazione: “Il D.re Riboli vi rimetterà il manoscritto autografo dei Mille, ch’io lego ai miei bambini Manlio e Clelia, e che vi prego di tener depositato presso di voi sinchè dagli stessi reclamato, o da chi legalmente per loro”.

 

Il manoscritto perviene nel 1933 all’archivio del Museo del Risorgimento per dono di Donna Clelia Garibaldi. La grafia è nitida e sicura, poche sono le correzioni e le note.

L’opera fu scritta dal Generale tra il 1870 ed il 1872, dopo la presa di Roma e dunque ad unificazione veramente compiuta, ed è da considerare la risposta politica di Garibaldi alle accese polemiche insorte attorno all’unità nazionale, a come essa venne conquistata ed al fallimento delle politiche sociali ed economiche dei Savoia, specialmente nel Mezzogiorno. La prima edizione del libro, finanziata con una sottoscrizione, vedrà la luce nel 1874.

 

Si consideri inoltre che nel decennio trascorso si erano registrate diffuse proteste contro lo Stato italiano e rivolte sociali e politiche, represse con efferata violenza dall’esercito e che il brigantaggio, alimentato dal malcontento, era un capitolo ancora aperto, una spina nel fianco del Governo che tentava con ogni mezzo di sminuire il fenomeno dal punto di vista politico, cercando di gabellarlo come fatto esclusivamente criminale.

 

Questo scritto di Garibaldi, segue le aspre polemiche collegate alle pubblicazioni del Diario militare dell’ammiraglio Persano e dell’Epistolario di Giuseppe La Farina che determinarono una violenta tempesta politica e sociale, nella quale i repubblicani e la stessa sinistra criticavano aspramente l’operato del Generale ed il modo in cui si ottenne l’unità. Ma il testo è certo anche l’esito della presa di coscienza del Generale della inadeguatezza della Dinastia, a fronte del fallimento, se non della omissione, di una adeguata politica socio economica.

 

Il Generale era furioso e scrisse senza veli il suo pensiero, anche se cautela e prudenza gli consigliarono, per bocca di tanti amici, di esprimersi sotto le mentite spoglie del “Romanzo storico”. Invero nell’introduzione postuma Garibaldi afferma: ”E qui io devo una confessione al lettore: io scrissi bene o male sotto forma romantica una campagna ch’io potevo esibire puramente storica, e che spero, narrata nelle mie memorie senza involto romantico, essa potrà bene, alla storia servir di materiale.”

 

Garibaldi con I Mille, volle chiarire la sua mutata posizione politica, determinata dal fatto che proprio nel momento in cui si era compiuta l’unità con la presa di Roma, la Dinastia si palesava impari al compito che la storia le aveva assegnato e forse neanche moralmente degna di questo.

Risultava conseguente un diffuso accanimento politico contro gli eventi che avevano portato alla creazione del Regno d’Italia e soprattutto contro l’impresa che ne era stata il cardine, ovvero l’invasione garibaldina e la conseguente caduta del Regno delle due Sicilie.

 

Queste sono parole del generale:

“I Governi sono generalmente cattivi, perchè d’origine pessima e per lo più ladra; essi, con poche eccezioni, hanno le radici del loro albero genealogico nel letamajo della violenza e del delitto.

Al loro sorgere – tempi feudali – essi dopo d’aver cacciato l’aquila dal suo nido l’occupavano e da li piombavano sulle inermi popolazioni, rubando quanto a loro conveniva: messe, frutta, donne e sostanze d’ogni specie, per provvederne i loro covili che chiamavan castelli.

 

A’ tempi nostri (1870) non meno feudali di quelli, più potenti i signori, più numerosi i birri e più servili e prostituiti i satelliti, benché i bravi si chiamino “Pubbliche sicurezze” e i Signori Re e Imperatori, credo si stia in peggiori condizioni, essendo gli ultimi più potenti dei primi e con una sequela di legali cortigiani, sempre pronti a sancire, colla maggioranza dei loro voti, ogni più turpe mercato delle genti o delle loro sostanze.

 

Al governo della cosa pubblica poi, giacchè i padroni regnano o imperano e non governano, vi si collocano sempre coloro che ne son meno degni, od i più atti a governare, non volendo i despoti gente onesta a tali uffici, ma disonesti come loro, striscianti e corruttori parassiti, coll’abilità della volpe o del coccodrillo.

Ciò non succede soltanto nelle monarchie dispotiche, più o meno mascherate da liberali, ma spesso anche nelle Repubbliche, ove gl’intriganti s’innalzano sovente ai primi posti dello Stato, ingannando tutto il mondo con ipocrisie e dissimulazioni, mentre gli uomini virtuosi e capaci, perché modesti, rimangono confusi nella folla, a detrimento del bene pubblico.”

 

La polemica coi repubblicani

 

Aperta e senza mezzi termini la polemica con i repubblicani, che mostra una certa confusione politica:

“Io ho sempre inteso per Repubblicani i propugnatori dei diritti dell’uomo contro la tirannide, e tali eran certamente i Mille ed i loro valorosi commilitoni del 60. Ciò sia detto spero per l’ultima volta, a confutazione di quei dottrinari (massime mazziniani) che voglion oggi far monopolio dell’idea Repubblicana come se ne fossero essi gl’inventori, come se non fossero mai esistite Repubbliche, e che hanno sempre l’aria di non volermi perdonare la spedizione di Marsala, di non avervi proclamato la Repubblica e di non averla proclamata in altre occasioni in cui mi sono trovato in comando”.

 

Si noti l’ossimoro politico dei “garibaldini repubblicani” come il loro capo, che consegnano il Regno da una monarchia all’altra. Un’ingenuità politica che ben rappresenta una certa “confusione”, che spesso ha connotato le scoordinate azioni del Generale.

 

Non meno violento è l’attacco al Governo ed al Parlamento italiano e solo la fama d’eroe internazionale ed i meriti acquisiti con l’unità, e forse la paura di una rivolta, possono aver salvato, ancora una volta, Garibaldi dal carcere se non dal patibolo:

 

“Vi sono molti birbanti nel mondo, massime tra i popoli ove domina la corruzione del prete e della tirannide. Ivi si perviene ai gradi, agli onori, all’agiato vivere a forza di bassezze, di umiliazioni e di servilismo; quindi l’onestà non è merito, ma lo è l’adulazione e la flessibilità della schiena e della coscienza.

Fra cotesti birbanti, alcuni onesti o sono impercettibili nella folla o sono tenuti in diffidenza, per il scetticismo che invade le moltitudini sì sovente ingannate. Eppure io conosco degli onesti che potrebbero migliorare la condizione umana, se non vi fossero tanti pregiudizi e tante dottrine.

 

Ma come si deve aver fede in cinquecento individui, la maggior parte dottori (… han fatto prova così cattiva fin’ora nei Governi e nei parlamenti da far disperare di loro) e la maggior parte venali, uomini che vengono su dalla melma ove li condannarono la dappocaggine e sovente il vizio; vengono su, dico, a forza di cabale e di favoritismo e si siedono sfacciatamente tra i legislatori d’una nazione coll’unico interesse individuale e disposti sempre a sancire ogni ingiustizia monarchica, coonestando così gli atti infami di governi perversi, che senza quella ciurma di parassiti, avrebbero responsabilità dei loro atti, mentre con parlamenti servili, essi sono despotici e compariscono o si millantano onesti.

 

Questi cinquecento fra cui v’è sempre qualche buono, disgraziatamente, si usano come governanti nelle monarchie non solo nei governi imposti, ma pure nei paesi, ove la caduta delle monarchie, come in Ispagna e in Francia, ha lasciato le nazioni padrone di loro stesse … E perchè non scegliere un onesto solo per capitanare la nazione e con voto diretto ? Non è più facile trovarne uno che cinquecento?”

 

Queste affermazioni sulla utilità della Dittatura, nel senso del diritto romano, ovvero scelta dal popolo, è ridondante in tutto il testo: non è inverosimile scorgervi il dubbio postumo di Garibaldi, che sarebbe stato meglio tentare la via di una Dittatura elettiva delle Sicilie.

 

Il coltello nella schiena: i pupari all'opera

 

Poi Garibaldi si toglie il macigno che gli sta sul cuore da dieci anni e attacca direttamente Vittorio Emanuele e la sua incapacità di realizzare quell’idea di un’Italia Patria vera degli italiani, alla quale il Generale aveva sacrificato perfino la coscienza e infine l’anima, vendendola al diavolo.

 

“Il nido monarchico (Napoli) venne occupato dagli emancipatori popolani ed i ricchi tappeti delle reggie furon calpestati dai rozzo calzare del proletario.

Esempi questi che dovrebbero servire a qualche cosa, almeno al miglioramento della condizione umana, che non servono, per l’albagia e la cocciutaggine degli uomini del privilegio, che non si correggono nemmeno quando il leone popolare, spinto alla disperazione, li sbrana con ira selvaggia. ma giusta e sterminatrice!

 

I Napoletani, come i Siciliani, non secondi a nessun popolo per intelligenza e coraggio individuale, furon quasi sempre mal governati e sventuratamente molte volte con sul collo dei governi stranieri che solo cercavano di scorticarli e tenerli nell’ignoranza. Ai pessimi governi devesi quindi attribuire il poco progresso in ogni ramo di civilizzazione e prosperità nazionale.

 

E questo governo sedicente riparatore, fa egli meglio degli altri? Egli poteva farlo! Doveva farlo! Nemmen per sogno: coteste ardenti e buone popolazioni che con tanto entusiasmo avean salutato il giorno del risorgimento e dell’aggregazione alle sorelle italiane, sono oggi ….si! oggi ridotte a maledire coloro che con tanta gioja, un giorno, chiamaron liberatori!”

 

“… il felice regno (delle due Sicilie). Felice! poteva chiamarsi, giacché con tutti i vizi, di cui era incancrenito, il suo governo occupavasi almeno che non morissero di fame i sudditi … Si sa quanto solerte era il governo borbonico per far mangiar

a buon mercato il pane ed i maccheroni … occupazione che disturba poco la digestione di coteste cime che governano l’Italia. Giù il cappello però, esse le cime hanno fatto l’Italia ed avranno fra giorni una statua in Campidoglio, non so di che roba”.

 

Dichiarati persino affamatori del popolo i Regnanti, Garibaldi si sofferma sulla vicenda napoletana, sulle mene di Cavour e Vittorio Emanuele per appropriarsi della vittoria e piegarla al giogo sabaudo, nei modi e nei tempi da essi voluti.

 

Traditori di uomini e traditori di idee 

 

E’ il caso di annotare che nel periodo napoletano Garibaldi prese il titolo di “Dittatore delle due Sicilie”. Questa circostanza destò enormi preoccupazioni a Torino, dove tutto si misurava col metro dell’inganno, sulle vere intenzioni del Generale, temendosi la proclamazione della Repubblica e un colpo di testa del Dittatore subornato dagli accorsi Mazzini e Dumas.

 

In realtà Garibaldi avrebbe voluto detenere, ben oltre la data dei Plebisciti, un’ampia ed autonoma Dittatura delle Sicilie per sondare la possibilità di una azione su Roma o infiltrarsi e provocarvi moti annessionisti. Non era certo intenzionato a rimanere Dittatore delle Sicilie. Ne è prova incontestabile il secondo Decreto dato a Napoli nelle stesso giorno della presa del potere, Decreto con il quale Garibaldi dispone l’aggregazione immediata alla squadra navale di VITTORIO EMANUELE di tutta la marineria, sia da guerra che mercantile, delle Due Sicilie.

 

Napoli, 7 Settembre 1860

ITALIA E VITTORIO EMANUELE

IL DITTATORE DELLE DUE SICILIE

Decreta

Tutti i bastimenti da guerra e mercantili appartenenti allo Stato delle Due Sicilie, arsenali, materiali di marina, sono aggregati alla squadra del Re d'Italia VITTORIO EMANUELE, comandata dall’Ammiraglio Persano.

Il Dittatore

G. GARIBALDI.

 

Questo titolo Egli utilizzò da subito nel primo Decreto del 7 settembre, dato in merito alla nomina di Ministri e Direttori dei Dipartimenti, con il quale confermava il famigerato Don Liborio Romano, in stretti rapporti con la camorra, “Al suo posto del Ministero dell'interno”.

 

Procede e non fa sconti il Generale e diventa il primo dei pentiti dell’unità fatta male, ma soprattutto pentito di aver regalato l’Italia ai Savoia.

“Frattanto (8 settembre) ogni sollecitudine era spinta sino al ridicolo dagli aspiranti al merito di propaganda e d’intrighi per la Monarchia - messia, cioè Sabauda, che avean usato i più ignobili e gesuitici espedienti per rovesciare Francesco II e sostituirlo.

 

Tutti sanno le mene d’una tentata insurrezione, che dovea aver luogo prima dell’arrivo dei Mille e per toglier loro il merito di cacciar i Borboni; ciocchè poteva benissimo eseguirsi, se la codardia non fosse l’apannagio dei servi.

 

Non ebbero il coraggio d’una rivoluzione i Sabaudi fautori, ma ne avevan molto per intrigare, tramare, sovvertire l’ordine pubblico, con delle miserabili congiure e delle corruzioni fra i mal fermi servi della dinastia tramontante. E quando nulla avean contribuito negli ardui tempi della gloriosa spedizione, oggi che si avvicinava il compimento dell’impresa la smargiassavano da protettori nostri, sbarcando truppe dell’Esercito Sardo in Napoli (per assicurare la gran preda s’intende) e giunsero a tal grado di protezionismo da inviarci due compagnie dello stesso esercito, il giorno dopo la battaglia del Volturno, cioè il 2 Ottobre.

 

Era bello veder i Regi settentrionali usar ogni specie di fallace ingerenza, corrompendo l’esercito borbonico, la marina, la corte, servendosi di tutti i mezzi più subduli, più schifosi, per rovesciare o meglio, dare il calcio dell’asino a quel povero diavolo di Francesco, che finalmente era un re come gli altri, con meno delitti, senza dubbio, per non aver avuto il tempo di commetterne, essendo giovane ancora. E rovesciarlo per sostituirvisi e far peggio!”

 

Garibaldi poi getta luce sul suo frettoloso ritorno a Palermo e sulla sua contrarietà al Plebiscito, o almeno sui tempi di esso, che interferivano col suo progetto di conquistare Roma.

 

“Anche a Palermo, com’era naturale, tramavano i fautori della monarchia sabauda e gettavano contro i Mille la diffidenza delle popolazioni, spingendola ad una annessione intempestiva. Essi mi obbligarono di lasciar l’esercito sul Volturno, alla vigilia di una battaglia, per recarmi nella capitale della Sicilia a placare quel bravo popolo suscitato dai Cavoriani agenti”.

 

Il pentimento di Garibaldi su come venne fatta l’unità, lo si percepisce a pieno quando commenta la vicenda dei Plebisciti (citandola direttamente o indirettamente), è furente: le parole che utilizza nel 1870, lo mettono a rischio della vita:

 

“La libertà poi, è un ferro a due fendenti. L’autocrate è il più libero degli uomini e della libertà si serve generalmente per nuocere. Il proletario, che più d’ogni altro abbisogna di libertà, quando giunge a possederla, la prostituisce o la trasforma in licenza.

 

Voi mi direte che foste ingannati, uomini del popolo, quando vi corruppero; quando vi fecero gridar Viva la morte! E quando vi condussero a gettar nell’urna il vostro voto per un ladro, un servile od un tiranno! Ma voi vi lasciaste condurre, perversi!”

 

Ma ancor più palese è l’accusa di inettitudine, chiaramente manifestata, che rivolge ai Savoia. Garibaldi dunque si accorse subito dopo l’unità di aver a che fare con personaggi altamente inaffidabili e con un Re che solamente fingeva di liberaleggiare ed al quale delle popolazioni meridionali poco importava, se non lo sfruttamento.

 

La rivoluzione siciliana quindi è alimentata e guidata da Garibaldi, un uomo che ancor prima di partire da Quarto, era già sceso a compromessi con le sue idee repubblicane ed anticlericali in nome dell’Italia unita. E dopo averle tradite, si accorge che è stata tradita quell’idea dell’Italia che lo aveva ispirato e costretto a compromettersi con tali personaggi da operetta: il fallimento politico e umano è totale e l’amarezza traspare ad ogni parola insieme alla delusione.

 

L’impresa garibaldina è connotata dal tradimento: tradito Francesco dai suoi generali e dall’affettuoso cugino che nega di aiutare Garibaldi, ingannato il popolo dai proclami del Dittatore e infine, ironia del destino, tradito dai suoi registi perfino il Condottiero.

 

L’epilogo dello scritto è eloquente quanto disperato: “Tutte le cariatidi della Monarchia, come i primi, consueti al dolce far niente ed a nuotare nell’abbondanza, oggi piegando la schiena al lavoro.

Non più leggi scritte. Misericordia! Grideranno tutti i dottori dell’Universo, oggi obligati anche loro a menar il gomito per vivere. Finalmente una trasformazione radicale in tutto ciò che abusivamente chiamavasi civilizzazione e le cose non andavano peggio! Anzi scorgevasi tale contentezza sul volto di tutti e tale soddisfazione, per il nuovo stato sociale, ch’era un vero miracolo!

 

Era però un sogno! Io mi svegliai beneficato certamente dalla visione; amareggiato però, subito dopo, dalla nauseante realtà della Società odierna.

 

E cercai quindi, addolorato, di ripigliare la strada dell’isolata e deserta mia dimora.”

 

Garibaldi che venne in Sicilia al grido di “Italia e Vittorio Emanuele”, primo fautore dell’unità nazionale savoiarda, è il primo ad ammettere il fallimento del processo unitario e l’incapacità dei Savoia di realizzare la Nazione degli italiani, la loro Patria futura. Ma ormai è tardi, il giorno del Generale è finito ed il sole dell’ideale non illumina più il suo Astro.

 

L’anima della Sicilia attende da secoli, arsa come la zolla solcata dal caldo d’agosto, una goccia di giustizia. Attende il fremito d’ali di una farfalla, un battito unisono dei cuori dei suoi figli che spezzi le catene della sua storia … prima che il giorno finisca.

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Anonimo 17 maggio 2010   13:51
L'utente ha risposto al commento anonimo del 17 maggio 2010. Visualizza »

Gent.mo Di Bella,

su quest'ultimo episodio da Lei citato, sarebbe interessante saperne di più.

Certo è che Garibaldi non avrà mai pensato alla Repubblica Siciliana in quanto tale, unionista e democratico qual era (e italiano per di più).

La sua idea mi sembra di più ricalcare quella di una redizione della "repubblica romana" del 1848, cioè di una repubblica "italiana" su di un lembo parziale d'Italia.

Perché l'ha pensata in un certo momento? Perché le cose andarono diversamente? Quali sarebbero state le conseguenze a lungo andare?

Si tratta di una cosa tanto importante quanto assai poco nota. E' certo che molti atti garibaldini si riallacciano, in cerca di legittimità, più su quella passata della Sicilia indipendente, che non su quella futura dell'Italia unita che ancora doveva essere pensata: la dittatura di Salemi è "di Sicilia" (cioè di uno stato di Sicilia separato da Napoli, è errato tecnicamente parlare di Salemi come prima capitale d'Italia), il decreto di Alcamo si riallaccia ai provvedimenti del governo rivoluzionario del 1848, il Parlamento stava per essere riconvocato, ora questo scoop, insomma...

Insomma non è un caso.

Cos'era? Titubanza sulla riuscita del complotto inglese nel Continente? Paura di dover regalare (come poi fece) tutto ad una monarchia moderata? Tentativo di instaurare una repubblica democratica duratura? Sicurezza di avere su quel territorio (almeno) la protezione britannica senza bisogno di farsi depredare pure dai Savoia?

E poi? Cosa successe? Contrordine da Londra che si sentiva tutelata anche da un'Italia unita? Collasso interno del Regno di Napoli che rendeva inutile un salvataggio parziale di Francesco II? Ricatto di Cavour che era stato tra i finanziatori/organizzatori occulti dell'intera spedizione?

E, infine, cosa sarebbe successo se le posizioni si fossero cristallizzate in quel modo?  L'Unità d'Italia sarebbe restata quella del Centro-Nord, come voleva la Francia?

La Sicilia, indipendente, sarebbe rimasta per molto tempo sotto protezione britannica sino a che, prima o poi, gli inglesi non se ne sarebbero andati (tipo Malta)?

Da questo quadro appare ancora una volta come non solo il 1860 sia stato una catastrofe per il Sud e la Sicilia, ma come, per quest'ultima, si sia trattato di una delle tante occasioni mancate della sua storia.

Massimo Costa

Egregio Professor Costa,

Tutti gli interrogativi che Lei pone, e tanti altri ancora, sono estremamente interessanti e devono essere globalmente tenuti ben presenti nel corso dello studio degli avvenimenti legati all’invasione del Regno da parte di Garibaldi.

Come è noto tra il giugno e l’agosto del 1860, si tentò una mediazione diplomatica internazionale tra Londra, Parigi, Torino, Napoli e naturalmente, il Dittatore della Sicilia.

L’intreccio di tali trattative è un intrigo internazionale inesplicabile che abbisognerebbe di un tomo per essere raccontato: le vere intenzioni dei partecipanti non sono chiare. Anzi vi è il sospetto che tutti mentissero (Piemonte in testa) a discapito del povero Francesco II che continuava a credere in una Pace, pur di salvare la parte continentale del Regno ovvero l’antica Corona napoletana.

Parte delle trattative si svolsero a Londra dove era all’uopo accreditato un Ambasciatore straordinario della Corte napoletana il Marchese Lagreca, e dove si recarono i due Legati di Garibaldi, ovvero il Principe di San Cataldo e il Principe di San Giuseppe (25 luglio). Le condizioni del Dittatore, riportate nei giornali siciliani, napoletani e inglesi (e nel memoriale di Castelcicala) per una tregua di sei mesi erano le seguenti:

1) Ripristino Costituzione del 1812;

2) Autonomia completa e separazione dell’Isola di Sicilia dalla Corona di Napoli;

3) partecipazione nella Lega italica, come Stato indipendente sotto un proprio Re.

Si tratta chiaramente di una posizione politica e direi strategica il cui significato va analizzato a fondo.

Risulta interessante quanto il Lagreca scrive al Ministro Russel: “Milord siccome la risposta data dalla E.V. al Signor Griffith in riguardo alla guerra in Sicilia ed una tregua a conchiudersi, non corrisponde alle mie intenzioni ed a quelle del mio Governo, vogliate permettermi di rettificare ciò che avete detto nella Camera de’ Comuni. Io ho domandato al Governo di Sua Maestà Britannica, che gli piaccia insieme con la Francia e col Piemonte, di insistere presso Garibaldi, per ottenere una tregua di sei mesi, affinché le trattative per un’alleanza col Piemonte possano compiersi, e possa aver luogo la riunione dell’assemblea Nazionale. La idea che le anzidette Potenze adoprassero direttamente la forza contro la Sicilia, non mi è mai venuta in mente, ed il Governo, che ho l’onore di rappresentare, molto meno l’ha avuta; poiché son certo, che i mezzi per giungere a questo scopo non sarebbero mancati, e non sarebbe stato necessario di ricorrere ad espedienti straordinari…”.

Dobbiamo comunque sospettare che Garibaldi in tal modo intendesse comunque prendere tempo in attesa degli eventi. In un colloquio con Clary (!) svoltosi il 2 agosto, le posizioni di Garibaldi appaiono diverse:

1) Nessuna tregua a nessuna condizione;

2) L’Italia sia una;

3) Invasione di Napoli e dello Stato Pontificio;

4) Liberazione di Venezia;

5) Ripresa di Nizza alla Francia;

6) Francesco dovrà restare sotto il Re Vittorio Emanuele o andarsene;

(Dall’allegato al dispaccio di Clary al Re Francesco del 3 Agosto 1860).

Nella stessa data il Morning Post pubblica un’altra dichiarazione di Garibaldi ad un giornalista inglese a Palermo: “ Non rinuncerò all’invasione del Regno di Napoli ancor quando i Borboni proclamassero la Repubblica”.

Ben si percepisce la complessità della situazione e l’impossibilità di comprendere le vere intenzioni di Garibaldi. Risulta però chiaro che il comportamento di Francesco II è condizionato dalla speranza di una tregua che preluda ad una pace, che potrebbe contemplare la perdita della Sicilia.

Una parte degli avvenimenti militari in Sicilia, potrebbe avere questa spiegazione.

Si arrivò al paradosso di non voler “provocare” Garibaldi e l’abbandono di Augusta e Siracusa, potrebbero esser stati parte di un pacchetto di provvedimenti politici e non certo militari, preordinati all’ottenimento della tregua.

Mi scuso per la superficialità della risposta che avrebbe bisogno di altri spazi e tempi, come ben si comprende.

Cordiali Saluti

Giuseppe Di Bella

Anonimo 17 maggio 2010   12:36
L'utente ha risposto al commento anonimo del 17 maggio 2010. Visualizza »

Egregio Signor Modica,

Ho letto attentamente il suo commento e ringrazio Lei e tutti i partecipanti al blog, per l’attiva collaborazione. Leggo tra le righe, e non sono il solo, che Lei delinea un ruolo di “ricercato equilibrio” nel testo, annotando la positività di tale ricerca.

Non ho ricercato questo equilibrio, né questo mi pare un presupposto corretto nella ricerca di dati oggettivi. Se poi l’equilibrio è un risultato dell’indagine, lo è nella misura in cui, alla fine, si perviene alla composizione di fatti provati, logici e contestualizzati.

Nel caso in esame, il pentimento del Generale è contestualizzato, storicizzato e provato oltre ogni ragionevole dubbio, in modo inequivocabile … eppure oggi fa notizia, sorprende.

Contemporaneamente sembra sfuggire il dato più rilevante, dal punto di vista storico e storiografico: la storia ufficiale italiana ha fatto di tutto per nascondere il pentimento di Garibaldi, semplicemente ignorandolo, pur dichiarato e scritto.

Uno dei problemi principali è quello di trovare i fatti e distinguerli dalle opinioni, evitando di partire dalle opinioni per spiegare i fatti.

L’equilibrio che Lei evoca, non sta nella ricerca della composizione dei conflitti che sarebbe errato, bensì nel considerare metodologicamente, quali fossero le opinioni ed il tornaconto di chi ha scritto persino i documenti di Stato.

Mi spiego meglio con un esempio: gli scritti di Castelcicala, non possono essere “compresi” veramente se non si tiene conto che Questi era stato malamente licenziato e sostituito da Lanza e quindi inevitabilmente tendeva a giustificare le proprie azioni e mettere in discussione quelle dell’Alter Ego.

Pur dovendosi riconoscere al Castelcicala un alto indice di onestà intellettuale e di veridicità documentale, le sue affermazioni, come quelle di tutti, come gli stessi atti di Stato, devono essere confrontate con altri documenti provenienti da diverse ed anche opposte fonti.

Forse, da questo lavoro potranno scaturire fatti oggettivi. Forse. Si pensi che lo stesso Castelcicala, Comandante in capo all’epoca della battaglia di Calatafimi, non sa (o non dice) di quanti soldati in realtà dispone l’inetto Landi durante la battaglia.

Quello che mi sembra interessante è la notorietà del testo da cui trae le mosse l’articolo, che come detto, venne pubblicato nel 1874 a seguito di una sottoscrizione “popolare” (in calce vi è l’elenco dei sottoscrittori e le foto dei garibaldini raccolte a Caprera da Garibaldi).

Gli editori professionisti italiani si rifiutarono di pubblicarlo, pur potendosi prevedere un gran successo nelle vendite. In realtà anche perché Garibaldi, privo di mezzi di sostentamento, e molto preoccupato per i bisogni della prole, chiedeva la bella cifra 30.000 Lire per cedere i diritti.

Venne tradotto in francese e pubblicato con alcuni tagli approvati da Garibaldi: fu poi ristampato in Italia nel 1933, in pieno regime fascista.

I concetti chiaramente espressi, si ritrovano in altre opere coeve del Generale, come le Memorie. Bastava leggere. Come è bastato semplicemente omettere completamente queste dichiarazioni, per la così detta ragion di Stato. Evidenziare questo elemento avrebbe nuociuto enormemente alla monarchia sabauda perché Garibaldi incarnava ed ancora oggi rappresenta, il simbolo primo dell’unità nazionale.

Si conferma quindi l’applicazione di un metodo unionista ad ogni costo, partigiano e monopolista che contempla l’omissione e la menzogna, nella trattazione dei materiali storici.

Paradossalmente il dibattito sull’unità risulta più vivo nei primi decenni, anche perché sostenuto dalla pubblicazione dei memoriali degli attori del Risorgimento, di tutte le parti in causa, ancora in vita, mentre successivamente (morti i protagonisti e cadute nell'oblio le loro opere, sepolte sotto valanghe di pagine agiografiche e celebrative della Dinastia) per un secolo, predomina e si afferma la scuola di pensiero ciecamente unionista che ha prodotto i testi scolastici ed universitari prevalenti, sui quali si sono formate generazioni di italiani e che hanno collaborato a formare quelle nebbie dietro le quali si celava la vera essenza storica della questione meridionale e l’incapacità, se non la volontà, di non risolverla.

Comprendo infine che procedere a riposizionare i pezzi sullo scacchiere, possa risultare poco chiaro a fronte dell’abitudine alla storia convenzionale unionista. Ricordo, qualche articolo fa, il commento di un lettore che manifestò il suo disagio avallando un commento negativo dicendo genericamente di aver “percepito” che qualcosa non quadrava nello scritto. Invero non quadra niente nella storia del Risorgimento. E se ricordassi allo stesso attonito lettore che Garibaldi mandò emissari a Londra due Principi siciliani per trattare la resa di Francesco II, a fronte della non invasione del continente e del riconoscimento della Repubblica siciliana, direbbe forse che questa è un’eresia. Ma il fatto è vero, anche se assume una valenza politica diversa da quella apparente.

 

La ringrazio e la prego di scusarmi se ho approfittato del suo interessante commento per evidenziare queste note.

Cordiali Saluti

Giuseppe Di Bella

Gent.mo Di Bella,

su quest'ultimo episodio da Lei citato, sarebbe interessante saperne di più.

Certo è che Garibaldi non avrà mai pensato alla Repubblica Siciliana in quanto tale, unionista e democratico qual era (e italiano per di più).

La sua idea mi sembra di più ricalcare quella di una redizione della "repubblica romana" del 1848, cioè di una repubblica "italiana" su di un lembo parziale d'Italia.

Perché l'ha pensata in un certo momento? Perché le cose andarono diversamente? Quali sarebbero state le conseguenze a lungo andare?

Si tratta di una cosa tanto importante quanto assai poco nota. E' certo che molti atti garibaldini si riallacciano, in cerca di legittimità, più su quella passata della Sicilia indipendente, che non su quella futura dell'Italia unita che ancora doveva essere pensata: la dittatura di Salemi è "di Sicilia" (cioè di uno stato di Sicilia separato da Napoli, è errato tecnicamente parlare di Salemi come prima capitale d'Italia), il decreto di Alcamo si riallaccia ai provvedimenti del governo rivoluzionario del 1848, il Parlamento stava per essere riconvocato, ora questo scoop, insomma...

Insomma non è un caso.

Cos'era? Titubanza sulla riuscita del complotto inglese nel Continente? Paura di dover regalare (come poi fece) tutto ad una monarchia moderata? Tentativo di instaurare una repubblica democratica duratura? Sicurezza di avere su quel territorio (almeno) la protezione britannica senza bisogno di farsi depredare pure dai Savoia?

E poi? Cosa successe? Contrordine da Londra che si sentiva tutelata anche da un'Italia unita? Collasso interno del Regno di Napoli che rendeva inutile un salvataggio parziale di Francesco II? Ricatto di Cavour che era stato tra i finanziatori/organizzatori occulti dell'intera spedizione?

E, infine, cosa sarebbe successo se le posizioni si fossero cristallizzate in quel modo?  L'Unità d'Italia sarebbe restata quella del Centro-Nord, come voleva la Francia?

La Sicilia, indipendente, sarebbe rimasta per molto tempo sotto protezione britannica sino a che, prima o poi, gli inglesi non se ne sarebbero andati (tipo Malta)?

Da questo quadro appare ancora una volta come non solo il 1860 sia stato una catastrofe per il Sud e la Sicilia, ma come, per quest'ultima, si sia trattato di una delle tante occasioni mancate della sua storia.

Massimo Costa

Anonimo 16 maggio 2010   18:22
L'utente ha risposto al commento anonimo del 16 maggio 2010. Visualizza »

Bell'articolo. Vede caro dr. Di Bella questa è la quadratura del cerchio. Mi spiego: questa volta il pezzo non viene attaccato da nessuno. Perché?

I neo borbonici sono contenti perchè si parla male di Garibaldi e in qualche modo bene dei Borbone.

Gli indipendentisti, sicilianisti e separatisti, sono contenti perché si parla male dell'unità e lo stesso artefice risulta pentito clamorosamente.

Gli unionisti non possono dire niente perché Lei cita parole dello stesso Garibaldi e fatti oggettivi.

Riflettevo infine: quando si scrive di fatti, e Lei lo fa sempre e bene, non vi sono idee preconcette che tengano.

Complimenti

L.  Modica

Egregio Signor Modica,

Ho letto attentamente il suo commento e ringrazio Lei e tutti i partecipanti al blog, per l’attiva collaborazione. Leggo tra le righe, e non sono il solo, che Lei delinea un ruolo di “ricercato equilibrio” nel testo, annotando la positività di tale ricerca.

Non ho ricercato questo equilibrio, né questo mi pare un presupposto corretto nella ricerca di dati oggettivi. Se poi l’equilibrio è un risultato dell’indagine, lo è nella misura in cui, alla fine, si perviene alla composizione di fatti provati, logici e contestualizzati.

Nel caso in esame, il pentimento del Generale è contestualizzato, storicizzato e provato oltre ogni ragionevole dubbio, in modo inequivocabile … eppure oggi fa notizia, sorprende.

Contemporaneamente sembra sfuggire il dato più rilevante, dal punto di vista storico e storiografico: la storia ufficiale italiana ha fatto di tutto per nascondere il pentimento di Garibaldi, semplicemente ignorandolo, pur dichiarato e scritto.

Uno dei problemi principali è quello di trovare i fatti e distinguerli dalle opinioni, evitando di partire dalle opinioni per spiegare i fatti.

L’equilibrio che Lei evoca, non sta nella ricerca della composizione dei conflitti che sarebbe errato, bensì nel considerare metodologicamente, quali fossero le opinioni ed il tornaconto di chi ha scritto persino i documenti di Stato.

Mi spiego meglio con un esempio: gli scritti di Castelcicala, non possono essere “compresi” veramente se non si tiene conto che Questi era stato malamente licenziato e sostituito da Lanza e quindi inevitabilmente tendeva a giustificare le proprie azioni e mettere in discussione quelle dell’Alter Ego.

Pur dovendosi riconoscere al Castelcicala un alto indice di onestà intellettuale e di veridicità documentale, le sue affermazioni, come quelle di tutti, come gli stessi atti di Stato, devono essere confrontate con altri documenti provenienti da diverse ed anche opposte fonti.

Forse, da questo lavoro potranno scaturire fatti oggettivi. Forse. Si pensi che lo stesso Castelcicala, Comandante in capo all’epoca della battaglia di Calatafimi, non sa (o non dice) di quanti soldati in realtà dispone l’inetto Landi durante la battaglia.

Quello che mi sembra interessante è la notorietà del testo da cui trae le mosse l’articolo, che come detto, venne pubblicato nel 1874 a seguito di una sottoscrizione “popolare” (in calce vi è l’elenco dei sottoscrittori e le foto dei garibaldini raccolte a Caprera da Garibaldi).

Gli editori professionisti italiani si rifiutarono di pubblicarlo, pur potendosi prevedere un gran successo nelle vendite. In realtà anche perché Garibaldi, privo di mezzi di sostentamento, e molto preoccupato per i bisogni della prole, chiedeva la bella cifra 30.000 Lire per cedere i diritti.

Venne tradotto in francese e pubblicato con alcuni tagli approvati da Garibaldi: fu poi ristampato in Italia nel 1933, in pieno regime fascista.

I concetti chiaramente espressi, si ritrovano in altre opere coeve del Generale, come le Memorie. Bastava leggere. Come è bastato semplicemente omettere completamente queste dichiarazioni, per la così detta ragion di Stato. Evidenziare questo elemento avrebbe nuociuto enormemente alla monarchia sabauda perché Garibaldi incarnava ed ancora oggi rappresenta, il simbolo primo dell’unità nazionale.

Si conferma quindi l’applicazione di un metodo unionista ad ogni costo, partigiano e monopolista che contempla l’omissione e la menzogna, nella trattazione dei materiali storici.

Paradossalmente il dibattito sull’unità risulta più vivo nei primi decenni, anche perché sostenuto dalla pubblicazione dei memoriali degli attori del Risorgimento, di tutte le parti in causa, ancora in vita, mentre successivamente (morti i protagonisti e cadute nell'oblio le loro opere, sepolte sotto valanghe di pagine agiografiche e celebrative della Dinastia) per un secolo, predomina e si afferma la scuola di pensiero ciecamente unionista che ha prodotto i testi scolastici ed universitari prevalenti, sui quali si sono formate generazioni di italiani e che hanno collaborato a formare quelle nebbie dietro le quali si celava la vera essenza storica della questione meridionale e l’incapacità, se non la volontà, di non risolverla.

Comprendo infine che procedere a riposizionare i pezzi sullo scacchiere, possa risultare poco chiaro a fronte dell’abitudine alla storia convenzionale unionista. Ricordo, qualche articolo fa, il commento di un lettore che manifestò il suo disagio avallando un commento negativo dicendo genericamente di aver “percepito” che qualcosa non quadrava nello scritto. Invero non quadra niente nella storia del Risorgimento. E se ricordassi allo stesso attonito lettore che Garibaldi mandò emissari a Londra due Principi siciliani per trattare la resa di Francesco II, a fronte della non invasione del continente e del riconoscimento della Repubblica siciliana, direbbe forse che questa è un’eresia. Ma il fatto è vero, anche se assume una valenza politica diversa da quella apparente.

 

La ringrazio e la prego di scusarmi se ho approfittato del suo interessante commento per evidenziare queste note.

Cordiali Saluti

Giuseppe Di Bella

Anonimo 15 maggio 2010   18:20
L'utente ha risposto al commento anonimo del 15 maggio 2010. Visualizza »

GARIBALDI è UNO DEI PIU' GROSSI DELINQUENTI DELLA STORIA.

 

UN LADRO DI CAVALLI DEL SUDAMERICA ASSOLDATO PER CORROMPERE LA TERRA DEI CORROTTI.

 

UN FRANCESCHIELLO INCAPACE DI CONTINUARE L EREDITA' DEL PADRE.

 

L INIZIO IN CUI I SICILIANI COMINCIANO A VENDERSI AL MIGLIOR OFFERENTE.

 

GARIBALDI IL PRIMO IN ORDINE, L ULTIMO è DELL'UTRI E SILVIO CON FORZA ITALIA.

Caro Di Bella

 

Ho letto con vero piacere il tuo articolo. Anche se in parte conoscevo già alcuni particolari, devo riconoscere che leggere le parole scritte da Garibaldi mi ha illuminato ulteriormente sui fatti storici a cui lui ha partecipato. Spiace vedere tanta contesa di alcuni commentatori, senza offesa per nessuno, ritengo che così facendo si perda il senso della storia traducendolo in campanilismi strumentalizzabili. Capisco che l’argomento richiederebbe molto più spazio, ma l’accenno alla massoneria ed alle azioni politiche che precedettero e continuarono durante e dopo la Spedizione dei Mille, meriterebbero un po’ più di spazio. La conquista del Regno delle Due Sicilie fu un’operazione progettata e voluta da occulti alleati italo-inglesi tra i quali una parte certamente non minoritaria la ebbe Francesco Crispi, “cresciuto politicamente” negli ambienti occulti londinesi. A Garibaldi non interessava più di tanto quella spedizione, bensì un’altra: la riconquista di Nizza. Fu chi frequentava gli ambienti politici di retro-paravento ed intriganti che riuscì a convincere Garibaldi alla famosa Spedizione. Tutta l’operazione fu programmata a tavolino da esperti politici che tramavano contro il re Borbone. Non dimentichiamoci che la flotta del Regno delle due Sicilie era la seconda potenza navale dell’epoca (dopo quella inglese) e l’esercito di terra, per quanto mal organizzato, non era da meno. Uno scontro diretto sarebbe stato molto cruento, è stato invece molto più “redditizio” convincere gli alti ufficiali borbonici con laute promesse e ricompense a Unità realizzata. Ti ringrazio comunque per il tuo articolo.

 

Luciano Cipriani

Anonimo 13 maggio 2010   10:05

Articolo eccezionale e commenti fuori luogo e non all'altezza delle situazione. Dovrebbe essere letto nelle reti nazionali invece di continuare a dire bugie agli italiani tutti.

Anonimo 13 maggio 2010   00:21
L'utente ha risposto al commento anonimo del 13 maggio 2010. Visualizza »

Ma qual è la minchiata sparata?

ho sbagliato; non era riferito a te, ma a colui a cui tu avevi risposto

Anonimo 12 maggio 2010   07:44
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a sparasti a minchiata!

Ma qual è la minchiata sparata?

Anonimo 11 maggio 2010   22:57
L'utente ha risposto al commento anonimo del 11 maggio 2010. Visualizza »

La disomogeneità di un popolo che vive da millenni in un'Isola e che possiede una propria lingua, millenaria cultura e tradizioni, la vede solo lei. Anzi i siciliani sono stati accusati di essere troppo "omologati". Per il resto ciò che lei afferma si può riferire a centinaia di popoli che sono stati mal governati nei secoli, non è un problema di DNA siciliano come vuol sostenere.

In merito alla religiosità dei siciliani, oggettivamente essa non risulta dissimile da quella diffusa in tutto il mondo.

Il suo pensiero sui siciliani abbisogna di un approfondimento e di un confronto storico con altre realtà e vedrà che ciò che appare è diverso dalla realtà in ogni parte del globo.

 

 

a sparasti a minchiata!

Anonimo 11 maggio 2010   17:43
L'utente ha risposto al commento anonimo del 11 maggio 2010. Visualizza »

COSA SONO I SICILIANI ? SE NON UN POPOLO DISOMOGENEO,

FRAMMENTATO DA DECENNI, IMPROVVISATO, NON COERENTE,

PERMALOSO, POCO RISPETTOSO DELLE REGOLE COMUNI ( QUALUNQUE ESSE SIANO, ANCHE

QUELLE DA LORO STESSI STABILITE).

 

COSA SONO I SICILIANI? SE NON CARENZA DI INIZIATIVA, DI IMPRENDITORIA SANA,

RISPETTO DELLE NORME CIVILI E MORALI.

 

COSA SONO I SICILIANI, SE NON UN POPOLO SENZA UNA CULTURA PROPRIA PERSONALE?

 

( IO SONO ATEO SIGNOR MIO)

I SICILIANI - ANCHE NEL RAPPORTO CON LA PROPRIA FEDE CATTOLICA -  HANNO

PIù FORMA CHE CONTENUTI. ROBA DA IMPALLIDIRE.

 

 

Quello che lei afferma sui siciliani, viene detto pari pari per gli italiani in tutto il mondo. Basta varcare la frontiera.

Saluti

Anonimo 11 maggio 2010   17:01
L'utente ha risposto al commento anonimo del 11 maggio 2010. Visualizza »

il solito siculo

permaloso

che liquida ogni cosa dicendo TUTTO IL MONDO è PAESE?

Nella mia breve risposta non vi sono elementi di permalosità: le ho esposto serenamente i miei punti di vista, spero che lei concepisca la materia con la mia stessa serenità d'animo. La storia dei popoli è troppo complessa per potersi esaurire in poche righe o in uno slogan ed occorre anche la disponibilità a cambiare idea a fronte di un allargamento dei propri orizzonti. Quello che in fin dei conti abbiamo fatto ambedue andando a cercare e leggere questo articolo.

E più leggo e più rimodulo il mio pensiero "resetto", mi consenta il neologismo,  le mie opinioni che tendono ad indagare  la complessità piuttosto che la semplificazione. Ma se non avessi avuto la disponibilità a cambiare opinione non avrei letto l'articolo e neanche i commenti.

Spero che lei trovi nel tempo occasioni per mutare le sue attuali oipnioni sui siciliani, che le assicuro sono difficilmente ascrivibiliad un unica categoria intellettuale, essendo frutto della complessità appunto della loro storia.

Troverà in Sicilia "miserie e nobiltà" come in tante altre parti del mondo. Da noi di diverso vi è la mafia è vero. Ma non è un fatto genetico.

Cordiali Saluti

Un siciliano qualsiasi

Anonimo 11 maggio 2010   14:18
L'utente ha risposto al commento anonimo del 11 maggio 2010. Visualizza »

 ...bah, non vale la pena nemmeno cercare di risponderle...

...la sicilia senza cultura????...Lei ignora caro commentatore.

LA SICILIA PER IL TURISMO HA UN PATRIMONIO ARTISTICO CULTURALE DEGNO DI NOTA.I SICILIANI SONO UN PO MENO DEGNI DI NOTA.

LEGGI BENE LA PROSSIMA VOLTA.

Anonimo 11 maggio 2010   14:17
L'utente ha risposto al commento anonimo del 11 maggio 2010. Visualizza »

La disomogeneità di un popolo che vive da millenni in un'Isola e che possiede una propria lingua, millenaria cultura e tradizioni, la vede solo lei. Anzi i siciliani sono stati accusati di essere troppo "omologati". Per il resto ciò che lei afferma si può riferire a centinaia di popoli che sono stati mal governati nei secoli, non è un problema di DNA siciliano come vuol sostenere.

In merito alla religiosità dei siciliani, oggettivamente essa non risulta dissimile da quella diffusa in tutto il mondo.

Il suo pensiero sui siciliani abbisogna di un approfondimento e di un confronto storico con altre realtà e vedrà che ciò che appare è diverso dalla realtà in ogni parte del globo.

 

 

il solito siculo

permaloso

che liquida ogni cosa dicendo TUTTO IL MONDO è PAESE?

Anonimo 11 maggio 2010   11:39
L'utente ha risposto al commento anonimo del 11 maggio 2010. Visualizza »

COSA SONO I SICILIANI ? SE NON UN POPOLO DISOMOGENEO,

FRAMMENTATO DA DECENNI, IMPROVVISATO, NON COERENTE,

PERMALOSO, POCO RISPETTOSO DELLE REGOLE COMUNI ( QUALUNQUE ESSE SIANO, ANCHE

QUELLE DA LORO STESSI STABILITE).

 

COSA SONO I SICILIANI? SE NON CARENZA DI INIZIATIVA, DI IMPRENDITORIA SANA,

RISPETTO DELLE NORME CIVILI E MORALI.

 

COSA SONO I SICILIANI, SE NON UN POPOLO SENZA UNA CULTURA PROPRIA PERSONALE?

 

( IO SONO ATEO SIGNOR MIO)

I SICILIANI - ANCHE NEL RAPPORTO CON LA PROPRIA FEDE CATTOLICA -  HANNO

PIù FORMA CHE CONTENUTI. ROBA DA IMPALLIDIRE.

 

 

 ...bah, non vale la pena nemmeno cercare di risponderle...

...la sicilia senza cultura????...Lei ignora caro commentatore.

Anonimo 11 maggio 2010   10:43
L'utente ha risposto al commento anonimo del 11 maggio 2010. Visualizza »

COSA SONO I SICILIANI ? SE NON UN POPOLO DISOMOGENEO,

FRAMMENTATO DA DECENNI, IMPROVVISATO, NON COERENTE,

PERMALOSO, POCO RISPETTOSO DELLE REGOLE COMUNI ( QUALUNQUE ESSE SIANO, ANCHE

QUELLE DA LORO STESSI STABILITE).

 

COSA SONO I SICILIANI? SE NON CARENZA DI INIZIATIVA, DI IMPRENDITORIA SANA,

RISPETTO DELLE NORME CIVILI E MORALI.

 

COSA SONO I SICILIANI, SE NON UN POPOLO SENZA UNA CULTURA PROPRIA PERSONALE?

 

( IO SONO ATEO SIGNOR MIO)

I SICILIANI - ANCHE NEL RAPPORTO CON LA PROPRIA FEDE CATTOLICA -  HANNO

PIù FORMA CHE CONTENUTI. ROBA DA IMPALLIDIRE.

 

 

La disomogeneità di un popolo che vive da millenni in un'Isola e che possiede una propria lingua, millenaria cultura e tradizioni, la vede solo lei. Anzi i siciliani sono stati accusati di essere troppo "omologati". Per il resto ciò che lei afferma si può riferire a centinaia di popoli che sono stati mal governati nei secoli, non è un problema di DNA siciliano come vuol sostenere.

In merito alla religiosità dei siciliani, oggettivamente essa non risulta dissimile da quella diffusa in tutto il mondo.

Il suo pensiero sui siciliani abbisogna di un approfondimento e di un confronto storico con altre realtà e vedrà che ciò che appare è diverso dalla realtà in ogni parte del globo.

 

 

Anonimo 11 maggio 2010   08:34
L'utente ha risposto al commento anonimo del 11 maggio 2010. Visualizza »

Lei deve essere molto vicino a Dio per giudicare con tanta sicurezza i siciliani. Complimenti. 

COSA SONO I SICILIANI ? SE NON UN POPOLO DISOMOGENEO,

FRAMMENTATO DA DECENNI, IMPROVVISATO, NON COERENTE,

PERMALOSO, POCO RISPETTOSO DELLE REGOLE COMUNI ( QUALUNQUE ESSE SIANO, ANCHE

QUELLE DA LORO STESSI STABILITE).

 

COSA SONO I SICILIANI? SE NON CARENZA DI INIZIATIVA, DI IMPRENDITORIA SANA,

RISPETTO DELLE NORME CIVILI E MORALI.

 

COSA SONO I SICILIANI, SE NON UN POPOLO SENZA UNA CULTURA PROPRIA PERSONALE?

 

( IO SONO ATEO SIGNOR MIO)

I SICILIANI - ANCHE NEL RAPPORTO CON LA PROPRIA FEDE CATTOLICA -  HANNO

PIù FORMA CHE CONTENUTI. ROBA DA IMPALLIDIRE.

 

 

Anonimo 10 maggio 2010   09:26
L'utente ha risposto al commento anonimo del 10 maggio 2010. Visualizza »

VERISSIMO CHE

LA SICILIA E' BELLA

 

 

I SICILIANI UN PO MENO.

Lei deve essere molto vicino a Dio per giudicare con tanta sicurezza i siciliani. Complimenti. 

Anonimo 10 maggio 2010   09:24

Cari unionisti savoiardi, non c'è trippa per gatti.

Anonimo 10 maggio 2010   09:20
L'utente ha risposto al commento anonimo del 10 maggio 2010. Visualizza »

Bel commento.

 

Questo si che è confronto.

Il confronto non è la ricerca a tutti i costi di ciò che divide: è possibile confrontarsi anche su ciò che unisce. Comunque visto che a Lei piace il confronto inquanto tale, potrebbe pittosto provare a confuttare le mie affermazioni ... o quelle di Garibaldi.

Anonimo 10 maggio 2010   08:37
L'utente ha risposto al commento anonimo del 10 maggio 2010. Visualizza »

Bell'articolo. Vede caro dr. Di Bella questa è la quadratura del cerchio. Mi spiego: questa volta il pezzo non viene attaccato da nessuno. Perché?

I neo borbonici sono contenti perchè si parla male di Garibaldi e in qualche modo bene dei Borbone.

Gli indipendentisti, sicilianisti e separatisti, sono contenti perché si parla male dell'unità e lo stesso artefice risulta pentito clamorosamente.

Gli unionisti non possono dire niente perché Lei cita parole dello stesso Garibaldi e fatti oggettivi.

Riflettevo infine: quando si scrive di fatti, e Lei lo fa sempre e bene, non vi sono idee preconcette che tengano.

Complimenti

L.  Modica

Bel commento.

 

Questo si che è confronto.

Anonimo 10 maggio 2010   00:35
L'utente ha risposto al commento anonimo del 10 maggio 2010. Visualizza »

Ma verissimo cosa ... se non viene espresso un concetto compiuto?

VERISSIMO CHE

LA SICILIA E' BELLA

 

 

I SICILIANI UN PO MENO.

Anonimo 09 maggio 2010   22:28

Fatto salvo che Giuseppe Garibaldi, conosciuto di persona da mio bisnonno con cui ha partecipato alla scampagnata sull'Aspromonte, accolto da una scarica del regio esercito italiano, avesse il diritto di pentirsi. Possiamo dire che il male quando e' statp fatto non vi si puor rimedio.

La concessione dello Statuto dell'Autonomia Siciliana si riallaccia al riconoscimento degli errori commessi da parte italiana, ovvero che i Siciliani son stati traditi.

Purtroppo un'altro tradimento e' stato commesso rendendo impossibile la sua attuazione in tutti modi, salvo lasciare all#Assemblea di arrogarsi il diritto di spandere e spendere per le loro cosucce personali, come ha evidenziato l'inchiesta di questa testata giornalistica.

Purtroppo la cronaca politica ci mostra esempi lampanti di pressappochismo legato solo a come spartirsi la torta di quei quattro soldi che sono rimasti, stante ormai il fallimento del sistema italia. Ormai signori non ci sono soldi per nessuno.

Si rischia di andare a sedersi sulle sedie che non reggeranno il peso insaziabile di chi abituato a dispensare limosine e dare prebende agli amici degli amici.

Ieri alla manifestazione di Torino, un ns. conterraneo ha espresso bene questi concetti, chi dal nord investe nella nostra terra cerca solo imprese di mafia, perche' il sistema italia e' un sistema di mafia. La cronaca politica di Gela ne e' un'esempio lampante.

Ritornando a Peppino, ladro di cavalli pentito, dobbiamo dar credito che e' stato tradito due volte pure lui, perche' il nizzardo e' stato ceduto alla Francia, in cambio della Lombardia che adesso ripudia le celebrazioni ma ben si guarda di uscire dalle stanze dei bottoni dove poter ancor cavare qualcosa dalle ultime slot machines ancora in funzione!

 

rrusariu@libero.it

Anonimo 09 maggio 2010   21:08

Bell'articolo. Vede caro dr. Di Bella questa è la quadratura del cerchio. Mi spiego: questa volta il pezzo non viene attaccato da nessuno. Perché?

I neo borbonici sono contenti perchè si parla male di Garibaldi e in qualche modo bene dei Borbone.

Gli indipendentisti, sicilianisti e separatisti, sono contenti perché si parla male dell'unità e lo stesso artefice risulta pentito clamorosamente.

Gli unionisti non possono dire niente perché Lei cita parole dello stesso Garibaldi e fatti oggettivi.

Riflettevo infine: quando si scrive di fatti, e Lei lo fa sempre e bene, non vi sono idee preconcette che tengano.

Complimenti

L.  Modica

Anonimo 09 maggio 2010   16:01

Senza contare le fucilate in Calabria nel 1862.

Anonimo 09 maggio 2010   15:44
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E' verissimo.

Ma verissimo cosa ... se non viene espresso un concetto compiuto?

Anonimo 09 maggio 2010   12:52
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nessuno sembra ricordarsi di quella storia secondo cui il buon Dio aveva prima creato il paradiso terrestre, e sapete dove...? Beh proprio in Sicilia,ma ahimè dopo gli venne l'idea di creare i siciliani.

verissimo

Anonimo 09 maggio 2010   12:44
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nessuno sembra ricordarsi di quella storia secondo cui il buon Dio aveva prima creato il paradiso terrestre, e sapete dove...? Beh proprio in Sicilia,ma ahimè dopo gli venne l'idea di creare i siciliani.

Lei quindi è tra quelli che crede alla "sicilianità" come causa della storia dell'Isola, una specie di teoria Lombrosiana della politica e della storia. Ho l'impressione che anche lei debba aggiornare la biblioteca.

Anonimo 09 maggio 2010   11:48
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Quindi la Sicilia secondo Lei era già la terra dei Corrotti prima ancora che arrivasse Garibaldi.

Se erano già corrotti da prima non è proprio ... l'inizio.

Mi pare ci sia un po' di confusione nei suoi libri di storia. Forse è meglio cambiare testi ...

nessuno sembra ricordarsi di quella storia secondo cui il buon Dio aveva prima creato il paradiso terrestre, e sapete dove...? Beh proprio in Sicilia,ma ahimè dopo gli venne l'idea di creare i siciliani.

Anonimo 09 maggio 2010   08:44
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GARIBALDI è UNO DEI PIU' GROSSI DELINQUENTI DELLA STORIA.

 

UN LADRO DI CAVALLI DEL SUDAMERICA ASSOLDATO PER CORROMPERE LA TERRA DEI CORROTTI.

 

UN FRANCESCHIELLO INCAPACE DI CONTINUARE L EREDITA' DEL PADRE.

 

L INIZIO IN CUI I SICILIANI COMINCIANO A VENDERSI AL MIGLIOR OFFERENTE.

 

GARIBALDI IL PRIMO IN ORDINE, L ULTIMO è DELL'UTRI E SILVIO CON FORZA ITALIA.

E' verissimo.

Anonimo 08 maggio 2010   23:22
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Lei amico mio delira!

Provi a riformulare in un linguaggio accettabile ai più. Grazie

LEGGA TRA LE RIGHE.

Anonimo 08 maggio 2010   17:53

"Per un triste Re cattolico ha inventato un Regno

e lui lo ha massacrato su una croce di legno"

F. De André

Anonimo 08 maggio 2010   15:52
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GARIBALDI è UNO DEI PIU' GROSSI DELINQUENTI DELLA STORIA.

 

UN LADRO DI CAVALLI DEL SUDAMERICA ASSOLDATO PER CORROMPERE LA TERRA DEI CORROTTI.

 

UN FRANCESCHIELLO INCAPACE DI CONTINUARE L EREDITA' DEL PADRE.

 

L INIZIO IN CUI I SICILIANI COMINCIANO A VENDERSI AL MIGLIOR OFFERENTE.

 

GARIBALDI IL PRIMO IN ORDINE, L ULTIMO è DELL'UTRI E SILVIO CON FORZA ITALIA.

Lei amico mio delira!

Provi a riformulare in un linguaggio accettabile ai più. Grazie

Anonimo 08 maggio 2010   15:01

dobbiamo essere tutti grati a Giuseppe Di Bella , profondo ed attento studioso e ricercatore, perche' il suo articolo ben documentato illumina sia la personalita' di Garibaldi (che tutto sommato era il meno peggio della banda dei quattro , gli altri sono Cavour, Vittorio Emanuele Penultimo e Crispi)sia gli avvenimenti del 1860: Ce ne fossero intelletuali onesti e preparati come Di Bella. A proposito le sparate e le parate di queste giornate  costituiscono un'altra occasione persa per fare giustizia sui fatti del 1860: Significativa ed onesta l'affermazione del Peppino nazionale quando affermo' che sotto i Borboni  siciliani e napoletani quantomeno mangiavano: Il Vangelo recita :"la Verita' vi fara' liberi "...ebbene siamo stanchi di 150 anni di fandonie.     Luigi Culmone Naselli

Anonimo 08 maggio 2010   15:01
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GARIBALDI è UNO DEI PIU' GROSSI DELINQUENTI DELLA STORIA.

 

UN LADRO DI CAVALLI DEL SUDAMERICA ASSOLDATO PER CORROMPERE LA TERRA DEI CORROTTI.

 

UN FRANCESCHIELLO INCAPACE DI CONTINUARE L EREDITA' DEL PADRE.

 

L INIZIO IN CUI I SICILIANI COMINCIANO A VENDERSI AL MIGLIOR OFFERENTE.

 

GARIBALDI IL PRIMO IN ORDINE, L ULTIMO è DELL'UTRI E SILVIO CON FORZA ITALIA.

Quindi la Sicilia secondo Lei era già la terra dei Corrotti prima ancora che arrivasse Garibaldi.

Se erano già corrotti da prima non è proprio ... l'inizio.

Mi pare ci sia un po' di confusione nei suoi libri di storia. Forse è meglio cambiare testi ...

Anonimo 08 maggio 2010   14:13

GARIBALDI è UNO DEI PIU' GROSSI DELINQUENTI DELLA STORIA.

 

UN LADRO DI CAVALLI DEL SUDAMERICA ASSOLDATO PER CORROMPERE LA TERRA DEI CORROTTI.

 

UN FRANCESCHIELLO INCAPACE DI CONTINUARE L EREDITA' DEL PADRE.

 

L INIZIO IN CUI I SICILIANI COMINCIANO A VENDERSI AL MIGLIOR OFFERENTE.

 

GARIBALDI IL PRIMO IN ORDINE, L ULTIMO è DELL'UTRI E SILVIO CON FORZA ITALIA.

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