Prima radio
Prima radio

Lo Stato delle Sicilie e l’armadio degli scheletri (2/2)

di Giuseppe Di Bella
06 aprile 2010 21:43
Leggi i commenti 100   Inserisci un tuo commento
Condividi
www.siciliainformazioni.com

Nella prima parte dell’articolo, pubblicata qualche giorno fa,  http://www.italiainformazioni.com/giornale/cultura/85152/sicilia-napoli-regni-stato-incompiuto.htm ci siamo occupati delle formule di intestazione degli atti di Stato e di dimostrare, anche attraverso questa argomentazione, che le due corone siciliane si perpetuarono distintamente fino al 1816, nonostante le complesse vicende e le unioni personali che più volte le videro formare un unico Stato “Utriusque Siciliae”. 

 

Un Re, due popoli, due Corone e tre Stati

 

Ma al di là delle formali unioni delle Sicilie, ciò che appare più interessante e sostanziale è la perdurante diversità ed estraneità istituzionale delle due società che non si integrarono neanche dopo il 1816. 

 

La dicotomia della Monarchia delle Sicilie è evidente fin dalla conquista di Carlo di Borbone, e l’unicità formale dello Stato delle Sicilie non corrispondeva alla situazione sociale, politica ed istituzionale di fatto esistente, nella quale si palesava l’assoluto e reiterato rifiuto della potente nobiltà siciliana di integrarsi nel nuovo Stato e la rivendicazione mai abbandonata, della totale indipendenza dell’Isola. 

 

Sussisteva una situazione estremamente complessa dello Stato apparato delle due Sicilie e della sua architettura istituzionale e la difficoltà, se non l’impossibilità, di integrare le istituzioni politiche ed amministrative dei due regni, e ancor più le due realtà sociali in senso lato. 

 

Oltre l’unicità e la peculiare rilevanza politica ed istituzionale dell’Apostolica legazia che permaneva tra le prerogative dei Re di Sicilia, il paradosso più eclatante ed ostativo, era la “continuità” del Parlamento siciliano, invero sostanzialmente incompatibile con una visione realmente unitaria dello Stato delle Sicilie. 

 

La stessa genesi istituzionale delle leggi era sostanzialmente diversa, poiché in Sicilia, contrariamente a quanto avveniva a Napoli, questa esitava dalla volontà del Monarca in coerenza con quella parlamentare. Una teleologia che rendeva incompatibili i due sistemi legislativi e contemporaneamente rappresentava in modo inequivocabile la persistenza di una distinta Corona siciliana, espressione tangibile di una singolare ed antica sovranità. 

 

Sussisteva tra le due Sicilie una insanabile diversità ed uno sdoppiamento istituzionale causato dalla coesistenza di due antiche corone e delle loro istituzioni in un unico Stato, che non riuscendo a fonderle istituzionalmente e sostanzialmente, permaneva soggetto terzo e formale. 

 

La legislazione ebbe diversa ed unitaria genesi dopo il 1816, quando leggi speciali per la Sicilia saranno un’eccezione. Ma anche dopo quella data, l’alta Amministrazione siciliana, compresa quella della Giustizia, per non voler dire in toto il potere esecutivo, rimase sostanzialmente separata da quella napoletana, poiché i dipartimenti e le luogotenenze, così come le gran Corti Capitanali e Criminali, continuarono ad agire di fatto con ampia et sui generis delega. 

 

Il Parlamento e l’Amministrazione siciliana, continuavano sostanzialmente ad esprimere e rappresentare il potere feudale “irriducibile” della classe nobiliare siciliana, talmente intrinseco all’organizzazione del sistema sociale ed economico, da risultare senza alternative e pertanto inemendabile, specialmente quando erano in discussione gli interessi legati al latifondo. 

 

Risultava evidente ictu oculi che la Sicilia possedeva istituzioni proprie ed un suo “Stato apparato” che era causa ed affetto delle peculiarità giuridiche, storiche, culturali e sociali dell’Isola: uno Stato che era l’espressione massima del potere feudale dei baroni. 

 

Ma non basta: era diversa la lingua, la flotta, la bandiera, le armi araldiche, la cittadinanza, la moneta, la monetazione e la zecca, i sistemi e le unità di misura, le tradizioni e la cultura popolare, il servizio postale, gli usi civici e feudali, soprattutto erano appunto diverse le leggi vigenti nei due Regni, come quella di grande rilievo, in tema di leva militare. Si aggiunga ancora l’amministrazione in proprio di una diversa fiscalità, i cui proventi andavano solo in minima parte alla corte napoletana e la sussistenza della dogana allo Stretto di Messina. 

 

I due popoli rimasero distanti e non vi fu alcuna sostanziale integrazione sociale.

Nelle carceri borboniche, siciliani e napoletani erano incompatibili e le risse con morti accoltellati, erano un fatto ordinario. Spesso, con la fazione camorrista napoletana, si schieravano contro i siciliani anche pugliesi e calabresi.

  

La camorra carceraria era ben organizzata con diffuse complicità interne ed esterne ed una struttura gerarchica estremamente ramificata, tanto che spesso era questa a dirigere il carcere, piuttosto che l'apparente Direttore. 

 

Motivo delle ricorrenti risse di massa tra napoletani e siciliani o delle singole “zumpate” (duelli ai ferri corti), era la circostanza che i siciliani non volevano assoggettarsi al pagamento del pizzo che i camorristi napoletani pretendevano da tutti i detenuti, ovvero il così detto “Olio della Madonna” o “Olio della lampada”: era un continuo taglieggiamento cui i siciliani si opponevano con tutte le loro forze, a volte a costo della vita. 

 

La Sicilia dunque permaneva coscientemente e volutamente, nel bene e nel male, una Società, una “Nazione” diversa, e tale rimase di fatto anche dopo il 1816, dopo il 1860, dopo il 1946, dopo …

 

La circostanza che nello Stato Borbonico, ancora dopo l’unificazione dei regni, si ritenesse necessario un Ministero “per gli affari di Sicilia”, è sintomatica di quanto profonda ed insanabile fosse la diversità istituzionale, sociale e politica, delle due componenti storiche.

 

La situazione politica dell’Isola e segnatamente il potere esercitato dalla nobiltà siciliana, non consentì mai l’unificazione sostanziale dei due regni, neanche dopo il 1816: ne sono evidente prova le reiterate rivoluzioni separatiste ed indipendentiste siciliane dell’Ottocento e la “consegna” dell’Isola a Garibaldi che per “conquistarla” dovrà scendere a patti con il notabilato siciliano e garantirne gli interessi.

 

Il Re prigioniero dei baroni siciliani e degli inglesi 

 

Esaminiamo ora alcuni fatti salienti, esemplificativi della preminente posizione politica assunta della nobiltà siciliana nei confronti della monarchia borbonica.

L’attività del Parlamento dell’Isola durante l’esilio di Ferdinando a Palermo e ancor più l’adozione della Costituzione del 1812, sono la prova più evidente dell’incompiutezza sostanziale dello “Stato del Sud”, così a volte indicato negli atti del Regno Unito.

 

La Sicilia continuava ad esprimere una sovranità assoluta, che prescindeva dalle vicende del Regno di Napoli. Basti pensare che con la Costituzione del 1812, ottenuta a seguito delle determinanti pressioni ed ingerenze inglesi, venne abolito il feudalesimo in Sicilia. Questo provvedimento mutava radicalmente i rapporti tra la nobiltà siciliana ed il Re.

 

Gli effetti giuridici, che rimasero immutati anche dopo l’unificazione del 1816, furono di portata epocale e costituiscono la prova più evidente del potere dei baroni siciliani anche nei confronti della Corona.

 

Il Parlamento, composto dagli stessi destinatari della riforma dei feudi, in aperto quanto assoluto conflitto di interessi, pose la massima attenzione a salvaguardare l’economia parassitaria del latifondo ed i privilegi dei baroni.

 

In Sicilia i terreni infeudati rappresentavano i due terzi della superficie coltivabile. Sul rimanente territorio, detto demaniale, che certo non rappresentava la parte più fertile, sussistevano a favore delle popolazioni gli usi civici.

Usi civici erano altresì stabiliti a favore della popolazione sui terreni infeudati, ma questi “diritti” venivano esercitati dalla plebe con enorme difficoltà a causa del potere dei baroni di correlare agli usi una corrispondente ed esosa gabella.

 

A differenza di quanto previsto in altri Stati europei, il sistema feudale era regolato dal così detto “diritto franco” che obbligava i feudatari a tramandare i loro titoli e possessi secondo le regole del maggiorascato: il feudo rimaneva integro nei secoli, perché sempre ereditato interamente dal primo figlio che ne diveniva unico titolare.

In Sicilia lo strapotere baronale raggiungeva il massimo grado, poiché anche a causa delle usurpazioni da essi perpetrate, l’estensione delle terre demaniali continuava ad essere ridotta.

 

Ma vi è di più: i baroni amministravano una impropria giurisdizione penale e civile, indipendente da quella dello Stato. Avevano potere elettivo delle magistrature civili ed amministrative delle città feudali.

 

Delineato come sopra il potere assoluto dei baroni siciliani, non meraviglia che il tentativo di Ferdinando di ammodernare il sistema feudale sia fallito.

Infatti con la Prammatica XXIV del 23 febbraio 1792, la Corona stabiliva il censimento delle terre demaniali e la concessione ai contadini, a titolo di enfiteusi per 20 anni, di piccoli appezzamenti coltivabili.

 

Veniva inoltre previsto che la quota del latifondo feudale sulla quale i contadini esercitavano usi civici, venisse divisa in 4 parti, delle quali una sarebbe stata assegnata in piena proprietà privata al barone, i rimanenti tre quarti sarebbero andati ai Comuni che le avrebbero cedute in affitto ai contadini.

 

I baroni siciliani, riuscirono a bloccare questa riforma e ad appropriarsi, con la Costituzione del 1812, di immense estensioni di fertile terra, a costo zero.

Infatti, secondo il dettato costituzionale del 1812, i feudi non erano più detenuti in possesso dai baroni jure feudalis e quindi la loro legittimazione non discendeva più dal Sovrano.

 

Il possesso dei feudi veniva ipso facto mutato in proprietà allodiale e quindi personale. Di conseguenza venivano aboliti, con un sol tratto di penna, tutti i secolari usi civici stabiliti a favore delle popolazioni.

 

L’operazione venne portata a termine approfittando dello stato di minorata difesa della Corona, fin troppo “ospite in Sicilia” e sotto integrale tutela inglese, ed i baroni si appropriarono di immense estensioni di terra, senza nulla corrispondere al pubblico Erario. L’impoverimento delle già indigenti popolazioni, private dei diritti legati al feudo, fu subitaneo quanto drammatico.

 

Fu questo uno dei momenti più tragici nella vita delle popolazioni siciliane che, private anche dei piccoli diritti che aiutavano a non morire di fame, come l’erbatico, la spigolatura, il legnatico, fungatico, ghiandatico o quello di allevare in proprio il bestiame minuto tenuto nelle masserie e nei fondi, precipitarono nella più desolante disperazione.

 

Ancora una volta le classi sociali più ricche, dimostravano una totale insensibilità verso la quotidiana sofferenza fisica della plebe, verso la miseria che piegava le generazioni. Prevaleva l’interesse miope e crudele, di un potere legato ad una gestione del latifondo che prevedeva quale elemento economico fondamentale e imprescindibile, lo sfruttamento disumano dei contadini, che dopo il 1812 toccherà il punto più basso e vergognoso.

 

In questo perverso legame parassitario tra baronaggio e monopolio della terra, aggravato dall’ignobile azione di usura posta in essere sistematicamente dai gabelloti, vanno ricercate alcune delle radici più profonde del fenomeno mafioso, la cui storia si sovrappone a quella dell’Isola e del suo latifondo.

 

La nobiltà siciliana non riusciva ad immaginare una società diversa ed indugiava in un medio evo culturale, politico ed economico che riuscirà a perpetuare per decenni, con gravissimi danni per lo sviluppo dell’Isola. Non si pose il problema di modernizzare il sistema economico approfittando delle innovazioni introdotte in Europa dalle riforme napoleoniche, non tentò neanche di costruire un’alternativa al feudalesimo ed allo sfruttamento piramidale dei fondi e delle popolazioni rurali, che garantisse la sua stessa esistenza.

 

E mentre nel Nord della Penisola i nobili si trasformavano in capitani d’industria, in Sicilia essi rimanevano legati indissolubilmente ad un decadente ed ormai inefficace sistema economico arcaico di sfruttamento delle popolazioni attraverso la rendita parassitaria.

 

Uno dei cardini politici dell’unità d’Italia, come desiderato e “tacitamente” patteggiato dai baroni meridionali, sarà una dicotomia economica assoluta che prevede l’industrializzazione del Nord e la permanenza del latifondo medioevale nel Mezzogiorno.

 

L’inettitudine e lo strapotere di questa arcaica classe dirigente e l’assenza dello Stato quale reale ed effettivo garante del diritto e degli interessi generali della comunità, votato sostanzialmente solo a perpetuare lo status quo politico ed economico, determineranno il perdurare in Sicilia di quelle condizioni economiche e sociali, nelle quali si svilupperà il fenomeno mafioso, che si evolverà da sistema intermediario “di servizio”, a sistema di potere autonomo.

 

Il patto più o meno tacito con lo Stato e la ragnatela parassitaria tessuta per secoli attorno al latifondo, dai gabelloti, campieri e mezzadri, con la complicità del notabilato, e poi attorno alla commessa pubblica, con la complicità della borghesia mafiosa del Novecento, costituiranno una delle componenti dell’affermazione del potere mafioso, la cui violenta eredità immorale troverà il suo apice nel tentativo dell’ala stragista dei corleonesi, non più di trattare con lo Stato, bensì di imporgli la propria volontà.

 

Una Costituzione per l’indipendenza 

 

Dunque il demanio feudale siciliano venne trasformato in proprietà privata con gravissimo danno all’Erario ed alla popolazione, recidendo per sempre il legame di vassallaggio col Re, che comunque costituiva un vincolo di legittimazione e di obbedienza al Sovrano ed un limite di moderazione all’esercizio del latifondo, oltre alla salvaguardia degli usi civici stabiliti da tempo immemorabile a favore delle popolazioni. Alcuni di questi diritti dei “sudditi”, risalivano alla legislazione federiciana.

 

Ma se ciò non bastasse a delineare compiutamente la decisiva forza politica dei baroni siciliani, ben sostenuti dagli inglesi, e l’indipendenza sostanziale dell’Isola mai intaccata, né prima né dopo il 1816, sarebbe sufficiente leggere il regolamento della successione al trono, contenuto nella stessa Costituzione del 1812, che prevedeva la separazione del regno di Sicilia dal regno di Napoli: “Se il Re di Sicilia riacquisterà il regno di Napoli o acquisterà qualunque altro regno, dovrà mandarvi a regnare il suo figlio primogenito o lasciare detto suo figlio in Sicilia con cedergli il regno, dichiarandosi da oggi innanzi il regno di Sicilia indipendente da quello di Napoli e da qualunque altro regno o provincia.”

 

Era una esplicita garanzia d’indipendenza assoluta del regno di Sicilia da quello di Napoli e Ferdinando appare più “ostaggio” dei baroni e degli inglesi piuttosto che un Re.

Non si trascuri inoltre di considerare che l’ipotesi che la Sicilia (e non Malta come poi accaduto) divenisse parte del Regno Unito o colonia di questo, per costituire la base per la penetrazione inglese nel Mediterraneo, era tutt’altro che remota. Basta leggere la lettera di Lord Amherst, chiamato dai baroni siciliani che chiedevano il suo appoggio nella questione costituzionale.

 

Lord Amherst scrive a Londra: “… I baroni … annunciano l’intenzione di avanzare le loro richieste al re per mezzo dell’organo legale, il Parlamento; ma prevedono da parte del sovrano una opposizione che nulla varrà a vincere, se non la mediazione dell’Inghilterra. Se Londra si rifiutasse non avrebbero avuto altra risorsa che una ribellione, che li avrebbe probabilmente gettati nelle braccia della Francia”. E ancora: ”… la nazione (siciliana) è matura per opporsi al governo. Diventare una provincia inglese non sarebbe considerata dalla maggior parte dei suoi abitanti una disgrazia, ma un governo indipendente ed una libera costituzione sarebbero considerati una fortuna, il cui raggiungimento legherebbe indissolubilmente i siciliani alla nazione che gliela procurasse”.

 

Ed effettivamente il Governo e l’opinione pubblica Inglese erano fortemente lacerati su diversificate posizioni: taluni propugnavano l’annessione immediata dell’Isola; altri riteneva opportuno un protettorato; altri ancora sostenevano l’indipendenza della Sicilia e della sua Corona. Vi era anche una fazione che voleva abbandonare a se stesso il regno di Sicilia.

 

Ma gli inglesi avevano grossi interessi economici e militari in Sicilia e nel Mediterraneo e vi erano segnali inquietanti di un intrigo internazionale ordito dalla Regina, per consegnare l’Isola ad un protettorato francese.

 

E lo stesso allontanamento della regina Maria Carolina, che andrà a morire in esilio a Vienna, imposto con la forza delle armi più che dalla diplomazia inglese, è sintomatico della scomodissima posizione in cui si trovava Ferdinando, che venne infine costretto a nominare il figlio Francesco Vicario del Regno, ritirandosi alla Ficuzza a caccia di cinghiali e leggiadre donzelle.

 

Gli scheletri escono dall’armadio: 1946, i Savoia riconoscono la Nazione siciliana 

 

Agli attori della storia, il concetto di dualità dei Regni, sia pure più volte inglobati in uno stesso Stato, è sempre risultato molto chiaro, dal 1282 al 1946: da Alfonso il magnanimo a Carlo III, da Garibaldi a … Umberto II, ultimo Re d’Italia, che il 15 maggio 1946, durante il suo breve Regno, prima ancora dello svolgimento del Referendum istituzionale per la scelta tra Repubblica o Monarchia, riconoscendo (tardivamente) la specificità storica e giuridica siciliana, ed a fronte del corrispondente concreto rischio di “perdere” l’Isola, promulga lo Statuto speciale.

Per la precisione lo Statuto viene promulgato con Regio Decreto Legge del 15 maggio 1946, n. 455 e pubblicato nella G.U. del Regno d'Italia n. 133-3 del 10 giugno 1946. Sarà convertito in legge costituzionale 26 febbraio 1948.

 

Nella promulgazione dello Statuto siciliano, è implicito il riconoscimento di Umberto II, dell’inadeguatezza, se non del fallimento delle politiche di unificazione della Sicilia al Regno d’Italia, poste in essere negli 85 anni di unità nazionale.

 

L’esame dello Statuto Siciliano, dei suoi istituti, delle prerogative parlamentari, l’istituzione dell’Alta Corte per la Sicilia, le provvidenze e i diritti fiscali e demaniali accordati all’Isola, il nomen stesso di “Assemblea” adottato, dimostrano che alla Sicilia veniva riconosciuto uno stato di specialità che è difficile non ricollegare alla sua storia, alla sua antica sovranità nazionale. Lo Statuto, a tratti, appare più il concordato costituzionale tra due Stati che non una normativa che regola i rapporti tra Stato e Regione.

 

Per meglio comprendere lo spirito di “indipendenza” che animava i notabili siciliani ancora nel 1946, è utile ricordare che una delegazione di “Personalità dell’Isola”, aveva offerto a Umberto II, nei primi giorni del maggio del 1946, la corona ed il titolo di Re di Sicilia, a patto che, restituita ai Savoia l’Italia intera, la Sicilia fosse rimasta Regno autonomo e sovrano. Chi sia andato ad offrire La Corona a Umberto e perché, è tutt’altra storia, o se si vuole, la solita storia.

 

La Repubblica italiana fece propria questa determinazione istituzionale di Re Umberto II, ma rimane il fatto che la legittimazione originale dello Statuto siciliano, proviene paradossalmente dalla monarchia sabauda. E questa circostanza suggerisce che ancora nel 1946 le vicende del Regno normanno di Sicilia e quindi di quello aragonese di Trinacria poi di Sicilia ultra, erano tutt’altro che concluse, ammesso che lo siano nel 2010.

 

Tra le motivazioni giuridiche ed istituzionali, avanzate dai siciliani, vi fu quella, non priva di fondamento, che la Sicilia aveva aderito nel 1860 al Regno d’Italia e che l’eventuale vittoria nel Referendum della Repubblica, avrebbe restituito all’Isola la sua sovranità ed il diritto di scegliere di rimanere una monarchia.

Se consideriamo che nel Referendum del 2 Giugno 1946, nell’Isola la maggioranza a favore della Monarchia fu schiacciante, ben si comprende che l’offerta fatta a Umberto II, era stata ben più realista del Re.

 

Non è superfluo evidenziare a questo punto, quale elemento di ulteriore riflessione, il periodico riemergere di un uso politico criminale e strumentale dell’indipendentismo, cui la mafia ha più volte fatto ricorso. Interessanti e drammatiche sono le rivelazioni di alcuni mafiosi pentiti, che hanno dichiarato che a fronte dei pericoli derivanti dal compromesso storico tra DC e PCI, ed alla conseguente temuta stretta nella politica di prevenzione criminale, attuabile dallo Stato in Sicilia, la cupola mafiosa, o meglio la fazione stragista dei corleonesi, profilò ai propri referenti politici, l’organizzazione di una rivolta separatista. Era il 1979.

© Riproduzione riservata
Segnala ad un amico
Anonimo 19 maggio 2010   08:33

Mi pare molto ingenua la posizione di chi ritiene che la mafia sia nata con l'unità d'Italia, Questo articolo è invece illuminante in merito alle motivazioni economiche e sociali della nascita del fenomeno. Invece di generiche critiche di principio, sarebbe necessario in Sicilia aprire un serio dibattito sull'evoluzione del problema, per stabilire se oggi le specifiche sociali siano diverse, perchè se sono uguali (ed io credo che sia così) si spiega la persistenza dello strapotere mafioso. Il risultato potrebbe essere un'indicazione su come uscire dallo stallo in cui ci troviamo.

Infine complimenti all'autore ed alla Testata.

Anonimo 29 aprile 2010   09:02
L'utente ha risposto al commento anonimo del 29 aprile 2010. Visualizza »

Mafia = Sicilia italiana. Che le piaccia o no questo è un fatto storico.

Infatti appena Garibaldi è sbarcato a Marsala, ipso facto è nata la mafia per gemmazione e partenogenesi: immediatamente e senza alcuna storia alle spalle, le squadre dei "picciotti" (o di campieri??) di Sant'Anna e Coppola si sono a Lui unite a difesa dei poteri feudali dei Baroni, ma ora con connotazione mafiosa. Invece fino al 9 maggio 1860 le "squadre" erano costituite da buontemponi e sempliciotti amanti della natura al soldo di nessuno. Guarda caso però erano dotati di una guida ed un organizzazione, oltre che di una precisa politica tale, da essere pronte prima ancora dello sbarco.

Certo è molto misteriosa questa vicenda ... oppure la si vuole misteriosa per non accettare la realtà.

Fino a che noi siciliani non avremo il coraggio della verità, la nostra situazione non muterà di una virgola.

Anonimo 26 aprile 2010   18:21
L'utente ha risposto al commento anonimo del 26 aprile 2010. Visualizza »

Mafia = Sicilia italiana. Che le piaccia o no questo è un fatto storico.

Troppo semplice ed invero alquanto ingenuo. La realtà si presenta agli occhi di tutti, ben più complessa, ma se a Lei piace "questa storia" ...

Anonimo 26 aprile 2010   13:57
L'utente ha risposto al commento anonimo del 26 aprile 2010. Visualizza »

Finalmente un articolo che delinea una teoria credibile sull'evoluzione di un fenomeno fin qui relegato ad "effetto" senza indagini sulla causa economica e sociale.

Estemporanei e non credibili, se non storicamente ingenui, i tentativi di far coincidere la nascita della mafia con l'avvento dell'unità d'Italia.

Complimenti alla testata per questa iniziativa tesa a "celebrare" adeguatamente e con la ricerca di "un'altra verità" l'anniversario della contestata unione.

Mafia = Sicilia italiana. Che le piaccia o no questo è un fatto storico.

Anonimo 26 aprile 2010   12:28

Da leggere ai giovani e nelle scuole.

Anonimo 21 aprile 2010   10:45

Finalmente un articolo che delinea una teoria credibile sull'evoluzione di un fenomeno fin qui relegato ad "effetto" senza indagini sulla causa economica e sociale.

Estemporanei e non credibili, se non storicamente ingenui, i tentativi di far coincidere la nascita della mafia con l'avvento dell'unità d'Italia.

Complimenti alla testata per questa iniziativa tesa a "celebrare" adeguatamente e con la ricerca di "un'altra verità" l'anniversario della contestata unione.

Anonimo 19 aprile 2010   15:50

Arrivo tardi. Ma noto tra i commenti il tentativo di far passare l'assunto che la mafia siciliana sia la stessa cosa di altre organizzazioni criminali, pur di riabilitare baroni e notabili siciliani.

Non è possibile sostenere questa tesi: la mafia siciliana si caratterizza per un suo peculiare aspetto, ovvero quello di essere o cercare di divenire intrinseca al potere, quello di diventare "Stato".

 

Anonimo 17 aprile 2010   22:16
L'utente ha risposto al commento anonimo del 17 aprile 2010. Visualizza »

Egregio Signor AV, sto ancora aspettando una risposta, mi accontento anche di un  ... "Non so oppure non ho voglia di rispondere"  .... Ad ogni buon fine Le ripeto la domanda:

Desidererei, se possibile, qualche delucidazione. Lei ha affermato che la mafia ha 150 anni. Poi ha detto, se ho ben capito altrimenti me lo dica, che sette segrete e circoli liberali, ovvero antiche logge più o meno espressamente massoniche, foraggiate anche dagli inglesi, preesistenti al 1860, prepararono l’arrivo di Garibaldi e che questi circoli e logge e sette erano gli antesignani della mafia, e ancora che il potere espresso dai baroni non ha niente a che vedere con la mafia.

Poi ha aggiunto che esistevano sette ben precise tipo Beati Paoli, Pugnalatori etc, spostando ancora più indietro di alcuni secoli l’esistenza di sette e gruppi politici/criminali/massonici occulti, costituiti per indirizzare con mezzi certo non istituzionali e/o criminali in senso lato, la politica (e dunque il potere stesso) nell’Isola.

Quindi mi è sembrato di capire, in estrema sintesi, mi corregga se sbaglio, che questi gruppi si qualificano come mafia dal 1860 in avanti e si qualificano invece come circoli o logge o sette o società segrete prima del 1860.

Le chiedo dunque quale è la discriminante secondo la quale le sette/logge/società segrete diventano mafia nell'anno 1860?

E poi le chiedo ancora: i baroni facevano parte (e in che misura) di queste associazioni, prima o dopo il 1860?

La ringrazio anticipatamente per le risposte.

L.M.

 

Egregio Signor AV, mi spiace non aver avuto alcun riscontro alla mia domanda, che pensavo di aver formulato in maniera chiara: la risposta, o l'indicazione di un testo, sarebbe stata estremamente interessante, ne sono certo, per tanti partecipanti al forum. Sarà per la prossima volta. 

L.M.

Anonimo 16 aprile 2010   15:19
L'utente ha risposto al commento anonimo del 16 aprile 2010. Visualizza »

Cosa cambierebbe per lei ? Non è certo Leopoldo di Borbone. Se vuole gli risponda nel merito.

Dalla risposta capisco che lei si è intrufolato in questa discussione, dunque le rispondo che non sa nemmeno di che si sta parlando, ne ha per mano, ne ha letto i documenti ed i decreti con cui si è costruito l'argomento, difatti vedo che si lascia andare in affermazione imprudenti del tipo: "i conservatori fedeli alla corona si lamentavano". E lei che ne sa se il Mortillaro fosse fedele o meno? O ancora, che ne sa lei se non vi fossero altri siciliani, che non avessero detto il contrario e smentito il Mortillaro?

Ma davvero lei pensa che il mancato successo di un iniziativa di Leopoldo di Borbone avrebbe pregiudicato lo sviluppo dell'economia siciliana, e da quali documenti desume ciò?

Ha proprio ragione, non rasentiamo il ridicolo

Anonimo 16 aprile 2010   14:00
L'utente ha risposto al commento anonimo del 16 aprile 2010. Visualizza »

Per risponderle bisognerebbe capire se lei è la persona con cui si stava portando avanti il dialogo o uno che è entrato di sponda.

 

Cosa cambierebbe per lei ? Non è certo Leopoldo di Borbone. Se vuole gli risponda nel merito.

Anonimo 14 aprile 2010   15:09
L'utente ha risposto al commento anonimo del 14 aprile 2010. Visualizza »

Tutto è relativo e tutto è possibile.

Chissà che non abbia ragione lei e torto quel signore, che, vivendoci sotto il suo mitico regno, parlava espressamente di colonialismo interno.

Chissà perché persino i conservatori fedeli alla corona si lamentavano, chissà perché persino il luogotenente fratello del re chiedeva provvedimenti diversi per la Sicilia. Chissà. Evidentemente non avevano conosciuto Lei: fosse nato allora glielo avrebbe spiegato per bene.

Più borbonico di Leopoldo Borbone?

Non rasentiamo il ridicolo.

Per risponderle bisognerebbe capire se lei è la persona con cui si stava portando avanti il dialogo o uno che è entrato di sponda.

 

Anonimo 14 aprile 2010   13:12
L'utente ha risposto al commento anonimo del 14 aprile 2010. Visualizza »

La libera circolazione delle merci e delle persone è una condizione tipica degli stati unitari, qual'era il Regno delle Due Sicilie dopo il 1816, anche se  tale unificazione avvenne in un periodo lungo per via delle differenze di partenza.

Dal punto di vista dei dazi sulle importazioni internazionali, la Sicilia era dentro una botte di ferro che avrebbe dovuto tutelare la produzione locale e favorire la coltivazione e la lavorazione di prodotti anche non indigeni come il cotone, il lino e la seta. E poi esisteva il vantaggio del basso costo della manodopera siciliana, anche rispetto ai Real Domini continentali.

Sarebbe intressante poter discutere su eventuali statistiche (non presenti tra i vari commenti) che provino effettivamente un'impoverimento industriale della Sicilia rispetto al passato, alla luce dell'affermazione (coraggiosa ma imprudente) che tale sistema doganale "ci fece arrivare quasi senza industrie allo sbarco di Marsala"

la quale sembra essere peraltro smentita dalla frase successiva:

"Ma l'economia siciliana nel complesso resistette a questo tentativo, che restò frustrato. 12 anni di "cabottaggio coloniale" prima della rivoluzione del 1848 e al più 11 anni dopo non riuscirono ad impoverire la Sicilia e a tradurla in una vera e propria colonia dell'Italia meridionale".

Mentre l'ultima frase dovrebbe smentisi da se: "Riuscirono soltanto a ritardarne il decollo economico. E non è poco", in quanto è noto che dopo il 1861 l'economia invece di decollare, crollò disastrosamente, causando l'emigrazione di centinaia di migliaia di persone.

Tornando al discorso sul cabotaggio, sarebbe interessante verificare se l'assenza completa di competizione (ovvero con la persistenza di dazi tra Napoli e Sicilia) non portasse invece ad una logica assistenzialista.

Con i soli dati riportati, risulta difficile credere che l'economia siciliana arrivò al 1861 senza industrie sol perchè erano applicati dei dazi di consumo sulle merci spedite a Napoli(considerando che la manodopera siciliana costava meno che a Napoli, come rileva lo stesso Mortillaro, il quale da buon conservatore difficilmente avrebbe digerito una svolta liberale, qual'era la rimozione dei dazi)

Le merci napoletane che venivano vendute in Sicilia non avevano in se anche il costo del trasporto ad aumentarne il prezzo finale?Non aveva la Sicilia anche un mercato interno ed estero da sfruttare e le industrie siciliane dovevano per forza vendere ai napoletani(*) per svilupparsi?

Non mancarono nemmeno le iniziative di sostegno all'economia siciliana, come l'istituzione del Porto Franco di Messina, i divieti annuali e pluriannuali di importazione nell'isola di grani esteri(D.R. 16/11/1834), l'abolizione della privativa del tabacco in Sicilia (D.R. 04/04/1831)

Per finire, e cosa importantissima, nella riflessione del Mortillaro non trovo alcun riferimento sui "dazi di consumo" presenti anche nelle province siciliane, che nell'isola venivano chiamati "imposte civiche", inoltre (al contrario di come imprudentemente affermato) dalla riflessione del Mortillaro non è chiaro se i dazi di consumo fossero applicati nella sola città di Napoli o in tutto il Regno delle Due Sicilie continentale.

(*) Sarebbe interessante capire se prima del 1816 esisteva un fiorente commercio con Napoli tale che la sua riduzione debba essere considerato come grave ammanco.

(**)Sia i dazi di consumo che le imposte civiche erano delle tasse locali.

Tutto è relativo e tutto è possibile.

Chissà che non abbia ragione lei e torto quel signore, che, vivendoci sotto il suo mitico regno, parlava espressamente di colonialismo interno.

Chissà perché persino i conservatori fedeli alla corona si lamentavano, chissà perché persino il luogotenente fratello del re chiedeva provvedimenti diversi per la Sicilia. Chissà. Evidentemente non avevano conosciuto Lei: fosse nato allora glielo avrebbe spiegato per bene.

Più borbonico di Leopoldo Borbone?

Non rasentiamo il ridicolo.

Anonimo 14 aprile 2010   09:24
L'utente ha risposto al commento anonimo del 14 aprile 2010. Visualizza »

Egregio Signor AV,

Desidererei, se possibile, qualche delucidazione. Lei ha affermato che la mafia ha 150 anni. Poi ha detto, se ho ben capito altrimenti me lo dica, che sette segrete e circoli liberali, ovvero antiche logge più o meno espressamente massoniche, foraggiate anche dagli inglesi, preesistenti al 1860, prepararono l’arrivo di Garibaldi e che questi circoli e logge e sette erano gli antesignani della mafia, e ancora che il potere espresso dai baroni non ha niente a che vedere con la mafia.

Poi ha aggiunto che esistevano sette ben precise tipo Beati Paoli, Pugnalatori etc, spostando ancora più indietro di alcuni secoli l’esistenza di sette e gruppi politici/criminali/massonici occulti, costituiti per indirizzare con mezzi certo non istituzionali e/o criminali in senso lato, la politica (e dunque il potere stesso) nell’Isola.

Quindi mi è sembrato di capire, in estrema sintesi, mi corregga se sbaglio, che questi gruppi si qualificano come mafia dal 1860 in avanti e si qualificano invece come circoli o logge o sette o società segrete prima del 1860.

Le chiedo dunque quale è la discriminante secondo la quale le sette/logge/società segrete diventano mafia nell'anno 1860?

E poi le chiedo ancora: i baroni facevano parte  (e in che misura) di queste associazioni, prima o dopo il 1860?

La ringrazio anticipatamente per le risposte.

L.M.

Egregio Signor AV, sto ancora aspettando una risposta, mi accontento anche di un  ... "Non so oppure non ho voglia di rispondere"  .... Ad ogni buon fine Le ripeto la domanda:

Desidererei, se possibile, qualche delucidazione. Lei ha affermato che la mafia ha 150 anni. Poi ha detto, se ho ben capito altrimenti me lo dica, che sette segrete e circoli liberali, ovvero antiche logge più o meno espressamente massoniche, foraggiate anche dagli inglesi, preesistenti al 1860, prepararono l’arrivo di Garibaldi e che questi circoli e logge e sette erano gli antesignani della mafia, e ancora che il potere espresso dai baroni non ha niente a che vedere con la mafia.

Poi ha aggiunto che esistevano sette ben precise tipo Beati Paoli, Pugnalatori etc, spostando ancora più indietro di alcuni secoli l’esistenza di sette e gruppi politici/criminali/massonici occulti, costituiti per indirizzare con mezzi certo non istituzionali e/o criminali in senso lato, la politica (e dunque il potere stesso) nell’Isola.

Quindi mi è sembrato di capire, in estrema sintesi, mi corregga se sbaglio, che questi gruppi si qualificano come mafia dal 1860 in avanti e si qualificano invece come circoli o logge o sette o società segrete prima del 1860.

Le chiedo dunque quale è la discriminante secondo la quale le sette/logge/società segrete diventano mafia nell'anno 1860?

E poi le chiedo ancora: i baroni facevano parte (e in che misura) di queste associazioni, prima o dopo il 1860?

La ringrazio anticipatamente per le risposte.

L.M.

 

Anonimo 12 aprile 2010   18:18
L'utente ha risposto al commento anonimo del 12 aprile 2010. Visualizza »

(continuo e chiudo con la lunga citazione)

....Or poi pressoché tutte le derrate che dalla Sicilia si esportano per Napoli, non ostante che libero fosse il cabottaggio, van soggette al pagamento di dazii fortissimi, i quali abbenché dazi di consumo venner nominati, e non d'immissione [mi ricordano le scuse dell'attuale Consulta questi cambiamenti di nome per non attribuire vantaggi alla Sicilia], pur tuttavia sono dazii che riscuotonsi sopra i generi che s'importano dalla Sicilia...

Al contrario poi i generi che dai dominii del continente in Sicilia s'importano,....sopra quelle, dazi di consumo non esistono, né van soggette ad alcun dazio civico, così entran libere affatto da ogni gravezza, e senza alcun peso mettonsi in circolazione nell'Isola....

Chi è ormai che non comprende la miseria dello stato di nostro commercio e industria nostra? chi è sì cieco da non vedere che la parola cabottaggio si applica a quel commercio che con altri termini è un sistema coloniale?

...

Mi fermo qui. Ormai il quadro è chiarissimo.

L'unione doganale, fatta senza gradualità, senza contrattazione tra i due regni, giacché uno dei due era ridotto a possedimento, era a senso unico, odiosa in più punti, a suo modo nello spirito dei tempi, nel senso che Napoli provava a sfruttare la Sicilia in senso coloniale, inondandola delle proprie manifatture, impedendo che nascesse un'industria locale ed erigendo poderose barriere all'entrata di prodotti stranieri.

Questo era il bel tempo andato delle Due Sicilie. Quello che ci fece arrivare quasi senza industrie allo sbarco di Marsala.

In un certo senso l'abolizione delle dogane post 1860 fece perire le industrie napolitane della stessa morte che queste avevano causato sul nascere a quelle siciliane.

Ma l'economia siciliana nel complesso resistette a questo tentativo, che restò frustrato. 12 anni di "cabottaggio coloniale" prima della rivoluzione del 1848 e al più 11 anni dopo non riuscirono ad impoverire la Sicilia e a tradurla in una vera e propria colonia dell'Italia meridionale. Riuscirono soltanto a ritardarne il decollo economico. E non è poco.

Le politiche mercantiliste del '700 erano diverse. Non era ancora concepibile uno sfruttamento industriale tra le due corone; non c'era ancora la rivoluzione industriale. Ma il flusso di denaro da Sicilia a Napoli c'era anche allora. La moneta napoletana, il Ducato, aveva infatti un certo, ancorché modesto, signoraggio. L'onza invece coincideva con il proprio valore di conio. Essendo costretti già da Re Carlo a dover accettare il cambio 3 x 1 con il ducato, l'oro defluiva automaticamente dalla moneta più pregiata (l'onza) a quella più vile (il ducato) secondo l'antico adagio che la "moneta cattiva scaccia quella buona". Nel 1800 non si consentì più alla zecca di Palermo di battere moneta: da allora in poi la moneta usata dai siciliani doveva essere coniata a Napoli e a questi si doveva quindi pagare per intero il signoraggio. L'unico tentativo, nel 1834, da parte del Principe Leopoldo di mettere in circolazione una modesta quantità di grani siciliani (moneta divisionale) fu subito bloccato da Napoli e le monete coniate furono ritirate dalla circolazione.

Questo il buon tempo andato delle Due Sicilie.

Massimo Costa

La libera circolazione delle merci e delle persone è una condizione tipica degli stati unitari, qual'era il Regno delle Due Sicilie dopo il 1816, anche se  tale unificazione avvenne in un periodo lungo per via delle differenze di partenza.

Dal punto di vista dei dazi sulle importazioni internazionali, la Sicilia era dentro una botte di ferro che avrebbe dovuto tutelare la produzione locale e favorire la coltivazione e la lavorazione di prodotti anche non indigeni come il cotone, il lino e la seta. E poi esisteva il vantaggio del basso costo della manodopera siciliana, anche rispetto ai Real Domini continentali.

Sarebbe intressante poter discutere su eventuali statistiche (non presenti tra i vari commenti) che provino effettivamente un'impoverimento industriale della Sicilia rispetto al passato, alla luce dell'affermazione (coraggiosa ma imprudente) che tale sistema doganale "ci fece arrivare quasi senza industrie allo sbarco di Marsala"

la quale sembra essere peraltro smentita dalla frase successiva:

"Ma l'economia siciliana nel complesso resistette a questo tentativo, che restò frustrato. 12 anni di "cabottaggio coloniale" prima della rivoluzione del 1848 e al più 11 anni dopo non riuscirono ad impoverire la Sicilia e a tradurla in una vera e propria colonia dell'Italia meridionale".

Mentre l'ultima frase dovrebbe smentisi da se: "Riuscirono soltanto a ritardarne il decollo economico. E non è poco", in quanto è noto che dopo il 1861 l'economia invece di decollare, crollò disastrosamente, causando l'emigrazione di centinaia di migliaia di persone.

Tornando al discorso sul cabotaggio, sarebbe interessante verificare se l'assenza completa di competizione (ovvero con la persistenza di dazi tra Napoli e Sicilia) non portasse invece ad una logica assistenzialista.

Con i soli dati riportati, risulta difficile credere che l'economia siciliana arrivò al 1861 senza industrie sol perchè erano applicati dei dazi di consumo sulle merci spedite a Napoli(considerando che la manodopera siciliana costava meno che a Napoli, come rileva lo stesso Mortillaro, il quale da buon conservatore difficilmente avrebbe digerito una svolta liberale, qual'era la rimozione dei dazi)

Le merci napoletane che venivano vendute in Sicilia non avevano in se anche il costo del trasporto ad aumentarne il prezzo finale?Non aveva la Sicilia anche un mercato interno ed estero da sfruttare e le industrie siciliane dovevano per forza vendere ai napoletani(*) per svilupparsi?

Non mancarono nemmeno le iniziative di sostegno all'economia siciliana, come l'istituzione del Porto Franco di Messina, i divieti annuali e pluriannuali di importazione nell'isola di grani esteri(D.R. 16/11/1834), l'abolizione della privativa del tabacco in Sicilia (D.R. 04/04/1831)

Per finire, e cosa importantissima, nella riflessione del Mortillaro non trovo alcun riferimento sui "dazi di consumo" presenti anche nelle province siciliane, che nell'isola venivano chiamati "imposte civiche", inoltre (al contrario di come imprudentemente affermato) dalla riflessione del Mortillaro non è chiaro se i dazi di consumo fossero applicati nella sola città di Napoli o in tutto il Regno delle Due Sicilie continentale.

(*) Sarebbe interessante capire se prima del 1816 esisteva un fiorente commercio con Napoli tale che la sua riduzione debba essere considerato come grave ammanco.

(**)Sia i dazi di consumo che le imposte civiche erano delle tasse locali.

Anonimo 12 aprile 2010   17:08
L'utente ha risposto al commento anonimo del 12 aprile 2010. Visualizza »

Lei si accontenta di poco. Quella operazione di amalgama appena delineata, ed è questo uno dei punti cardine dell’articolo, che sono certo non le sarà sfuggito, non aveva speranza di riuscita a causa di quelle diversità strutturali tra le due corone, sulle quali ci siamo lungamente soffermati.

Non è una mia opinione: la dimostrazione di questo assunto sta nei fatti, dalla Prammatica del 1792 alla Costituzione del 1812, alla consegna del Regno a Garibaldi, passando per le rivoluzioni del ‘20, ‘36 e ‘48. Ne abbiamo parlato a lungo in altri blogg generati da precedenti articoli, e non mi pare il caso di ricominciare perché i fatti sono consolidati e le diversificate posizioni di tutti sono stati ampiamente chiarite.

Come ho detto nella premessa all’articolo, le nostre idee storico-politiche personali sono sempre degne di rispetto, ma ritengo altrettanto giusto che ognuno di noi parta dai fatti della storia e non da una idea preconcetta di essa.

E’ vero il compito dello storico in fin dei conti è sempre quello di “riscrivere la storia” quando le nebbie del presente o di un passato troppo vicino, cominciano a diradarsi. E’ un dato strutturale.

Ieri in libreria, notavo che il 70% dei libri esposti riguardavano argomenti legati al Fascismo ed al Risorgimento, in parte trattati in modo nuovo e non convenzionale. Una riflessione spontanea: molti continuano a cercare la verità di quei periodi storici che “sentono” non essere stati ancora raccontati veramente. Molti percepiscono che alcune parti della storia del Paese sono state mistificate e cercano ostinatamente di capire, di vedere oltre la cortina di ferro della storia scritta solo per servire un’idea.

Sarà la storia a darci l'idea giusta e non l'idea giusta a restituirci la storia.

A Lei ed a Tutti i lettori, nessuno escluso,

Un Cordiale Saluto

Giuseppe Di Bella

Gentile Di Bella,

chi si accontenta gode.

 

Capisco il piacere che ha di parlare con me(ed io con lei) ma prima o poi i commenti su questo articolo dovevano terminare. ;-)

 

Che l'amalgama legislativa non sia riuscita è smentita dai decreti, che non aveva speranza di riuscita è da provare.

 

Cordialità

Anonimo 12 aprile 2010   16:50
L'utente ha risposto al commento anonimo del 12 aprile 2010. Visualizza »

Gentile Di Bella,

 

se ho insistito così tanto è perchè (dunque) la prima parte non molto è chiara, causa le sue incursioni pre e post la fatidica data del 1816, senza seguire l'ordine cronologico dei fatti. Sono convinto di non essere l'unico ad aver preso la "svista".

 

In ogni caso adesso mi posso definire soddisfatto, perchè ora si può affermare senza il rischio di "sviste" e di delucidazioni  ritardate ed evasive che, dopo il 1816, partì un'operazione (anche se lunga) di amalgama legislativa tra Napoli e Sicilia, attraverso delle tappe che si possono definire fondamentali.

 

Cordialità

Lei si accontenta di poco. Quella operazione di amalgama appena delineata, ed è questo uno dei punti cardine dell’articolo, che sono certo non le sarà sfuggito, non aveva speranza di riuscita a causa di quelle diversità strutturali tra le due corone, sulle quali ci siamo lungamente soffermati.

Non è una mia opinione: la dimostrazione di questo assunto sta nei fatti, dalla Prammatica del 1792 alla Costituzione del 1812, alla consegna del Regno a Garibaldi, passando per le rivoluzioni del ‘20, ‘36 e ‘48. Ne abbiamo parlato a lungo in altri blogg generati da precedenti articoli, e non mi pare il caso di ricominciare perché i fatti sono consolidati e le diversificate posizioni di tutti sono stati ampiamente chiarite.

Come ho detto nella premessa all’articolo, le nostre idee storico-politiche personali sono sempre degne di rispetto, ma ritengo altrettanto giusto che ognuno di noi parta dai fatti della storia e non da una idea preconcetta di essa.

E’ vero il compito dello storico in fin dei conti è sempre quello di “riscrivere la storia” quando le nebbie del presente o di un passato troppo vicino, cominciano a diradarsi. E’ un dato strutturale.

Ieri in libreria, notavo che il 70% dei libri esposti riguardavano argomenti legati al Fascismo ed al Risorgimento, in parte trattati in modo nuovo e non convenzionale. Una riflessione spontanea: molti continuano a cercare la verità di quei periodi storici che “sentono” non essere stati ancora raccontati veramente. Molti percepiscono che alcune parti della storia del Paese sono state mistificate e cercano ostinatamente di capire, di vedere oltre la cortina di ferro della storia scritta solo per servire un’idea.

Sarà la storia a darci l'idea giusta e non l'idea giusta a restituirci la storia.

A Lei ed a Tutti i lettori, nessuno escluso,

Un Cordiale Saluto

Giuseppe Di Bella

Anonimo 12 aprile 2010   15:52
L'utente ha risposto al commento anonimo del 12 aprile 2010. Visualizza »

Lei è incorso in un'altra svista perché il pezzo di articolo che cita si riferisce al periodo precedente all'unificazione, come risulta chiaro dalla citazione del Parlamento, rilegga serenamente: "Il Parlamento e l’Amministrazione siciliana, continuavano sostanzialmente ad esprimere e rappresentare il potere feudale “irriducibile” della classe nobiliare siciliana, talmente intrinseco all’organizzazione del sistema sociale ed economico, da risultare senza alternative e pertanto inemendabile, specialmente quando erano in discussione gli interessi legati al latifondo.

 

Risultava evidente ictu oculi che la Sicilia possedeva istituzioni proprie ed un suo “Stato apparato” che era causa ed affetto delle peculiarità giuridiche, storiche, culturali e sociali dell’Isola: uno Stato che era l’espressione massima del potere feudale dei baroni.

 

Ma non basta: era diversa la lingua, la flotta, la bandiera, le armi araldiche, la cittadinanza, la moneta, la monetazione e la zecca, i sistemi e le unità di misura, le tradizioni e la cultura popolare, il servizio postale, gli usi civici e feudali, soprattutto erano appunto diverse le leggi vigenti nei due Regni, come quella di grande rilievo, in tema di leva militare. Si aggiunga ancora l’amministrazione in proprio di una diversa fiscalità, i cui proventi andavano solo in minima parte alla corte napoletana e la sussistenza della dogana allo Stretto di Messina."

Secondo Lei avrei potuto citare il Parlamento Siciliano dopo il 1816? E lei che mi deve provare il contrario di quanto affermo.

Cordiali Saluti

Giuseppe Di Bella

Gentile Di Bella,

 

se ho insistito così tanto è perchè (dunque) la prima parte non molto è chiara, causa le sue incursioni pre e post la fatidica data del 1816, senza seguire l'ordine cronologico dei fatti. Sono convinto di non essere l'unico ad aver preso la "svista".

 

In ogni caso adesso mi posso definire soddisfatto, perchè ora si può affermare senza il rischio di "sviste" e di delucidazioni  ritardate ed evasive che, dopo il 1816, partì un'operazione (anche se lunga) di amalgama legislativa tra Napoli e Sicilia, attraverso delle tappe che si possono definire fondamentali.

 

Cordialità

Anonimo 12 aprile 2010   15:50
L'utente ha risposto al commento anonimo del 12 aprile 2010. Visualizza »

Come è possibile al giorno d'oggi, anno 2010, litigare, anzi scannarsi per un argomento così anacronistico? Datevi tutti una calmata... Come disse uno che la sapeva lunga: "Ma mi faccia il piacere!"

Non è l'argomento, non è una questione di storia, ma se non ho capito male, e mi pare evidente ... di buona creanza

Anonimo 12 aprile 2010   15:43

Come è possibile al giorno d'oggi, anno 2010, litigare, anzi scannarsi per un argomento così anacronistico? Datevi tutti una calmata... Come disse uno che la sapeva lunga: "Ma mi faccia il piacere!"

Anonimo 12 aprile 2010   15:22
L'utente ha risposto al commento anonimo del 12 aprile 2010. Visualizza »

eheh caro mio, per mentire bisogna avere memoria... sei la stessa persona che nella prima metà dell'articolo si è lamentato delle accuse contro i borbonici...

ti spacci per "separatista" (termine in disuso e che usano coloro che non conoscono l'argomento) per difendere le tue tesi borboniche.

sei la stesso borbonico che ha fatto i complimenti al dott. di bella solo per accusare gli indipendentisti e difendere le tue ridicole tesi borbiche.

meriti questi insulti e molto di più!!!!

 

ANimus TUus DOminus

Si sbaglia ancora una volta ... ma se la Redazione le lascia ancora campo libero per dire che chiunque "meriti questi insulti e molto di più", vuol dire che ha ragione Lei. Ed essendo io fuori luogo su questo giornale, abbandono il campo e lo tolgo dai preferiti.

Non avrò più il piacere di leggere i suoi insulti. Non si disturbi a rispondere e complimenti per la sua vittoria.

Al Direttore i miei Saluti ed anche a Lui i complimenti per aver mantenuto la promessa di tenere il giornale indenne da questi atteggiamenti.

Anonimo 12 aprile 2010   15:11
L'utente ha risposto al commento anonimo del 12 aprile 2010. Visualizza »

Probabilmente perchè un articolo con insulti e con fanatismi porta molti più accessi di un articolo civile.

Visto come si continua, Lei ha proprio ragione. Più insulti, più letture: però mi sembra una politica suicida.

Anonimo 12 aprile 2010   14:26
L'utente ha risposto al commento anonimo del 12 aprile 2010. Visualizza »

Egregio Direttore, come vede non è un fatto episodico ma reiterato. Che senso ha pubblicare un commento che recita: "NEOCOGLIONICO"'. Ha un'utilità, è corretto nei confronti dell'altro lettore, è educato, porta lustro a qualcuno, serve al giornale, alla cultura, all'equilibrio, alla moderazione?

Non è un problema di censura, ma di buon gusto.

Cordiali saluti

 

eheh caro mio, per mentire bisogna avere memoria... sei la stessa persona che nella prima metà dell'articolo si è lamentato delle accuse contro i borbonici...

ti spacci per "separatista" (termine in disuso e che usano coloro che non conoscono l'argomento) per difendere le tue tesi borboniche.

sei la stesso borbonico che ha fatto i complimenti al dott. di bella solo per accusare gli indipendentisti e difendere le tue ridicole tesi borbiche.

meriti questi insulti e molto di più!!!!

 

ANimus TUus DOminus

Anonimo 12 aprile 2010   13:19
L'utente ha risposto al commento anonimo del 12 aprile 2010. Visualizza »

Egregio Direttore, come vede non è un fatto episodico ma reiterato. Che senso ha pubblicare un commento che recita: "NEOCOGLIONICO"'. Ha un'utilità, è corretto nei confronti dell'altro lettore, è educato, porta lustro a qualcuno, serve al giornale, alla cultura, all'equilibrio, alla moderazione?

Non è un problema di censura, ma di buon gusto.

Cordiali saluti

 

Probabilmente perchè un articolo con insulti e con fanatismi porta molti più accessi di un articolo civile.

Anonimo 11 aprile 2010   16:16
L'utente ha risposto al commento anonimo del 11 aprile 2010. Visualizza »

neocoglionico?

Egregio Direttore, come vede non è un fatto episodico ma reiterato. Che senso ha pubblicare un commento che recita: "NEOCOGLIONICO"'. Ha un'utilità, è corretto nei confronti dell'altro lettore, è educato, porta lustro a qualcuno, serve al giornale, alla cultura, all'equilibrio, alla moderazione?

Non è un problema di censura, ma di buon gusto.

Cordiali saluti

 

Anonimo 11 aprile 2010   12:23
L'utente ha risposto al commento anonimo del 11 aprile 2010. Visualizza »

neocoglionico?

Per nulla cortese. Non è un problema tpo borbonico/non borbonico, perché le plebi stavano molto male ovunque in Europa e non ho ricordato questi fatti per promuovere uno o l'altro. Troppo banale e pedestre. Però se invece di offendere chiunque non la pensi esattamente come Lei, ci pensa un po' su, vedrà che sostenere che nel 700 o nell'800, in qualsiasi parte del mondo non comandavano i nobili, come classe sociale, è contraddetto dalla storiografia universale.

P.S. Sono separatista da sempre, ma ciò non mi ha mai impedito di essere realista.

Cordiali Saluti

Anonimo 10 aprile 2010   22:38
L'utente ha risposto al commento anonimo del 10 aprile 2010. Visualizza »

Si certo è logico, comandavano i jurnatara, che prendevano 800 grammi di pane e sei Tarì per 10 ore di zappa sotto il sole di luglio e poi a fine giornata dovevano fare, ancora negli anni 20, "U quartu d'ura pu signurinu" ovvero un quarto d'ora in più come regalo al signorino di turno o al massaro, quando già le ossa erano tutte dolenti e la gente tornava a casa senza il fiato per parlare. Si, comandavano loro, come il popolo ha sempre comandato in sicilia. lo racconta Verga e tanti altri bugiardi. Le otto ore effettive le introdusse il fascismo, eppure in Sicilia, quella Orientale "dove la mafia arrivò tardi perchè non c'erano le logge", proprio li l'imposizione ai braccianti du "quartu d'ura" finisce con la guerra nel 1940!

Ma smettetela di fare gli intellettuali di Stato

neocoglionico?

Anonimo 10 aprile 2010   20:44

Egregio Signor AV,

Desidererei, se possibile, qualche delucidazione. Lei ha affermato che la mafia ha 150 anni. Poi ha detto, se ho ben capito altrimenti me lo dica, che sette segrete e circoli liberali, ovvero antiche logge più o meno espressamente massoniche, foraggiate anche dagli inglesi, preesistenti al 1860, prepararono l’arrivo di Garibaldi e che questi circoli e logge e sette erano gli antesignani della mafia, e ancora che il potere espresso dai baroni non ha niente a che vedere con la mafia.

Poi ha aggiunto che esistevano sette ben precise tipo Beati Paoli, Pugnalatori etc, spostando ancora più indietro di alcuni secoli l’esistenza di sette e gruppi politici/criminali/massonici occulti, costituiti per indirizzare con mezzi certo non istituzionali e/o criminali in senso lato, la politica (e dunque il potere stesso) nell’Isola.

Quindi mi è sembrato di capire, in estrema sintesi, mi corregga se sbaglio, che questi gruppi si qualificano come mafia dal 1860 in avanti e si qualificano invece come circoli o logge o sette o società segrete prima del 1860.

Le chiedo dunque quale è la discriminante secondo la quale le sette/logge/società segrete diventano mafia nell'anno 1860?

E poi le chiedo ancora: i baroni facevano parte  (e in che misura) di queste associazioni, prima o dopo il 1860?

La ringrazio anticipatamente per le risposte.

L.M.

Anonimo 10 aprile 2010   19:42
L'utente ha risposto al commento anonimo del 10 aprile 2010. Visualizza »

basta con questa "storia" dei baroni che comandavano sempre in Sicilia. ci sono stati baroni e baroni e soprattutto vissuti in epoche diverse. carmelo trasselli, fa diversi esempi di baroni, addiruttara, vittime dei loro stessi vassalli!!!

Si certo è logico, comandavano i jurnatara, che prendevano 800 grammi di pane e sei Tarì per 10 ore di zappa sotto il sole di luglio e poi a fine giornata dovevano fare, ancora negli anni 20, "U quartu d'ura pu signurinu" ovvero un quarto d'ora in più come regalo al signorino di turno o al massaro, quando già le ossa erano tutte dolenti e la gente tornava a casa senza il fiato per parlare. Si, comandavano loro, come il popolo ha sempre comandato in sicilia. lo racconta Verga e tanti altri bugiardi. Le otto ore effettive le introdusse il fascismo, eppure in Sicilia, quella Orientale "dove la mafia arrivò tardi perchè non c'erano le logge", proprio li l'imposizione ai braccianti du "quartu d'ura" finisce con la guerra nel 1940!

Ma smettetela di fare gli intellettuali di Stato

Anonimo 10 aprile 2010   16:50

basta con questa "storia" dei baroni che comandavano sempre in Sicilia. ci sono stati baroni e baroni e soprattutto vissuti in epoche diverse. carmelo trasselli, fa diversi esempi di baroni, addiruttara, vittime dei loro stessi vassalli!!!

Anonimo 10 aprile 2010   06:27
L'utente ha risposto al commento anonimo del 10 aprile 2010. Visualizza »

La mafia non è riuscita a rendersi autonoma dalla politica … Ciascuno tragga le sue conclusioni.

 

Non capisco che conclusioni dovrei trarre... puó spiegarsi meglio per favore?

 

AV

Poiché lei mi costringe bonariamente … la conclusione potrebbe essere, a mio parere, che la mafia è tornata a fare politica dall’interno. E non mi stupirei di scoprire tra cento anni che l’eliminazione dei corleonesi (di quasi tutti) è stata un’operazione alla quale non sono estranee quelle logge segrete che temevano che lo stragismo facesse sfuggire di mano la situazione, aiutate da … . E non mi stupirei di scoprire che sia stato deciso prima, chi catturare e in che tempi (vedi processi in corso) e chi lasciare, per esclusione, padrone del campo.

Saluti

Giuseppe Di Bella

Anonimo 09 aprile 2010   19:57
L'utente ha risposto al commento anonimo del 09 aprile 2010. Visualizza »

Per quanto a mia conoscenza, In Sicilia e segnatamente a Palermo, col termine camurra, da cui deriva "camurria" (insistenza molesta) veniva indicato specificamente il taglieggiamento, l'atto del taglieggiare "S'ava paari a camurra" ovvero il pizzo, dunque un atto e non tanto una organizzazione criminale. Il termine camurrista più tardi, viene usato esclusivamente per indicare un affiliato alla camorra napoletana o una persona comune poco gradita per le sue pretese e prese di posizione (piantagrane).Questa seconda accezione è oggi scomparsa.

Non si può negare che il termine camurra, pur in questa limitata accezione, sia arrivato a Palermo da Napoli. Secondo una etimologia più dotta ( Pasqualino) "camurra" indica una forte febbre e "camurrista" il custode del gioco e dei giocatori, in pratica un biscazziere che affittava tavolo e carte e per questo incassava una piccola "tangente" sul gioco.

Ugualmente a Palermo non esiste il termine guappo o guappo di sciammeria. E' vero invece che abbiamo importato il termine camorristico "Mammasantissima" o capo assoluto. Ma è mia opinione che questo termine ritorni in Sicilia dagli USA all'inizio del 900, e che li lo appresero i mafiosi siciliani dai camorristi già impiantati e ai quali i siciliani tolsero il governo della malavita organizzata.

Capintrito, caposocietà, capoparanza, giovanotti onorati, non esistono ain Sicilia. Ma guarda caso a Napoli già nel 700 i giovani apprendisti camorristi si chiamavano picciotti o picciotti di sgarro. Il che ci fa pensare a qualche riferimento ben preciso. 

Per quanto alla sua tesi sui Beati Paoli massoni, che non mi trova contrario, Lei stesso dice "si deduce", non mi pare che alcuna ricerca abbia esitato la prova definitiva né della loro esistenza né dell'esistenza di una setta assimilabile alla massoneria, ma di una specie di loggia oscura dedita a trame politiche. 

Interessante è comunque notare che tali congregazioni vennero importate nella Penisola nel periodo spagnolo e che questo regalo venne fatto inevitabilmente alle Sicilie e che la Spagna è riuscita a liberarsi da questo tarlo, mentre in Italia il Regno dei Savoia, il Fascismo e poi la Repubblica non ci sono riusciti.

Lei ora parla di nobilitazione dei natali, di un tentativo maldestro della storiografia di parte. Se torniamo al punto di partenza, ovvero al testo, vediamo che contrariamente a questa posizione, ho sostenuto e cercato di argomentare la nascita della mafia dal punto di vista del sistema economico siciliano (io penso che il denaro e l'interesse fanno girare le società e non altro).

A tutto questo è sottesa una considerazione ben definita: lo sfruttamento del feudo in modo piramidale, aggregava interessi parassitari coerenti ed univoci, tali da necessitare di una struttura intrinseca di controllo politico al massimo livello, che non poteva essere rappresentata che dai baroni e notabili.

E questo si vede bene nella Costituzione del 1812. E' possibile non definire mafia questo fenomeno? Io credo di no.

Vi è anche una prova successiva: La mafia rimase addentellata ai feudi (ed alle zolfare) fino alla riforma del 1950. I mafiosi che arrivano a Palermo nel dopoguerra vengono dai ranghi dei campieri, sono legati alla terra. Gli stessi corleonesi, ancora negli anni 70, saranno nciuriati  "peri ncritati".

Saluti

Giuseppe Di Bella

Il termine "camurrista" è riportato dal dizionario etimologico siciliano di Michele Pasqualino edito nel 1789. Il Pasqualino raccolse, studiò e pubblicò le etimologie rintracciate dal padre che pubblicò in un pregevole Vocabolario etimologico per il quale ebbe il privilegio di entrare a far parte dell'Accademia della Crusca. E' pertanto verosimile ritenere che il termine venisse utilizzato in Sicilia ben prima del 1789, in quella accezione di cui sotto.

Si ritiene che l'origine napoletana dei termini Camorra e camorrista (XVI secolo), sia autonoma rispetto al nome dell'organizzazione criminale denominata "Bella società riformata".

In tema etimologico i guappi napoletani prendono nome dai "Guapos" della Guarduna spagnola.

G. Di Bella

Anonimo 09 aprile 2010   19:18
L'utente ha risposto al commento anonimo del 09 aprile 2010. Visualizza »

La legge che istituisce il "libero cabotaggio" tra Napoli e Sicilia e abolisce formalmente i "dazi d'immissione" allo Stretto è del 1824. Non sapevo dei decreti attuativi del 1826. Non sono certo se formalmente la dogana interna sia stata ricostituita dopo il 1849, come mi pare di aver letto da qualche parte. Cambia poco in ogni caso.

Restava di fatto un forte protezionismo, da colonialismo straccione, tra Napoli e Sicilia, sotto forma di "dazi di consumo", per stimolare una produzione industriale nel Napoletano e tenere la Sicilia confinata alle sole produzioni agricole.

Porterò brani di un celebre articolo di Vincenzo Mortillaro sull'argomento, noto conservatore e clericale, non certo di parte liberale quindi, con supporto di dati e documenti dell'epoca.

A questo punto bisogna andare alla sostanza dei fatti.

Massimo Costa

(continuo e chiudo con la lunga citazione)

....Or poi pressoché tutte le derrate che dalla Sicilia si esportano per Napoli, non ostante che libero fosse il cabottaggio, van soggette al pagamento di dazii fortissimi, i quali abbenché dazi di consumo venner nominati, e non d'immissione [mi ricordano le scuse dell'attuale Consulta questi cambiamenti di nome per non attribuire vantaggi alla Sicilia], pur tuttavia sono dazii che riscuotonsi sopra i generi che s'importano dalla Sicilia...

Al contrario poi i generi che dai dominii del continente in Sicilia s'importano,....sopra quelle, dazi di consumo non esistono, né van soggette ad alcun dazio civico, così entran libere affatto da ogni gravezza, e senza alcun peso mettonsi in circolazione nell'Isola....

Chi è ormai che non comprende la miseria dello stato di nostro commercio e industria nostra? chi è sì cieco da non vedere che la parola cabottaggio si applica a quel commercio che con altri termini è un sistema coloniale?

...

Mi fermo qui. Ormai il quadro è chiarissimo.

L'unione doganale, fatta senza gradualità, senza contrattazione tra i due regni, giacché uno dei due era ridotto a possedimento, era a senso unico, odiosa in più punti, a suo modo nello spirito dei tempi, nel senso che Napoli provava a sfruttare la Sicilia in senso coloniale, inondandola delle proprie manifatture, impedendo che nascesse un'industria locale ed erigendo poderose barriere all'entrata di prodotti stranieri.

Questo era il bel tempo andato delle Due Sicilie. Quello che ci fece arrivare quasi senza industrie allo sbarco di Marsala.

In un certo senso l'abolizione delle dogane post 1860 fece perire le industrie napolitane della stessa morte che queste avevano causato sul nascere a quelle siciliane.

Ma l'economia siciliana nel complesso resistette a questo tentativo, che restò frustrato. 12 anni di "cabottaggio coloniale" prima della rivoluzione del 1848 e al più 11 anni dopo non riuscirono ad impoverire la Sicilia e a tradurla in una vera e propria colonia dell'Italia meridionale. Riuscirono soltanto a ritardarne il decollo economico. E non è poco.

Le politiche mercantiliste del '700 erano diverse. Non era ancora concepibile uno sfruttamento industriale tra le due corone; non c'era ancora la rivoluzione industriale. Ma il flusso di denaro da Sicilia a Napoli c'era anche allora. La moneta napoletana, il Ducato, aveva infatti un certo, ancorché modesto, signoraggio. L'onza invece coincideva con il proprio valore di conio. Essendo costretti già da Re Carlo a dover accettare il cambio 3 x 1 con il ducato, l'oro defluiva automaticamente dalla moneta più pregiata (l'onza) a quella più vile (il ducato) secondo l'antico adagio che la "moneta cattiva scaccia quella buona". Nel 1800 non si consentì più alla zecca di Palermo di battere moneta: da allora in poi la moneta usata dai siciliani doveva essere coniata a Napoli e a questi si doveva quindi pagare per intero il signoraggio. L'unico tentativo, nel 1834, da parte del Principe Leopoldo di mettere in circolazione una modesta quantità di grani siciliani (moneta divisionale) fu subito bloccato da Napoli e le monete coniate furono ritirate dalla circolazione.

Questo il buon tempo andato delle Due Sicilie.

Massimo Costa

Anonimo 09 aprile 2010   19:02
L'utente ha risposto al commento anonimo del 09 aprile 2010. Visualizza »

La legge che istituisce il "libero cabotaggio" tra Napoli e Sicilia e abolisce formalmente i "dazi d'immissione" allo Stretto è del 1824. Non sapevo dei decreti attuativi del 1826. Non sono certo se formalmente la dogana interna sia stata ricostituita dopo il 1849, come mi pare di aver letto da qualche parte. Cambia poco in ogni caso.

Restava di fatto un forte protezionismo, da colonialismo straccione, tra Napoli e Sicilia, sotto forma di "dazi di consumo", per stimolare una produzione industriale nel Napoletano e tenere la Sicilia confinata alle sole produzioni agricole.

Porterò brani di un celebre articolo di Vincenzo Mortillaro sull'argomento, noto conservatore e clericale, non certo di parte liberale quindi, con supporto di dati e documenti dell'epoca.

A questo punto bisogna andare alla sostanza dei fatti.

Massimo Costa

(continuo con la citazione del Mortillaro)

... Ma la quistione nostra è tutt'altra. Napoli e Sicilia abbenchè in unico regno riuniti, avendo però finanze e amministrazioni separate, non possonsi per alcun verso riguardare come parti di un regno stesso in quanto al commercio.

Or così essendo diamo uno sguardo allo stato della industria manifatturiera in Sicilia, uno sguardo in Napoli, che senza lungo riflettere, e senza fisicar su le ragioni, si conviene da ognuno che quasi nulla ha da spedire di manifatture in cabotaggio la Sicilia nei dominii del continente, mentre al contrario resta essa inondata da ogni sorta di manifatture che da Napoli liberamente in cabottaggio vi s'importano, le quali quì a possonsi a prezzi discreti smaltire, non interessando tanto al manifattore il vender caro, quanto il vender molto: e quindi vengono in concorrenza dalla massa maggiore della popolazione preferite all'estere, che gravate di dazii ben forti non si possono che a prezzi forti rilasciare....

Ma ciò, dicono alcuni, poco caler deve alla Sicilia; giacché se essa riceve manifatture da Napoli per via del libero cabottaggio, si spaccia per tal guisa dei suoi prodotti, ....Ma questo ragionare che sembra aver l'aspetto della verità si trova falso così nella teoria come nel fatto nostro. ...

Ma lasciando da parte queste teorie ed astrazioni...torno al fatto della Sicilia asserendo che non trovasi, col calcolo, equivalente il vantaggio che si trae dal prodotto di una sola delle tante manifatture che quì da Napoli spedisconsi, a tutta la somma riunita di ogni genere che dalla Sicilia si spedisce, sì perché pochi sono i generi nostri che bisognano ai Napolitani, sì perché alcuni fra questi sono esclusi dal cabotaggio [e quindi la libertà doganale non era estesa ai prodotti di cui la Sicilia fosse esportatrice a Napoli], sì finalmente perché molti vengono presso di loro assoggettiti a forti dazii di consumo. ...

Si sa da chiunque  è per poco informato delle patrie cose che la Sicilia altro in cabottaggio non ispedisce per i dominii del continente che poche merci; ma la polvere, il sale, il tabacco, e simili, di che noi abbondiamo, spedir non si possono a Napoli per effetto delle regie privative. In quanto alle manifatture, i lavori di ferro della Sicilia poteansi spacciare in Napoli a minor prezzo de' Napolitani, perché siccome ad agevolar le miniere di ferro di Napoli trovasi ivi stabilito un forte dazio alla immissione del ferro estero , ciò che non si ha in Sicilia, quindi le manifatture di ferro straniero lavorate in Sicilia costerebbero in Napoli assai meno di quelle ivi stesso lavorate e vincerebbero la concorrenza, e appunto per questo onde non restar sopraffatti nella concorrenza i lavori di ferro di Napoli da quei di Sicilia fu con provvida [ironia?] avvedutezza espressamente proibita la immissione in cabottaggio di lavori in ferro anche dalla Sicilia nei dominii continentali. Parimenti i giulebbi nostri vincer poteano per lo prezzo quelli di Napoli; poiché ivi lo zucchero paga sei ducati a quintale di più per dazio di consumo che noi non paghiamo, quindi ben a ragione [ironia?] perché non avvenisse danno alle napolitane fabbriche di giulebbe vennero dal libero cabottaggio esclusi i giulebbi nostri. In quanto alle materie prime, il basso prezzo della carta straccia potea esser di mezzo onde attivarsi le nostre fabbriche di carta e soffrir la concorrenza con quelle di Napoli, e quindi con accorta prudenza a fin di agevolare le cartiere napolitane venne gravata la straccia di Napoli di un dazio di esportazione perché non si venisse a spedire a cabottaggio in Sicilia, e all'incontro liberissima esce la straccia di questa isola onde portarsi a Napoli iin cabottaggio...

(continua)

Massimo Costa

Anonimo 09 aprile 2010   18:43
L'utente ha risposto al commento anonimo del 09 aprile 2010. Visualizza »

La legge che istituisce il "libero cabotaggio" tra Napoli e Sicilia e abolisce formalmente i "dazi d'immissione" allo Stretto è del 1824. Non sapevo dei decreti attuativi del 1826. Non sono certo se formalmente la dogana interna sia stata ricostituita dopo il 1849, come mi pare di aver letto da qualche parte. Cambia poco in ogni caso.

Restava di fatto un forte protezionismo, da colonialismo straccione, tra Napoli e Sicilia, sotto forma di "dazi di consumo", per stimolare una produzione industriale nel Napoletano e tenere la Sicilia confinata alle sole produzioni agricole.

Porterò brani di un celebre articolo di Vincenzo Mortillaro sull'argomento, noto conservatore e clericale, non certo di parte liberale quindi, con supporto di dati e documenti dell'epoca.

A questo punto bisogna andare alla sostanza dei fatti.

Massimo Costa

Continuo e cito dal Mortillaro.

Premetto però che nel merito aveva - a mio avviso - torto a difendere la barriera doganale tra le due parti del regno. Guardava al passato e non al futuro. Detto questo la sua testimonianza è rilevante per capire le reali motivazioni che portarono a quella unione doganale repentina e allo stato delle cose nel controverso periodo duosiciliano. La sua testimonianza resta preziosa.

V. Mortillaro - Considerazioni sul cabotaggio tra Napoli e Sicilia (1833)

 

Mentre ferve appo i nostri economisti caldissima la quistione se omai convenga o pur no il libero cabotaggio alla Sicilia; mentre S.A.R. il luogotenente generale [ai tempi il Principe Leopoldo, fratello del re, poi sospetto di troppe simpatie per i Siciliani e rimosso dall'incarico] inteso in ogni modo a far prosperare le cose nostre,... ha dimandato alla maestà del Sovrano talune modificazioni alle legge dei 30 novembre che libero stabilì il cabotaggio fra Napoli [qui e altrove nel senso lato del "Regno di Napoli" e non della città di Napoli] e la Sicilia;...

Noi stessi Siciliani, noi stessi ne abbiamo tutto giorno un vivo esempio sott'occhio, senza andar dietro a teorie e senza cercar gli esempii in regioni da noi ben lontane,... L'isola nostra anch'essa ha fatto più volte degli energici sforzi sull'assunto, e arde dal desìo di vedere nel suo seno introdotte le fabbriche d'ogni manifattura che fonte sarebbero per essa di ricchezza non poca: ma i suoi tentativi son tornati vani, e le fabbriche qui introdotte non prosperano, o nate appena languiscono...

Non par credibile e pur è verissimo, il libero cabotaggio delle manifatture nell'una e nell'altra parte del regno è la cagion potentissima di danno siffatto. E' da ciò che la Sicilia ha perduto immense ricchezze, essendo rimasta soffocata, com'è naturale, ogni sorta d'industria manifatturiera nell'isola. E' da ciò che la finanza anch'essa ha risentito gravissime perdite; essendosi da una parte attenuati gl'introiti della Dogana che poco lucro han ritratto dalle manifatture estere, delle quali, mancando il consumo per lo caro prezzo [contemporaneamente all'unione doganale interna il governo aveva adottato una politica fortemente protezionistica verso l'estero], manca la immissione, e nulla ritraendo dalla immissione delle manifatture napolitane perché libere s'importano, e d'ogni peso esenti...

Forma la Sicilia con Napoli un regno solo, ma ciò, com'è notissimo al mondo tutto, in quanto esse sono politicamente unite in virtù di un atto regio del 1816, ambidue soggette ad uno stesso sovrano, e regolate in gran parte colle leggi medesime; ma son esse poi in realtà due regni ben disgiunti dalla natura, e che hanno allo spesso degl'interessi economici non che diversi, ma talvolta fin anche opposti e del tutto contrarii. E perciò... abbenchè fossero le stesse in ambidue le regole primordiali delle amministrazioni, pure leggi separate e speciali nell'una e nell'altra parte le norme ne fissano, ... che in gran parte noverar si potrebbero, se questo fosse il luogo di andarle rammentando.

(segue)

Massimo Costa

Anonimo 09 aprile 2010   16:02
L'utente ha risposto al commento anonimo del 09 aprile 2010. Visualizza »

La Sua osservazione é interessante...

 

Purtroppo nessuno vuole andare a fondo alla cosa vuoi per interessi personali, vuoi per pigrizia.

 

Di Bella ritorna con le teorie campate in aria: ora il clientelismo sarebbe legato alla mafia... il clientelismo é ovunque come il crimine organizzato. Negli USA é addirittura istituzionalizato (le aziende fanno lobbying...). Ma in Sicilia significa mafia. Chissá perché...

 

Poi sta storia dei baroni che sono diventati il male universale... come al solito quando si parla della storia della Sicilia molti ad un certo punto si comincia a fare metafisica invece di andare a recuperare dati dagli archivi.

 

Assabinidica,

AV

Lei insiste con la questione baronale: mi sembra abbastanza chiaro che in Sicilia i baroni hanno detenuto un potere politico ed economico pressoché totale. Se non siamo dello stesso parere su questo, inutile andare avanti.

Se invece partiamo da questo presupposto, diventa tutto più leggibile, compreso il colpo di mano del 1812.

Vi sono realtà che hanno carattere deduttivo. In nessun documento d'archivio si troverà mai scritto che i baroni "comandavano" più del Re. Ma se mettiamo in sequela gli atti e gli avvenimenti arriviamo alla certezza di questo fatto.

Infine mi sembra, lo ripeto, marginale conferire fondamentale importanza alla datazione precedente all'unità della nascita del fenomeno. Poi lei stesso citava logge e sette ben precedenti all'unità.

Concordo sulla rilevanza della componente massonica come ulteriore radice del fenomeno, ma una cosa non esclude l'altra. Mi è sembrato più interessante indagare sul perché questo fenomeno si sviluppi e non trovi opposizione nei diversi regimi che si susseguono. Vi sono degli esiti evidenti.

Per questi motivi la resistenza e la persistenza della mafia ad ogni regime, è la prova più evidente della sua  natura proteiforme e della sua intrinsicità  al potere permeabile, il dato ha carattere costante. Vi è di più: il modello, forse importato, è stato poi esportato ed i livelli di complicità e connivenza hanno valicato i confini dell'Isola ed i livelli di potere, così come hanno valicato l'Oceano per tornare al tempo dovuto.

La mafia americana decise di impiantare in Sicilia le raffinerie di eroina, perché era il territorio più sicuro, non dal punto di vista criminale, ma da quello politico.

Saluti

Giuseppe Di Bella

Anonimo 09 aprile 2010   15:24
L'utente ha risposto al commento anonimo del 09 aprile 2010. Visualizza »

"...Il “ritardo” con cui la mafia sembra arrivare nelle Province orientali, potrebbe essere attribuito ad un fatto organizzativo formale e non alla sostanziale assenza di quei fenomeni di natura economica, politica e sociale da me indicati."

 

 

Gentile dott. Di Bella, non Le sembra singolare che nel 1860 la massoneria fosse concentrata quasi esclusivamente a Palermo (e a Napoli)?

Allora, potrebbe essere dovuto a questo il ritardo del "fatto organizzativo" nella Sicilia orientale...

 

mt

 

E' una ipotesi valida come tante altre.

Giuseppe Di Bella

Anonimo 09 aprile 2010   15:22

La legge che istituisce il "libero cabotaggio" tra Napoli e Sicilia e abolisce formalmente i "dazi d'immissione" allo Stretto è del 1824. Non sapevo dei decreti attuativi del 1826. Non sono certo se formalmente la dogana interna sia stata ricostituita dopo il 1849, come mi pare di aver letto da qualche parte. Cambia poco in ogni caso.

Restava di fatto un forte protezionismo, da colonialismo straccione, tra Napoli e Sicilia, sotto forma di "dazi di consumo", per stimolare una produzione industriale nel Napoletano e tenere la Sicilia confinata alle sole produzioni agricole.

Porterò brani di un celebre articolo di Vincenzo Mortillaro sull'argomento, noto conservatore e clericale, non certo di parte liberale quindi, con supporto di dati e documenti dell'epoca.

A questo punto bisogna andare alla sostanza dei fatti.

Massimo Costa

Anonimo 09 aprile 2010   15:21
L'utente ha risposto al commento anonimo del 09 aprile 2010. Visualizza »

Egregio Sig. Di Bella, le rinnovo, con sincerità, i complimenti fatti prima, perchè come le ho spiegato è uno dei pochi a parlare in chiave revisionista del Risorgimento. Vedo però che lei continua a rispondere polemicamente alle mie osservazioni fatte su una piccola parte (anche se fondamentale) dell'articolo, che ribadisco, nel suo insieme assume un valore pregevole.

Ritornando al discorso sulle differenze legislative tra Napoli e Sicilia, un conto è che le uniformazioni legislative non vennero mai effettuate come lei ha affermato sul suo articolo, un conto è che per "sua modesta opinione, il processo fu troppo lento e quindi poco efficace".

Io ho scritto, al contrario di quanto letto sul suo articolo,  che i dazi tra Sicilia e Napoli furono soppressi, ebbene adesso anche lei, per sua stessa ammissione, lo conferma.

(Ma cos'è "l'efficacia" se non un provvedimento che diventa legge?Non fu forse efficace ed esecutivo il provvedimento (fondamentale) di abolizione dei dazi tra Napoli e Sicilia?)

Mi fa piacere che lei possegga tutte quelle preziosissime carte e per questo la ammiro e la invidio, probabilmente però non aveva tra esse i documenti relativi alla parte da me contestata e nello scriverla ha fatto un po di confusione tra le sue opinioni e la verità storica.

Ne approfitto per dirle che dovrebbe modificare anche la parte relativa a:

BANDIERA, ARMI ARALDICHE, MARINA MILITARE E MERCANTILE: Dopo il 1816 le bandiere utilizzate dalle navi siciliane e napoletane è identica, sia sulle navi militari che su quelle mercantili (Decreto Reale 15 maggio 1816)

e non sarebbe male aggiungere anche che il Regno delle Due Sicilie ebbe un unico inno nazionale e che la rete telegrafica nazionale fosse gestita da un unico ministero.

 

Spero di trovare il tempo per verificare le altre "differenze", ma a questo punto spero che lo faccia prima lei.

Sicuro di una sua rettifica dell'articolo nella parte incriminata e della sua onestà intellettuale, le invio i miei più cordiali saluti

Lei è incorso in un'altra svista perché il pezzo di articolo che cita si riferisce al periodo precedente all'unificazione, come risulta chiaro dalla citazione del Parlamento, rilegga serenamente: "Il Parlamento e l’Amministrazione siciliana, continuavano sostanzialmente ad esprimere e rappresentare il potere feudale “irriducibile” della classe nobiliare siciliana, talmente intrinseco all’organizzazione del sistema sociale ed economico, da risultare senza alternative e pertanto inemendabile, specialmente quando erano in discussione gli interessi legati al latifondo.

 

Risultava evidente ictu oculi che la Sicilia possedeva istituzioni proprie ed un suo “Stato apparato” che era causa ed affetto delle peculiarità giuridiche, storiche, culturali e sociali dell’Isola: uno Stato che era l’espressione massima del potere feudale dei baroni.

 

Ma non basta: era diversa la lingua, la flotta, la bandiera, le armi araldiche, la cittadinanza, la moneta, la monetazione e la zecca, i sistemi e le unità di misura, le tradizioni e la cultura popolare, il servizio postale, gli usi civici e feudali, soprattutto erano appunto diverse le leggi vigenti nei due Regni, come quella di grande rilievo, in tema di leva militare. Si aggiunga ancora l’amministrazione in proprio di una diversa fiscalità, i cui proventi andavano solo in minima parte alla corte napoletana e la sussistenza della dogana allo Stretto di Messina."

Secondo Lei avrei potuto citare il Parlamento Siciliano dopo il 1816? E lei che mi deve provare il contrario di quanto affermo.

Cordiali Saluti

Giuseppe Di Bella

Anonimo 09 aprile 2010   14:04
L'utente ha risposto al commento anonimo del 09 aprile 2010. Visualizza »

La mafia non è riuscita a rendersi autonoma dalla politica … Ciascuno tragga le sue conclusioni.

 

Non capisco che conclusioni dovrei trarre... puó spiegarsi meglio per favore?

 

AV

Patto tra mafia e massoneria per ritardare i processi: otto persone arrestate

 

L'inchiesta vede coinvolti professionisti, medici, imprenditori, boss e iscritti a logge massoniche

 

PALERMO - Massoneria e mafia strette in un patto segreto contro la giustizia, con il primo obiettivo di ritardare i processi ai boss delle cosche di Trapani e Palermo. I carabinieri hanno arrestato otto persone, in diverse città, accusate di concorso esterno in associazione mafiosa, corruzione in atti giudiziari, peculato, accesso abusivo in sistemi informatici giudiziari e rivelazione di segreti d'ufficio. I provvedimenti sono stati emessi dal gip del tribunale di Palermo, Roberto Conti, su richiesta del procuratore Francesco Messineo, dell'aggiunto Roberto Scarpinato e del sostituto della Dda, Paolo Guido(continua)

 

http://www.corriere.it/cronache/08_giugno_17/mafia_massoneria_arresti_f54ee792-3c35-11dd-bc39-00144f02aabc.shtml

 

 

Anonimo 09 aprile 2010   13:58
L'utente ha risposto al commento anonimo del 09 aprile 2010. Visualizza »

La Sua osservazione é interessante...

 

Purtroppo nessuno vuole andare a fondo alla cosa vuoi per interessi personali, vuoi per pigrizia.

 

Di Bella ritorna con le teorie campate in aria: ora il clientelismo sarebbe legato alla mafia... il clientelismo é ovunque come il crimine organizzato. Negli USA é addirittura istituzionalizato (le aziende fanno lobbying...). Ma in Sicilia significa mafia. Chissá perché...

 

Poi sta storia dei baroni che sono diventati il male universale... come al solito quando si parla della storia della Sicilia molti ad un certo punto si comincia a fare metafisica invece di andare a recuperare dati dagli archivi.

 

Assabinidica,

AV

Pare che non si vuole capire che la storia negli ultimi secoli abbia avuto una direzione, per così dire, a guida massonico-esoterica...

Concordo con Lei sul fatto che la mafia in Sicilia è servita soprattuto a scopi diversi da quelli che ci hanno voluto far credere.

Anonimo 09 aprile 2010   13:43
L'utente ha risposto al commento anonimo del 09 aprile 2010. Visualizza »

Rispondo alla domanda:

“A questo punto, credo che la vera domanda da porre sia: perchè dopo il 1860 al Sud la mafia si sviluppa?”

Questo è un problema leggermente diverso: Delineata la nascita della mafia da tutte le componenti ampiamente citate lungo il blog e da quella socio-economica indicata, il suo sviluppo esponenziale post unitario ha, in estrema sintesi e schematicamente, per la qual cosa mi scuso ma non ho alternative, una serie di tappe obbligate:

A) 1860 - La mafia/massoneria, che non può non rappresentare gli interessi economici baronali, deve riscuotere un credito da Garibaldi e liquidato il Generale, il debitore è il Regno d’Italia.

B) Come detto, il debito viene “pagato” dalla Corona lasciando l’Isola agli interessi inglesi ed a quelli del latifondo, ed approfittando di questo per spostare lo sviluppo industriale al Nord.

C) Dal 1860 al fascismo, l’assenza dello Stato in Sicilia è pressoché totale: i pochi interventi sostanziali non fanno altro che favorire di fatto la mafia legata al latifondo. Crispi pone la Sicilia in stato d’assedio per sciogliere i Fasci, primo movimento di ribellione sociale a quella mafia. La riforma agraria non sarà neanche tentata e l’Isola viene lasciata in balia di poteri estranei allo Stato.

D) dal 1860 in avanti, la mafia segue la linea di sviluppo di tutta la storia della modernità ovvero quella di una continua espansione.

E) Il suo sviluppo, che infine ingloba tutta l’Isola, non viene contrastato da alcuno, perchè la mafia sia in origine che oggi, si è sempre infiltrata nel potere politico fino a divenirne a tratti inscindibile ed indistinguibile. Le operazioni di polizia scalfiscono appena il braccio operativo.

F) Nel tempo la mafia è stata asservita, dallo stesso potere politico che nutre e che la nutre, a diverse cause conservatrici e fino alla caduta del muro, il controllo del voto in Sicilia attraverso le clientele, è stato utilizzato in chiave atlantica ed anticomunista. Ad imporre che la Sicilia nel 1943 non si staccasse dall’Italia per diventare parte degli Stati Uniti o un suo protettorato, piomba in Italia un emissario di Stalin, un certo Levinski (ma sul nome perdonatemi qualche inesattezza). Vedi poi Giuliano, Portella, Pisciotta etc.; ancora il Governo Scelba non collegava i fatti del 44/45 con l’esistenza della mafia, anzi si tendeva ad affermare che la mafia non esistesse.

G) Dopo la strage di Viale Lazio, la cupola mafiosa cambia la sua strategia a causa del peso, ora maggioritario e che intimidisce le vecchie famiglie, dei corleonesi. E’ questo, a mio avviso, lo snodo esiziale che può sfuggire: la mafia tra il 1970 ed il 1995, tenta di rendersi autonoma dalla politica e diventa “Nazimafia” (G. C. Marino) o mafia terrorista. Da struttura di servizio intrinseca al potere ad entità criminale autonoma, sottesa a condizionare la politica senza farne parte organica attraverso referenti.

H) Finisce l’era dei corleonesi: La mafia non è riuscita a rendersi autonoma dalla politica … Ciascuno tragga le sue conclusioni.

Mi scuso nuovamente per la scheletrica sintesi che non rende a pieno la complessità del fenomeno, neanche all’1 per mille, ma questo mezzo non consente di più.

Cordiali saluti

Giuseppe Di Bella

La mafia non è riuscita a rendersi autonoma dalla politica … Ciascuno tragga le sue conclusioni.

 

Non capisco che conclusioni dovrei trarre... puó spiegarsi meglio per favore?

 

AV

Anonimo 09 aprile 2010   13:39

Gentile Sig. Di Bella

ho aspettato a commentare il suo articolo, molto ben fatto, e i suoi successivi interventi a dialogo con i lettori.

 

Apprezzo il suo coraggio nell'esplicare le sue idee, e certamente non è facile giudicare dopo tantissimi anni avvenimenti occorsi al ns. Popolo Siciliano.

 

A mio modesto parere la rivisitazione della nostra storia patria siciliana deve essere portata anche a conoscenza di tutti i nostri conterranei onde poter aver un metro di giudizio di quanto fatto da qui ha occupato posizioni di governo sia essi stessi siciliani e venuti da oltre il faro.

 

La criminalità c'è sempre stata ovunque quando c'è stata lassismo da parte di autorità preposte e nel qual caso, come i Beati Paoli nel '500, ciò è dovuto ad interessi propri di chi ci governa.

Un esempio lampante sta che il nostro regno siciliano ha dovuto approntare un esercito sempre alla bisogna. Mai un'esercito stanziale. Come per l'assedio di Malta, la battaglia di Lepanto, o in tempi più "recenti" affiancando le navi inglesi contro Napoleone, e soprattutto partecipando con propri uomini e navi alla liberazione della Spagna dai francesi.

 

Un elemento, quello dell'esercito, che ha in parte impedito la presa di coscienza di tutto il popolo a difendere la propria terra, lasciando di fatto i nobili siciliani a cercare di difendere appoggiandosi a questo o quel sovrano che non mettesse in pericolo le proprie guarentigie.

Il ns. amico AV ha citato il libro sui Beati Paoli nel cinquecento, ebbene in quel primo ventennio ci fu un cambio della nobiltà dovuto alla politica sfrontata di Ferdinando di Spagna teso a favorire i suoi amici banchieri neoconvertiti, dopo aver espulso gran parte degli ebrei dimoranti in Sicilia dal tempo della loro deportazione come prigionieri da parte di Pompeo Magno al tempo della conquista della Palestina. L'impoverimento della classe nobilità erede della lotta del Vespro a favore dei nuovi banchieri pisani con apparentamenti matrimoniali portò al cambio della politica nobilità, i vari Alliata, Bologna, Settimo hanno certamente occupato nel tempo la struttura gestionale del potere per circa 200 anni.

Sappiamo come sia faziosa la mentalità italiana... e già al tempo di Matteo Bonello c'erano questi elementi ma arrivati da fuori!

 

rrusariu@libero.it

Anonimo 09 aprile 2010   13:29
L'utente ha risposto al commento anonimo del 09 aprile 2010. Visualizza »

"...Il “ritardo” con cui la mafia sembra arrivare nelle Province orientali, potrebbe essere attribuito ad un fatto organizzativo formale e non alla sostanziale assenza di quei fenomeni di natura economica, politica e sociale da me indicati."

 

 

Gentile dott. Di Bella, non Le sembra singolare che nel 1860 la massoneria fosse concentrata quasi esclusivamente a Palermo (e a Napoli)?

Allora, potrebbe essere dovuto a questo il ritardo del "fatto organizzativo" nella Sicilia orientale...

 

mt

 

La Sua osservazione é interessante...

 

Purtroppo nessuno vuole andare a fondo alla cosa vuoi per interessi personali, vuoi per pigrizia.

 

Di Bella ritorna con le teorie campate in aria: ora il clientelismo sarebbe legato alla mafia... il clientelismo é ovunque come il crimine organizzato. Negli USA é addirittura istituzionalizato (le aziende fanno lobbying...). Ma in Sicilia significa mafia. Chissá perché...

 

Poi sta storia dei baroni che sono diventati il male universale... come al solito quando si parla della storia della Sicilia molti ad un certo punto si comincia a fare metafisica invece di andare a recuperare dati dagli archivi.

 

Assabinidica,

AV

Anonimo 09 aprile 2010   12:51
L'utente ha risposto al commento anonimo del 09 aprile 2010. Visualizza »

Non vi sono infatti diversi esiti, come è noto la mafia si è propagata in tutte le Province siciliane, sia pure con modi e tempi diversi, infiltrandosi nel potere politico, nel tessuto sociale e produttivo, secondo le specifiche realtà e con le relative complicità.

Non vi sono elementi per affermare che la gestione dei feudi fosse diversa nelle due parti dell’Isola o che la loro estensione fosse maggiore ad Occidente. Ma ugualmente non mi risulta che i Baroni proprietari dei feudi collocati ad Oriente si siano rifiutati di applicare la costituzione del 1812, in quella parte in cui loro consentiva di trasformare le proprietà feudali in personali. Il “ritardo” con cui la mafia sembra arrivare nelle Province orientali, potrebbe essere attribuito ad un fatto organizzativo formale e non alla sostanziale assenza di quei fenomeni di natura economica, politica e sociale da me indicati.

Cordiali saluti

Giuseppe Di Bella

"...Il “ritardo” con cui la mafia sembra arrivare nelle Province orientali, potrebbe essere attribuito ad un fatto organizzativo formale e non alla sostanziale assenza di quei fenomeni di natura economica, politica e sociale da me indicati."

 

 

Gentile dott. Di Bella, non Le sembra singolare che nel 1860 la massoneria fosse concentrata quasi esclusivamente a Palermo (e a Napoli)?

Allora, potrebbe essere dovuto a questo il ritardo del "fatto organizzativo" nella Sicilia orientale...

 

mt

 

Anonimo 09 aprile 2010   12:44
L'utente ha risposto al commento anonimo del 09 aprile 2010. Visualizza »

Ma come … prima mi fa i complimenti e poi contesta l’articolo e promette altre contestazioni!! Mi ricorda vagamente le Costituzioni e le promesse non mantenute dai Borbone! Allora, come vede Lei stesso, ho fatto bene a respingere i suoi surrettizi ed insinceri complimenti.

 

Nel merito, noto che anche Lei, dichiaratamente, vuole intavolare una diatriba su fatti singoli e non sull’impianto della tesi sostenuta nell’articolo: procediamo pure.

Lei afferma che i Borbone tentarono dopo il 1815 di amalgamare lentamente (“lunga ma costante”) i due Regni. Quel che Lei afferma è vero in relazione al tentativo, alle intenzioni. Non risulta altrettanto vero in relazione ai risultati ottenuti. In proposito ho già espresso la mia modesta opinione in altro articolo, ovvero che il processo fu troppo lento e quindi poco efficace, condizionato da lotte intestine (come quella tra Cassisi ed il Principe di Satriano), invero non incisivo e “rivoluzionario” come avrebbe dovuto, ed infine incongruo ed inadeguato alla situazione interna ed internazionale.

Il dazio merci tra le Sicilie venne abolita nel 1826. Un buon provvedimento, un po’ tardivo in confronto all’antichità di quel “Rex utriusque Siciliae” di cui Carlo si fregia dal 3 luglio 1735”. Questa considerazione valga per tutte le tardive riforme intavolate. E così torniamo al fatto: o le riforme furono tardive per improvvido governo, o più verosimilmente la corte napoletana non aveva la forza politica di attuarle (vedi Prammatica 1792), perché in Sicilia comandavano i baroni.

 

Non ho mai pensato che lei “Spari decreti” (mentre Lei in qualche modo insinua dubbi sui documenti da me utilizzati).

Nel merito, posso fornirle una scansione del citato (clamoroso) proclama di Bentink di cui possiedo un rarissimo originale, del decreto sulla monetazione argentea di cui pure possiedo un esemplare. Possiedo anche una trentina di atti di Carlo (III) molto interessanti, dati tra il 1738 ed il 1754, alcune centinaia di atti di Ferdinando III, IV, I, e dei suoi successori, emanati tra il 1755 ed il 1860, ed ancora un centinaio di documenti garibaldini e luogotenenziali (documentazione che intendo conferire, dopo averla esaminata completamente, all’archivio di Stato di Palermo).

Parte del materiale è pubblicato in forma cartacea o in rete. La Prammatica XXV e altri atti più rari a cui mi riferisco più o meno esplicitamente, sono consultabili nei testi integrali, come lei sa bene, presso l’archivio di Stato di Napoli e Palermo, l’Istituto di Storia Patria etc. etc..

Cordiali Saluti

Giuseppe Di Bella

Egregio Sig. Di Bella, le rinnovo, con sincerità, i complimenti fatti prima, perchè come le ho spiegato è uno dei pochi a parlare in chiave revisionista del Risorgimento. Vedo però che lei continua a rispondere polemicamente alle mie osservazioni fatte su una piccola parte (anche se fondamentale) dell'articolo, che ribadisco, nel suo insieme assume un valore pregevole.

Ritornando al discorso sulle differenze legislative tra Napoli e Sicilia, un conto è che le uniformazioni legislative non vennero mai effettuate come lei ha affermato sul suo articolo, un conto è che per "sua modesta opinione, il processo fu troppo lento e quindi poco efficace".

Io ho scritto, al contrario di quanto letto sul suo articolo,  che i dazi tra Sicilia e Napoli furono soppressi, ebbene adesso anche lei, per sua stessa ammissione, lo conferma.

(Ma cos'è "l'efficacia" se non un provvedimento che diventa legge?Non fu forse efficace ed esecutivo il provvedimento (fondamentale) di abolizione dei dazi tra Napoli e Sicilia?)

Mi fa piacere che lei possegga tutte quelle preziosissime carte e per questo la ammiro e la invidio, probabilmente però non aveva tra esse i documenti relativi alla parte da me contestata e nello scriverla ha fatto un po di confusione tra le sue opinioni e la verità storica.

Ne approfitto per dirle che dovrebbe modificare anche la parte relativa a:

BANDIERA, ARMI ARALDICHE, MARINA MILITARE E MERCANTILE: Dopo il 1816 le bandiere utilizzate dalle navi siciliane e napoletane è identica, sia sulle navi militari che su quelle mercantili (Decreto Reale 15 maggio 1816)

e non sarebbe male aggiungere anche che il Regno delle Due Sicilie ebbe un unico inno nazionale e che la rete telegrafica nazionale fosse gestita da un unico ministero.

 

Spero di trovare il tempo per verificare le altre "differenze", ma a questo punto spero che lo faccia prima lei.

Sicuro di una sua rettifica dell'articolo nella parte incriminata e della sua onestà intellettuale, le invio i miei più cordiali saluti

Anonimo 09 aprile 2010   12:33

Egr. Dr. Di Bella,

Il problema siciliano (e della storiografia in generale) è proprio chiaro in questo blogg: la gente vuole una agiografia degli avvenimenti, dei personaggi e quindi della storia.

Se Lei si mette a dire "le cose come stanno", finisce per scontentare tutti, perché tutti vogliono una versione “personalizzata” che metta la ragione tutta da una parte ed il torto tutto dall’altra.

Come vede, Non ci sono alternative.

Cordiali Saluti

post 12,32 9.4

Anonimo 09 aprile 2010   11:30
L'utente ha risposto al commento anonimo del 09 aprile 2010. Visualizza »

bisognerebbe chiederlo anche agli estensori dell'articolo e a chi poi risponde. In poche parole al dott. Di Bella.

Alessio Mazzacurati

Dr. Mazzacurati,

Tento di essere breve e sintetico, ma Lei converrà che l'argomento non si presta ad essere trattato in due righe.

Sto cercando di rispondere adeguatamente a tutti nei limiti delle mie conoscenze.

Cordiali Saluti

G. Di Bella

Anonimo 09 aprile 2010   11:27
L'utente ha risposto al commento anonimo del 09 aprile 2010. Visualizza »

Il seme della mafia può germogliare potenzialmente dappertutto, credo che su questo sono tutti d'accordo, almeno in base a ciò che ho letto.

Ma come tutti i semi, esso ha bisogno di essere innaffiato e concimato per svilupparsi, condizione che la criminalità ha trovato in Sicilia dal 1860 in poi e che perdura ancora oggi.

Leggendo le cronache dell'epoca, notiamo dei comportamenti simil-mafiosi(le famose premesse) anche in altre regioni d'Italia, in cui il fenomeno della criminalità organizzata oggi sembra assente.

Ho re-inserito la descrizione della vita nobiliare in Piemonte di quell'epoca in rapporto alle istituzioni, cambiando gli aggettivi "piemontesi" in quelli "siciliani", da notare l'effetto che fa:

"Un lungo discorso a se stante occorrerebbe fare per i patriziati civici.In questa sede ci limitiamo solo a sfiorare l'argomento con qualche generale accenno.Come è noto le principali città della Sicilia erano sede di numerose famiglie nobili che, quasi immancabilmente, finivano per controllarne ereditariamente la vita amministrativa ed i poteri locali.Per poter parlare di veri e propri patriziati(nella forma più piena ed incontrovertibile del termine) piuttosto che di semplice nobiltà civica o decurionale, anche se l'accezione non è interpretata in modo univoco, occorrerebbe riscontrare una vera autonomia politica comunale.Questo quanto meno, in chiave storico-giuridica. Se si passa però dalla teoria alla pratica nobiliare del Regno d'Italia il criterio di riconoscimento dei patriziati fu applicato in modo disomogeneo, ed è molto probabile che un'indagine approfondita possa rivelare che alcuni patriziati civici italiani, regolarmente ammessi nell'ordinamento nobiliare del Regno abbiano caratteristiche e dignità del tutto simili ai vari "patriziati" siciliani....Se anche abbiamo ampie prove che le principali famiglie di un determinato luogo ambissero avere propri rappresentanti nei consigli di credenza(e infatti il numero dei nobili era in essi sempre piuttosto consistente), gli obblighi ed oneri connessi all'ufficio di credenziere o decurione(non esclusa, addirittura, la responsabilità in solido con le città amministrate di fronte a situazioni debitorie), in determinati periodi e luoghi (per lo più minori), sconsigliavano un impegno diretto, al punto che non è impossibile trovare esempi di consiglieri costretti ad accettare la propria carica loro malgrado. Ciò nonostante - e nonostante precise norme vietassero la partecipazione in uno stesso consiglio di congiunti troppo stretti - le amministrazioni locali finivano per essere monopolizzate da poche famiglie che si passavano il testimone, mediante consolidati meccanismi di cooptazione di padre in figlio" [Feudi e Nobiltà negli Stati dei Savoja - Lanzo Torinese - 2006]


Ho effettuato la stessa operazione di inversione dei termini "siciliano-piemontese" anche in questa cronaca piemontese:

"Palermo, 29 settembre. Un furto audacissimo avvenne ieri nelle sale del Tribunale di prima cognizione. Furono involate le toghe dei giudici!
Come volete che i magistrati potessero proteggere in Sicilia i calici, le pissidi, gli estensori, quando non poterono nemmeno salvare le loro toghe dagli artigli dei ladri? Scellerati ladroni! Penetrare nel santuario della giustizia! spogliare i Sacerdoti di Temi!
Nella notte sopra il 7 di novembre 1855 i ladri s'introdussero nel tribunale provinciale di Palermo, e mediante rottura d'una gran cassa di ferro rubarono sessanta mila onze, ch'erano depositi giudiziari, e si credevano sicurissimi"


"Un ladrone infamissimo creato cavaliere dell'Ordine Costantiniano. Siccome qui il vero ha faccia di menzogna, così prego il lettore di permettermi in questo capitolo una semplice citazione del fatto, togliendolo a verbo dagli Atti ufficiali della Camera, N° 143, pagina 542, tornata del 19 marzo 1813. Parla l'onorevole deputato Musmeci :
- Musmeci. Signori, voglio citare un fatto per provarvi che anche la condanna ai lavori forzati a vita non può essere considerata come portante seco, per un uomo che passa un certo numero d'anni in galera, una pena che deve prolungarsi fino alla fine de' suoi giorni. Non ha guari vidi un cotale che era stato condannato a'lavori forzati a vita per l'attentato più atroce, più orrendo, più vile che si possa immaginare, per un assassinio commesso con tutte le circostanze più aggravanti, giacchè la vittima cadeva sotto 25 pugnalate. Or bene quest'uomo, che non avea sfuggito alla pena capitale che per miracolo, forse perchè uno de' suoi giudici ebbe un istante di dubbio sopra una delle circostanze del delitto, ricomparve nella città, teatro del delitto, colla più stomachevole sfrontatezza. Voi potete immaginarvi quale effetto dovette produrre tale presenza sopra la popolazione della città, in cui era stato veduto pochi anni innanzi percorrere le vie della città con un cartello sulle spalle, e collo scodellino in mano chiedendo l'obolo del condannato, recandosi alla sua destinazione che era il bagno, per il resto de'suoi giorni. Or bene: sapete come ricomparve in quella città? Alteramente, colla testa alta, E LA DECORAZIONE DELL'ORDINE COSTANTINIANO ALL'OCCHIELLO DELL'ABITO(Sensazione).
Sì, signori, è un fatto positivo, e molti de' nostri colleghi possono farne testimonianza: non sono ancora quattro mesi che ciò avvenne
Voci. Sì, sì.
Musmeci. Vidi io stesso colui.
Battiato. Sì, a Monreale
Musmeci. ... Potrei anche dirvi il suo nome, ma è inutile, ciò nulla significa, e non aggiunge nulla all'importanza del fatto; quindi ho creduto di astenermi. Del resto il signor ministro non può ignorare questi fatti.
Ministro di grazia e giustizia (Floresta). Era un delitto aggiunto agli altri.
Musmeci. Sì, ma lasciato impunito. Del resto non saprei dirvi il deplorabile effetto che la presenza di quest'uomo giungendo colà in tal modo produsse su tutta la popolazione (Rumori). Un individuo di questa specie che osa rimanere in una città dove commise un si orrendo misfatto, portando sfacciatamente quella decorazione , spacciandosi per impiegato del governo, perchè non fu immediatamente processato dalle autorità se tutto ciò che diceva non era che menzogna ?"
[Storia dei ladri nel regno dÌtalia: fatti, cifre e documenti - Torino - 1869]

A questo punto, credo che la vera domanda da porre sia: perchè dopo il 1860 al Sud la mafia si sviluppa?

Rispondo alla domanda:

“A questo punto, credo che la vera domanda da porre sia: perchè dopo il 1860 al Sud la mafia si sviluppa?”

Questo è un problema leggermente diverso: Delineata la nascita della mafia da tutte le componenti ampiamente citate lungo il blog e da quella socio-economica indicata, il suo sviluppo esponenziale post unitario ha, in estrema sintesi e schematicamente, per la qual cosa mi scuso ma non ho alternative, una serie di tappe obbligate:

A) 1860 - La mafia/massoneria, che non può non rappresentare gli interessi economici baronali, deve riscuotere un credito da Garibaldi e liquidato il Generale, il debitore è il Regno d’Italia.

B) Come detto, il debito viene “pagato” dalla Corona lasciando l’Isola agli interessi inglesi ed a quelli del latifondo, ed approfittando di questo per spostare lo sviluppo industriale al Nord.

C) Dal 1860 al fascismo, l’assenza dello Stato in Sicilia è pressoché totale: i pochi interventi sostanziali non fanno altro che favorire di fatto la mafia legata al latifondo. Crispi pone la Sicilia in stato d’assedio per sciogliere i Fasci, primo movimento di ribellione sociale a quella mafia. La riforma agraria non sarà neanche tentata e l’Isola viene lasciata in balia di poteri estranei allo Stato.

D) dal 1860 in avanti, la mafia segue la linea di sviluppo di tutta la storia della modernità ovvero quella di una continua espansione.

E) Il suo sviluppo, che infine ingloba tutta l’Isola, non viene contrastato da alcuno, perchè la mafia sia in origine che oggi, si è sempre infiltrata nel potere politico fino a divenirne a tratti inscindibile ed indistinguibile. Le operazioni di polizia scalfiscono appena il braccio operativo.

F) Nel tempo la mafia è stata asservita, dallo stesso potere politico che nutre e che la nutre, a diverse cause conservatrici e fino alla caduta del muro, il controllo del voto in Sicilia attraverso le clientele, è stato utilizzato in chiave atlantica ed anticomunista. Ad imporre che la Sicilia nel 1943 non si staccasse dall’Italia per diventare parte degli Stati Uniti o un suo protettorato, piomba in Italia un emissario di Stalin, un certo Levinski (ma sul nome perdonatemi qualche inesattezza). Vedi poi Giuliano, Portella, Pisciotta etc.; ancora il Governo Scelba non collegava i fatti del 44/45 con l’esistenza della mafia, anzi si tendeva ad affermare che la mafia non esistesse.

G) Dopo la strage di Viale Lazio, la cupola mafiosa cambia la sua strategia a causa del peso, ora maggioritario e che intimidisce le vecchie famiglie, dei corleonesi. E’ questo, a mio avviso, lo snodo esiziale che può sfuggire: la mafia tra il 1970 ed il 1995, tenta di rendersi autonoma dalla politica e diventa “Nazimafia” (G. C. Marino) o mafia terrorista. Da struttura di servizio intrinseca al potere ad entità criminale autonoma, sottesa a condizionare la politica senza farne parte organica attraverso referenti.

H) Finisce l’era dei corleonesi: La mafia non è riuscita a rendersi autonoma dalla politica … Ciascuno tragga le sue conclusioni.

Mi scuso nuovamente per la scheletrica sintesi che non rende a pieno la complessità del fenomeno, neanche all’1 per mille, ma questo mezzo non consente di più.

Cordiali saluti

Giuseppe Di Bella

Anonimo 09 aprile 2010   11:25
L'utente ha risposto al commento anonimo del 09 aprile 2010. Visualizza »

"...Se torniamo al punto di partenza, ovvero al testo, vediamo che contrariamente a questa posizione, ho sostenuto e cercato di argomentare la nascita della mafia dal punto di vista del sistema economico siciliano (io penso che il denaro e l'interesse fanno girare le società e non altro).

A tutto questo è sottesa una considerazione ben definita: lo sfruttamento del feudo in modo piramidale, aggregava interessi parassitari coerenti ed univoci, tali da necessitare di una struttura intrinseca di controllo politico al massimo livello, che non poteva essere rappresentata che dai baroni e notabili..."

 

Gentile dott. Di Bella, Lei continua a dire che la nascita della mafia è correlata strettamente al sistema economico feudale siciliano. Non si capisce allora perchè la mafia nasce e si sviluppa solamente  nella parte occidentaele della Sicilia e non in quella orientale: forse che dall'una all'atra parte dell'Isola lo sfruttamento del sistema feudale assieme al baronato locale si differenziasse al tal punto da consentire due diversi esiti della questione?

   

mt

Non vi sono infatti diversi esiti, come è noto la mafia si è propagata in tutte le Province siciliane, sia pure con modi e tempi diversi, infiltrandosi nel potere politico, nel tessuto sociale e produttivo, secondo le specifiche realtà e con le relative complicità.

Non vi sono elementi per affermare che la gestione dei feudi fosse diversa nelle due parti dell’Isola o che la loro estensione fosse maggiore ad Occidente. Ma ugualmente non mi risulta che i Baroni proprietari dei feudi collocati ad Oriente si siano rifiutati di applicare la costituzione del 1812, in quella parte in cui loro consentiva di trasformare le proprietà feudali in personali. Il “ritardo” con cui la mafia sembra arrivare nelle Province orientali, potrebbe essere attribuito ad un fatto organizzativo formale e non alla sostanziale assenza di quei fenomeni di natura economica, politica e sociale da me indicati.

Cordiali saluti

Giuseppe Di Bella

Anonimo 09 aprile 2010   09:25
L'utente ha risposto al commento anonimo del 09 aprile 2010. Visualizza »

Per quanto a mia conoscenza, In Sicilia e segnatamente a Palermo, col termine camurra, da cui deriva "camurria" (insistenza molesta) veniva indicato specificamente il taglieggiamento, l'atto del taglieggiare "S'ava paari a camurra" ovvero il pizzo, dunque un atto e non tanto una organizzazione criminale. Il termine camurrista più tardi, viene usato esclusivamente per indicare un affiliato alla camorra napoletana o una persona comune poco gradita per le sue pretese e prese di posizione (piantagrane).Questa seconda accezione è oggi scomparsa.

Non si può negare che il termine camurra, pur in questa limitata accezione, sia arrivato a Palermo da Napoli. Secondo una etimologia più dotta ( Pasqualino) "camurra" indica una forte febbre e "camurrista" il custode del gioco e dei giocatori, in pratica un biscazziere che affittava tavolo e carte e per questo incassava una piccola "tangente" sul gioco.

Ugualmente a Palermo non esiste il termine guappo o guappo di sciammeria. E' vero invece che abbiamo importato il termine camorristico "Mammasantissima" o capo assoluto. Ma è mia opinione che questo termine ritorni in Sicilia dagli USA all'inizio del 900, e che li lo appresero i mafiosi siciliani dai camorristi già impiantati e ai quali i siciliani tolsero il governo della malavita organizzata.

Capintrito, caposocietà, capoparanza, giovanotti onorati, non esistono ain Sicilia. Ma guarda caso a Napoli già nel 700 i giovani apprendisti camorristi si chiamavano picciotti o picciotti di sgarro. Il che ci fa pensare a qualche riferimento ben preciso. 

Per quanto alla sua tesi sui Beati Paoli massoni, che non mi trova contrario, Lei stesso dice "si deduce", non mi pare che alcuna ricerca abbia esitato la prova definitiva né della loro esistenza né dell'esistenza di una setta assimilabile alla massoneria, ma di una specie di loggia oscura dedita a trame politiche. 

Interessante è comunque notare che tali congregazioni vennero importate nella Penisola nel periodo spagnolo e che questo regalo venne fatto inevitabilmente alle Sicilie e che la Spagna è riuscita a liberarsi da questo tarlo, mentre in Italia il Regno dei Savoia, il Fascismo e poi la Repubblica non ci sono riusciti.

Lei ora parla di nobilitazione dei natali, di un tentativo maldestro della storiografia di parte. Se torniamo al punto di partenza, ovvero al testo, vediamo che contrariamente a questa posizione, ho sostenuto e cercato di argomentare la nascita della mafia dal punto di vista del sistema economico siciliano (io penso che il denaro e l'interesse fanno girare le società e non altro).

A tutto questo è sottesa una considerazione ben definita: lo sfruttamento del feudo in modo piramidale, aggregava interessi parassitari coerenti ed univoci, tali da necessitare di una struttura intrinseca di controllo politico al massimo livello, che non poteva essere rappresentata che dai baroni e notabili.

E questo si vede bene nella Costituzione del 1812. E' possibile non definire mafia questo fenomeno? Io credo di no.

Vi è anche una prova successiva: La mafia rimase addentellata ai feudi (ed alle zolfare) fino alla riforma del 1950. I mafiosi che arrivano a Palermo nel dopoguerra vengono dai ranghi dei campieri, sono legati alla terra. Gli stessi corleonesi, ancora negli anni 70, saranno nciuriati  "peri ncritati".

Saluti

Giuseppe Di Bella

"...Se torniamo al punto di partenza, ovvero al testo, vediamo che contrariamente a questa posizione, ho sostenuto e cercato di argomentare la nascita della mafia dal punto di vista del sistema economico siciliano (io penso che il denaro e l'interesse fanno girare le società e non altro).

A tutto questo è sottesa una considerazione ben definita: lo sfruttamento del feudo in modo piramidale, aggregava interessi parassitari coerenti ed univoci, tali da necessitare di una struttura intrinseca di controllo politico al massimo livello, che non poteva essere rappresentata che dai baroni e notabili..."

 

Gentile dott. Di Bella, Lei continua a dire che la nascita della mafia è correlata strettamente al sistema economico feudale siciliano. Non si capisce allora perchè la mafia nasce e si sviluppa solamente  nella parte occidentaele della Sicilia e non in quella orientale: forse che dall'una all'atra parte dell'Isola lo sfruttamento del sistema feudale assieme al baronato locale si differenziasse al tal punto da consentire due diversi esiti della questione?

   

mt

Anonimo 09 aprile 2010   09:22
L'utente ha risposto al commento di alef del 09 aprile 2010. Visualizza »

Chiediamo cortesemente ai nostri affezionati commentatori di ridurre la lunghezza dei commenti per consentire ai redattori di svolgere al meglio il loro lavoro.

 

Grazie

La Redazione

bisognerebbe chiederlo anche agli estensori dell'articolo e a chi poi risponde. In poche parole al dott. Di Bella.

Alessio Mazzacurati

Anonimo 09 aprile 2010   09:07

Il seme della mafia può germogliare potenzialmente dappertutto, credo che su questo sono tutti d'accordo, almeno in base a ciò che ho letto.

Ma come tutti i semi, esso ha bisogno di essere innaffiato e concimato per svilupparsi, condizione che la criminalità ha trovato in Sicilia dal 1860 in poi e che perdura ancora oggi.

Leggendo le cronache dell'epoca, notiamo dei comportamenti simil-mafiosi(le famose premesse) anche in altre regioni d'Italia, in cui il fenomeno della criminalità organizzata oggi sembra assente.

Ho re-inserito la descrizione della vita nobiliare in Piemonte di quell'epoca in rapporto alle istituzioni, cambiando gli aggettivi "piemontesi" in quelli "siciliani", da notare l'effetto che fa:

"Un lungo discorso a se stante occorrerebbe fare per i patriziati civici.In questa sede ci limitiamo solo a sfiorare l'argomento con qualche generale accenno.Come è noto le principali città della Sicilia erano sede di numerose famiglie nobili che, quasi immancabilmente, finivano per controllarne ereditariamente la vita amministrativa ed i poteri locali.Per poter parlare di veri e propri patriziati(nella forma più piena ed incontrovertibile del termine) piuttosto che di semplice nobiltà civica o decurionale, anche se l'accezione non è interpretata in modo univoco, occorrerebbe riscontrare una vera autonomia politica comunale.Questo quanto meno, in chiave storico-giuridica. Se si passa però dalla teoria alla pratica nobiliare del Regno d'Italia il criterio di riconoscimento dei patriziati fu applicato in modo disomogeneo, ed è molto probabile che un'indagine approfondita possa rivelare che alcuni patriziati civici italiani, regolarmente ammessi nell'ordinamento nobiliare del Regno abbiano caratteristiche e dignità del tutto simili ai vari "patriziati" siciliani....Se anche abbiamo ampie prove che le principali famiglie di un determinato luogo ambissero avere propri rappresentanti nei consigli di credenza(e infatti il numero dei nobili era in essi sempre piuttosto consistente), gli obblighi ed oneri connessi all'ufficio di credenziere o decurione(non esclusa, addirittura, la responsabilità in solido con le città amministrate di fronte a situazioni debitorie), in determinati periodi e luoghi (per lo più minori), sconsigliavano un impegno diretto, al punto che non è impossibile trovare esempi di consiglieri costretti ad accettare la propria carica loro malgrado. Ciò nonostante - e nonostante precise norme vietassero la partecipazione in uno stesso consiglio di congiunti troppo stretti - le amministrazioni locali finivano per essere monopolizzate da poche famiglie che si passavano il testimone, mediante consolidati meccanismi di cooptazione di padre in figlio" [Feudi e Nobiltà negli Stati dei Savoja - Lanzo Torinese - 2006]


Ho effettuato la stessa operazione di inversione dei termini "siciliano-piemontese" anche in questa cronaca piemontese:

"Palermo, 29 settembre. Un furto audacissimo avvenne ieri nelle sale del Tribunale di prima cognizione. Furono involate le toghe dei giudici!
Come volete che i magistrati potessero proteggere in Sicilia i calici, le pissidi, gli estensori, quando non poterono nemmeno salvare le loro toghe dagli artigli dei ladri? Scellerati ladroni! Penetrare nel santuario della giustizia! spogliare i Sacerdoti di Temi!
Nella notte sopra il 7 di novembre 1855 i ladri s'introdussero nel tribunale provinciale di Palermo, e mediante rottura d'una gran cassa di ferro rubarono sessanta mila onze, ch'erano depositi giudiziari, e si credevano sicurissimi"


"Un ladrone infamissimo creato cavaliere dell'Ordine Costantiniano. Siccome qui il vero ha faccia di menzogna, così prego il lettore di permettermi in questo capitolo una semplice citazione del fatto, togliendolo a verbo dagli Atti ufficiali della Camera, N° 143, pagina 542, tornata del 19 marzo 1813. Parla l'onorevole deputato Musmeci :
- Musmeci. Signori, voglio citare un fatto per provarvi che anche la condanna ai lavori forzati a vita non può essere considerata come portante seco, per un uomo che passa un certo numero d'anni in galera, una pena che deve prolungarsi fino alla fine de' suoi giorni. Non ha guari vidi un cotale che era stato condannato a'lavori forzati a vita per l'attentato più atroce, più orrendo, più vile che si possa immaginare, per un assassinio commesso con tutte le circostanze più aggravanti, giacchè la vittima cadeva sotto 25 pugnalate. Or bene quest'uomo, che non avea sfuggito alla pena capitale che per miracolo, forse perchè uno de' suoi giudici ebbe un istante di dubbio sopra una delle circostanze del delitto, ricomparve nella città, teatro del delitto, colla più stomachevole sfrontatezza. Voi potete immaginarvi quale effetto dovette produrre tale presenza sopra la popolazione della città, in cui era stato veduto pochi anni innanzi percorrere le vie della città con un cartello sulle spalle, e collo scodellino in mano chiedendo l'obolo del condannato, recandosi alla sua destinazione che era il bagno, per il resto de'suoi giorni. Or bene: sapete come ricomparve in quella città? Alteramente, colla testa alta, E LA DECORAZIONE DELL'ORDINE COSTANTINIANO ALL'OCCHIELLO DELL'ABITO(Sensazione).
Sì, signori, è un fatto positivo, e molti de' nostri colleghi possono farne testimonianza: non sono ancora quattro mesi che ciò avvenne
Voci. Sì, sì.
Musmeci. Vidi io stesso colui.
Battiato. Sì, a Monreale
Musmeci. ... Potrei anche dirvi il suo nome, ma è inutile, ciò nulla significa, e non aggiunge nulla all'importanza del fatto; quindi ho creduto di astenermi. Del resto il signor ministro non può ignorare questi fatti.
Ministro di grazia e giustizia (Floresta). Era un delitto aggiunto agli altri.
Musmeci. Sì, ma lasciato impunito. Del resto non saprei dirvi il deplorabile effetto che la presenza di quest'uomo giungendo colà in tal modo produsse su tutta la popolazione (Rumori). Un individuo di questa specie che osa rimanere in una città dove commise un si orrendo misfatto, portando sfacciatamente quella decorazione , spacciandosi per impiegato del governo, perchè non fu immediatamente processato dalle autorità se tutto ciò che diceva non era che menzogna ?"
[Storia dei ladri nel regno dÌtalia: fatti, cifre e documenti - Torino - 1869]

A questo punto, credo che la vera domanda da porre sia: perchè dopo il 1860 al Sud la mafia si sviluppa?

Anonimo 09 aprile 2010   09:04
L'utente ha risposto al commento anonimo del 09 aprile 2010. Visualizza »

Gentile Di Bella,
ho prudentemente scritto di aver smentito alcuni dati da lei riportati, non la sua teoria della diversità delle corone nei secoli

Mi riferisco alla parte in cui lei scrive (e non poteva essere altrimenti perchè ero stato molto preciso):

"Ma non basta: era diversa la lingua, la flotta, la bandiera, le armi araldiche, la cittadinanza, la moneta, la monetazione e la zecca, i sistemi e le unità di misura, le tradizioni e la cultura popolare, il servizio postale, gli usi civici e feudali, soprattutto erano appunto diverse le leggi vigenti nei due Regni, come quella di grande rilievo, in tema di leva militare. Si aggiunga ancora l’amministrazione in proprio di una diversa fiscalità, i cui proventi andavano solo in minima parte alla corte napoletana e la sussistenza della dogana allo Stretto di Messina".

Con queste affermazioni lei esprime chiaramente il concetto che dopo il 1816 le cose rimasero sostanzialmente le stesse ("diverse le leggi vigenti nei due Regni") io le ho invece dimostrato che dopo quella data partì un operazione di amalgama (lunga ma costante) speficandone alcune fondamentali tappe.

Poi scrive, e qui mi chiedo dove abbia preso questa informazione, che esisteva una dogana allo Stretto di Messina lasciando ben intendere (affermazione che non può negare, considerato il contesto in cui l'ha inserita) che alle merci scambiate tra Napoli e Sicilia fossero applicati i dazi.
Ed invece come le ho dimostrato, con la Legge Doganale del 19 giugno 1826, i dazi non venivano più imposti.

Probabilmente lei pensa che io spari decreti a caso (anche a dire la verità  lei non ha citato, ne alla stesura dell'articolo, ne successivamente alla mia richiesta, i documenti da cui attinge in merito)

Ecco l'articolo 14, inerente alla sospensione dei dazi tra Messina e Napoli:

http://books.google.it/books?id=GPU_AAAAcAAJ&pg=PR8&img=1&zoom=3&hl=it&sig=ACfU3U2rQUw-uOhthE36R-lr5Tdg11mKyg&ci=108%2C200%2C812%2C218&edge=0


Visto che ormai mi ha "provocato"(chiaramente in senso benevolo) aggiungerò appena possibile qualche altra piccola osservazione sul resto delle "differenze" elencate.

Ma come … prima mi fa i complimenti e poi contesta l’articolo e promette altre contestazioni!! Mi ricorda vagamente le Costituzioni e le promesse non mantenute dai Borbone! Allora, come vede Lei stesso, ho fatto bene a respingere i suoi surrettizi ed insinceri complimenti.

 

Nel merito, noto che anche Lei, dichiaratamente, vuole intavolare una diatriba su fatti singoli e non sull’impianto della tesi sostenuta nell’articolo: procediamo pure.

Lei afferma che i Borbone tentarono dopo il 1815 di amalgamare lentamente (“lunga ma costante”) i due Regni. Quel che Lei afferma è vero in relazione al tentativo, alle intenzioni. Non risulta altrettanto vero in relazione ai risultati ottenuti. In proposito ho già espresso la mia modesta opinione in altro articolo, ovvero che il processo fu troppo lento e quindi poco efficace, condizionato da lotte intestine (come quella tra Cassisi ed il Principe di Satriano), invero non incisivo e “rivoluzionario” come avrebbe dovuto, ed infine incongruo ed inadeguato alla situazione interna ed internazionale.

Il dazio merci tra le Sicilie venne abolita nel 1826. Un buon provvedimento, un po’ tardivo in confronto all’antichità di quel “Rex utriusque Siciliae” di cui Carlo si fregia dal 3 luglio 1735”. Questa considerazione valga per tutte le tardive riforme intavolate. E così torniamo al fatto: o le riforme furono tardive per improvvido governo, o più verosimilmente la corte napoletana non aveva la forza politica di attuarle (vedi Prammatica 1792), perché in Sicilia comandavano i baroni.

 

Non ho mai pensato che lei “Spari decreti” (mentre Lei in qualche modo insinua dubbi sui documenti da me utilizzati).

Nel merito, posso fornirle una scansione del citato (clamoroso) proclama di Bentink di cui possiedo un rarissimo originale, del decreto sulla monetazione argentea di cui pure possiedo un esemplare. Possiedo anche una trentina di atti di Carlo (III) molto interessanti, dati tra il 1738 ed il 1754, alcune centinaia di atti di Ferdinando III, IV, I, e dei suoi successori, emanati tra il 1755 ed il 1860, ed ancora un centinaio di documenti garibaldini e luogotenenziali (documentazione che intendo conferire, dopo averla esaminata completamente, all’archivio di Stato di Palermo).

Parte del materiale è pubblicato in forma cartacea o in rete. La Prammatica XXV e altri atti più rari a cui mi riferisco più o meno esplicitamente, sono consultabili nei testi integrali, come lei sa bene, presso l’archivio di Stato di Napoli e Palermo, l’Istituto di Storia Patria etc. etc..

Cordiali Saluti

Giuseppe Di Bella

Anonimo 08 aprile 2010   20:05
L'utente ha risposto al commento anonimo del 08 aprile 2010. Visualizza »

Preciso meglio:

 

in Sicilia la criminalitá organizzata veniva chiamata camorra alla napoletana. Ció non vuol dire che tra la "camorra" siciliana e quella campana vi fossero delle relazioni: era solo il termine usato per definirle ad essere lo stesso.

 

Non so molto sulla situazione napoletana. Su quella siciliana peró si.

 

Il gioco dalle nostre parti é stato indirizzato nella stessa direzione: quello di dare natali "nobili" alla mafia facendola discendere da sette piú antiche (non voglio dire che le connessioni tra camorra napolitana e sette spagnole non vi siano state: nel seguito mi riferiró solo alla Sicilia).

 

Da noi si é parlato tanto dei Beati Paoli.

 

Ebbene: per prima cosa, i Beati Paoli descritti dal Natoli non sono altro che la massoneria. E questo si puó dedurre facilmente leggendo il libro e facendo caso al fatto che la famiglia del Natoli fosse "liberale" e credo abbia persino fatto la galera per questo (introvigne sostiene che lo stesso Natoli fosse massone).

 

Dall'altro lato i Beati Paoli non sono mai esistiti. E' esistita invece a Palermo una "loggia" simile a quelle spagnole da Lei accennate che operó nel 500 e della quale facevano parte credo le piú alte cariche del governo, incluso il viceré ( i dettagli nei libri di Paolo Castiglione sui Beati Paoli). La leggenda popolare dei Beati Paoli prende spunto da questa loggia.

 

Ora, dire che la mafia discende dai Beati Paoli é come dire che la mafia é nata sotto la supervisione di una qualche loggia... se poi una cosa del genere la sostiene uno come Umberto Eco che non puó non sapere che I Beati Paoli non sono mai esistiti nella forma di solito propagandata dagli studiosi di mafia... beh... diciamo che il sospetto che qualcosa non quadri in tutto questo sia lecito...

 

La chiudo qua per non rendere il commento troppo lungo.

 

AV

Per quanto a mia conoscenza, In Sicilia e segnatamente a Palermo, col termine camurra, da cui deriva "camurria" (insistenza molesta) veniva indicato specificamente il taglieggiamento, l'atto del taglieggiare "S'ava paari a camurra" ovvero il pizzo, dunque un atto e non tanto una organizzazione criminale. Il termine camurrista più tardi, viene usato esclusivamente per indicare un affiliato alla camorra napoletana o una persona comune poco gradita per le sue pretese e prese di posizione (piantagrane).Questa seconda accezione è oggi scomparsa.

Non si può negare che il termine camurra, pur in questa limitata accezione, sia arrivato a Palermo da Napoli. Secondo una etimologia più dotta ( Pasqualino) "camurra" indica una forte febbre e "camurrista" il custode del gioco e dei giocatori, in pratica un biscazziere che affittava tavolo e carte e per questo incassava una piccola "tangente" sul gioco.

Ugualmente a Palermo non esiste il termine guappo o guappo di sciammeria. E' vero invece che abbiamo importato il termine camorristico "Mammasantissima" o capo assoluto. Ma è mia opinione che questo termine ritorni in Sicilia dagli USA all'inizio del 900, e che li lo appresero i mafiosi siciliani dai camorristi già impiantati e ai quali i siciliani tolsero il governo della malavita organizzata.

Capintrito, caposocietà, capoparanza, giovanotti onorati, non esistono ain Sicilia. Ma guarda caso a Napoli già nel 700 i giovani apprendisti camorristi si chiamavano picciotti o picciotti di sgarro. Il che ci fa pensare a qualche riferimento ben preciso. 

Per quanto alla sua tesi sui Beati Paoli massoni, che non mi trova contrario, Lei stesso dice "si deduce", non mi pare che alcuna ricerca abbia esitato la prova definitiva né della loro esistenza né dell'esistenza di una setta assimilabile alla massoneria, ma di una specie di loggia oscura dedita a trame politiche. 

Interessante è comunque notare che tali congregazioni vennero importate nella Penisola nel periodo spagnolo e che questo regalo venne fatto inevitabilmente alle Sicilie e che la Spagna è riuscita a liberarsi da questo tarlo, mentre in Italia il Regno dei Savoia, il Fascismo e poi la Repubblica non ci sono riusciti.

Lei ora parla di nobilitazione dei natali, di un tentativo maldestro della storiografia di parte. Se torniamo al punto di partenza, ovvero al testo, vediamo che contrariamente a questa posizione, ho sostenuto e cercato di argomentare la nascita della mafia dal punto di vista del sistema economico siciliano (io penso che il denaro e l'interesse fanno girare le società e non altro).

A tutto questo è sottesa una considerazione ben definita: lo sfruttamento del feudo in modo piramidale, aggregava interessi parassitari coerenti ed univoci, tali da necessitare di una struttura intrinseca di controllo politico al massimo livello, che non poteva essere rappresentata che dai baroni e notabili.

E questo si vede bene nella Costituzione del 1812. E' possibile non definire mafia questo fenomeno? Io credo di no.

Vi è anche una prova successiva: La mafia rimase addentellata ai feudi (ed alle zolfare) fino alla riforma del 1950. I mafiosi che arrivano a Palermo nel dopoguerra vengono dai ranghi dei campieri, sono legati alla terra. Gli stessi corleonesi, ancora negli anni 70, saranno nciuriati  "peri ncritati".

Saluti

Giuseppe Di Bella

Anonimo 08 aprile 2010   19:15
L'utente ha risposto al commento anonimo del 08 aprile 2010. Visualizza »

Ecco, magari prendere un po' d'aria le farà bene. Gli esperti dicono che ogni tanto bisogna ossigenare il cervello...

 

Eritreo Cazzulati

Lei è uscito poco ultimamente?

Anonimo 08 aprile 2010   19:01
L'utente ha risposto al commento anonimo del 08 aprile 2010. Visualizza »

Non si preoccupi, nessun problema perchè i dati da Lei riportati non smentiscono nulla di quanto da me affermato e non scalfiscono l'edificio solidissimo della diversità delle Corone nei secoli.

Cordiali saluti

Giuseppe Di Bella

Gentile Di Bella,
ho prudentemente scritto di aver smentito alcuni dati da lei riportati, non la sua teoria della diversità delle corone nei secoli

Mi riferisco alla parte in cui lei scrive (e non poteva essere altrimenti perchè ero stato molto preciso):

"Ma non basta: era diversa la lingua, la flotta, la bandiera, le armi araldiche, la cittadinanza, la moneta, la monetazione e la zecca, i sistemi e le unità di misura, le tradizioni e la cultura popolare, il servizio postale, gli usi civici e feudali, soprattutto erano appunto diverse le leggi vigenti nei due Regni, come quella di grande rilievo, in tema di leva militare. Si aggiunga ancora l’amministrazione in proprio di una diversa fiscalità, i cui proventi andavano solo in minima parte alla corte napoletana e la sussistenza della dogana allo Stretto di Messina".

Con queste affermazioni lei esprime chiaramente il concetto che dopo il 1816 le cose rimasero sostanzialmente le stesse ("diverse le leggi vigenti nei due Regni") io le ho invece dimostrato che dopo quella data partì un operazione di amalgama (lunga ma costante) speficandone alcune fondamentali tappe.

Poi scrive, e qui mi chiedo dove abbia preso questa informazione, che esisteva una dogana allo Stretto di Messina lasciando ben intendere (affermazione che non può negare, considerato il contesto in cui l'ha inserita) che alle merci scambiate tra Napoli e Sicilia fossero applicati i dazi.
Ed invece come le ho dimostrato, con la Legge Doganale del 19 giugno 1826, i dazi non venivano più imposti.

Probabilmente lei pensa che io spari decreti a caso (anche a dire la verità  lei non ha citato, ne alla stesura dell'articolo, ne successivamente alla mia richiesta, i documenti da cui attinge in merito)

Ecco l'articolo 14, inerente alla sospensione dei dazi tra Messina e Napoli:

http://books.google.it/books?id=GPU_AAAAcAAJ&pg=PR8&img=1&zoom=3&hl=it&sig=ACfU3U2rQUw-uOhthE36R-lr5Tdg11mKyg&ci=108%2C200%2C812%2C218&edge=0


Visto che ormai mi ha "provocato"(chiaramente in senso benevolo) aggiungerò appena possibile qualche altra piccola osservazione sul resto delle "differenze" elencate.

Anonimo 08 aprile 2010   16:40
L'utente ha risposto al commento anonimo del 08 aprile 2010. Visualizza »

Non sono cose secondarie in assoluto, lo sono nell'economia dell'articolo ed in relazione ai suoi obiettivi.

Per quanto riguarda l'Alta Corte, la citazione di questa Istituzione in una con molte altre considerazioni, era preordinata a delineare un quadro di estraneità sostanziale della Sicilia al Regno d'Italia (patto con lo Stato più o meno tacito), che veniva riconosciuto nella promulgazione pre Referendum istituzionale dello Statuto, costituendo le premessa della perpetuazione di quella situazione di alterità che Umberto riconosce tardivamente. Non ho affrontato il tema da quel punto di vista che lei sta privilegiando, ma non perché concordo o meno con la sua tesi, ma solo perché non era utile in questa fase approfondire. Nella sostanza non credo che le nostre opinioni siano così divergenti. Tutto qui.

Il Paliotti, non condivide l'origine della mafia come derivazione della camorra e ritiene una leggenda quella dei tre Cavalieri. Ugualmente è scettico sulla questione Gamur.

Più scientifica, perché provata da atti, nomi e circostanze, l'origine quattrocentesca dei Compagnoni.

Ma la camorra discende da una società segreta spagnola la "Confraternita della Guarduna", ovvero della rapina, fondata a Siviglia nel 1417, antecedentemente a Ferdinando il Cattolico. Della Guarduna ci è pervenuto perfino lo Statuto.

Fino ad oggi non sono stati provati contatti sostanziali tra la camorra e la mafia, precedenti XX secolo, né tanto meno origini lontanamente assimilabili. Ripeto anzi che siciliani e camorristi napoletani, erano soliti scannarsi a coltellate nelle regie galere borboniche e di questo vi è un enorme corpus documentale.

I siciliani spesso avevano la peggio sia perché meno organizzati e minori di numero, sia perché calabresi e pugliesi si schieravano quasi sempre con i napoletani.

Per completezza ed ulteriore elemento di riflessione, ricordo che in Spagna nel 1822, dopo quattro secoli di scorrerie e taglieggiamenti, omicidi ed estorsioni, il generale Manuel De Cuendias, che comandava gli chasseurs des montagnes, riuscì a distruggere definitivamente, con un bagno di sangue senza precedenti nella storia criminale, la Guarduna, arrestando il leggendario Francisco Cortina, suo ultimo capo.

L'ordine della Corona spagnola non prevedeva limiti giuridici per l'azione di azzeramento della cosca di Cortina. Da allora in poi in Spagna non si è più parlato di mafia e camorra e la criminalità organizzata è rinata in altra moderna forma dedita al traffico di stupefacenti.

Ancora Saluti

Giuseppe Di Bella

PS: mi allontano solo per fare la spesa e torno

Preciso meglio:

 

in Sicilia la criminalitá organizzata veniva chiamata camorra alla napoletana. Ció non vuol dire che tra la "camorra" siciliana e quella campana vi fossero delle relazioni: era solo il termine usato per definirle ad essere lo stesso.

 

Non so molto sulla situazione napoletana. Su quella siciliana peró si.

 

Il gioco dalle nostre parti é stato indirizzato nella stessa direzione: quello di dare natali "nobili" alla mafia facendola discendere da sette piú antiche (non voglio dire che le connessioni tra camorra napolitana e sette spagnole non vi siano state: nel seguito mi riferiró solo alla Sicilia).

 

Da noi si é parlato tanto dei Beati Paoli.

 

Ebbene: per prima cosa, i Beati Paoli descritti dal Natoli non sono altro che la massoneria. E questo si puó dedurre facilmente leggendo il libro e facendo caso al fatto che la famiglia del Natoli fosse "liberale" e credo abbia persino fatto la galera per questo (introvigne sostiene che lo stesso Natoli fosse massone).

 

Dall'altro lato i Beati Paoli non sono mai esistiti. E' esistita invece a Palermo una "loggia" simile a quelle spagnole da Lei accennate che operó nel 500 e della quale facevano parte credo le piú alte cariche del governo, incluso il viceré ( i dettagli nei libri di Paolo Castiglione sui Beati Paoli). La leggenda popolare dei Beati Paoli prende spunto da questa loggia.

 

Ora, dire che la mafia discende dai Beati Paoli é come dire che la mafia é nata sotto la supervisione di una qualche loggia... se poi una cosa del genere la sostiene uno come Umberto Eco che non puó non sapere che I Beati Paoli non sono mai esistiti nella forma di solito propagandata dagli studiosi di mafia... beh... diciamo che il sospetto che qualcosa non quadri in tutto questo sia lecito...

 

La chiudo qua per non rendere il commento troppo lungo.

 

AV

Anonimo 08 aprile 2010   16:21
L'utente ha risposto al commento anonimo del 08 aprile 2010. Visualizza »

Non sono cose secondarie in assoluto, lo sono nell'economia dell'articolo ed in relazione ai suoi obiettivi.

Per quanto riguarda l'Alta Corte, la citazione di questa Istituzione in una con molte altre considerazioni, era preordinata a delineare un quadro di estraneità sostanziale della Sicilia al Regno d'Italia (patto con lo Stato più o meno tacito), che veniva riconosciuto nella promulgazione pre Referendum istituzionale dello Statuto, costituendo le premessa della perpetuazione di quella situazione di alterità che Umberto riconosce tardivamente. Non ho affrontato il tema da quel punto di vista che lei sta privilegiando, ma non perché concordo o meno con la sua tesi, ma solo perché non era utile in questa fase approfondire. Nella sostanza non credo che le nostre opinioni siano così divergenti. Tutto qui.

Il Paliotti, non condivide l'origine della mafia come derivazione della camorra e ritiene una leggenda quella dei tre Cavalieri. Ugualmente è scettico sulla questione Gamur.

Più scientifica, perché provata da atti, nomi e circostanze, l'origine quattrocentesca dei Compagnoni.

Ma la camorra discende da una società segreta spagnola la "Confraternita della Guarduna", ovvero della rapina, fondata a Siviglia nel 1417, antecedentemente a Ferdinando il Cattolico. Della Guarduna ci è pervenuto perfino lo Statuto.

Fino ad oggi non sono stati provati contatti sostanziali tra la camorra e la mafia, precedenti XX secolo, né tanto meno origini lontanamente assimilabili. Ripeto anzi che siciliani e camorristi napoletani, erano soliti scannarsi a coltellate nelle regie galere borboniche e di questo vi è un enorme corpus documentale.

I siciliani spesso avevano la peggio sia perché meno organizzati e minori di numero, sia perché calabresi e pugliesi si schieravano quasi sempre con i napoletani.

Per completezza ed ulteriore elemento di riflessione, ricordo che in Spagna nel 1822, dopo quattro secoli di scorrerie e taglieggiamenti, omicidi ed estorsioni, il generale Manuel De Cuendias, che comandava gli chasseurs des montagnes, riuscì a distruggere definitivamente, con un bagno di sangue senza precedenti nella storia criminale, la Guarduna, arrestando il leggendario Francisco Cortina, suo ultimo capo.

L'ordine della Corona spagnola non prevedeva limiti giuridici per l'azione di azzeramento della cosca di Cortina. Da allora in poi in Spagna non si è più parlato di mafia e camorra e la criminalità organizzata è rinata in altra moderna forma dedita al traffico di stupefacenti.

Ancora Saluti

Giuseppe Di Bella

PS: mi allontano solo per fare la spesa e torno

Ecco, magari prendere un po' d'aria le farà bene. Gli esperti dicono che ogni tanto bisogna ossigenare il cervello...

 

Eritreo Cazzulati

Anonimo 08 aprile 2010   16:03
L'utente ha risposto al commento anonimo del 08 aprile 2010. Visualizza »

Un attimo: si sta facendo un pó di confusione.

 

Le organizzazioni che basano la loro sussistenza su attivitá in genere considerate criminali eistono ovunque, e sono quelle che ha elencato Lei.

 

Queste organizzazioni (la malavita organizzata) costituiscono sempre centri di potere con cui attivitá di solito considerate legali (come quella finanziaria) vengono in contatto. Questi "centri di potere" devono essere tenuti in conto anche dal potere politico semplicemente perché esistono quando raggiungono una forza considerevole come nei casi citati da lei.

 

Innanzitutto, non é detto che tutti i casi citati da lei non abbiano una qualche relazione con la genesi della mafia da me indicata, nel senso che prendono sempre piú potere man mano che i "liberali" anvanzano, e la motivazione non é difficile da intravedere: con l'avanzata dei liberali la politica "nazionalista" perde terreno ed avanzano i poteri finanziari.

 

Ma volendo escludere questa eventualitá rimane da chiedersi: gli esempi usati vanno messi in parallelo con la mafia, o piuttosto con la vecchia camorra?

 

Tra la vecchia camorra, ancora chiaramente delineata tra le righe di quella commedia di Rizzotto, e la nuova mafia vi é infatti una bella differenza che risiede proprio nel diverso rapporto che essa intrattiene con il potere centrale: conflittuale prima, organigo e di fiancheggiamento dopo (se non di effettiva sudditanza). Questo cambiamento avviene proprio intorno al 1860. La data esatta ha poca importanza perche' i Savoia non hanno niente a che vedere con la mafia.

 

Il punto su cui concentrarsi allora diventa questo: i liberali... ma diciamola tutta: i poteri finanziari anglosassoni hanno usato la malavita organizzata per riuscire a prendere (e tenere) il potere in Sicilia? Hanno fatto questo strutturando gruppi malavitosi alla stregua delle sette segrete da loro controllate ed inserendo degli elementi di collegamento per essere sicuri di poter "eterodirigere" le organizzazioni criminali cosí "create"?

 

Questo, come dice Lei, non é stato ancora provato. O meglio... non lo si é voluto ancora verificare... per motivi che mi sembra siano sin troppo ovvi.

 

Il discorso é di una importanza primaria.... non capisco come Lei si rifiuti di riconoscere la cosa.

 

Idem per il discorso dell'abolizione dell'Alta Corte: si tratta di colpo di stato o no? La risposta a questa domanda é chiaramente univoca e non puó essere data in base a considerazioni politiche. Anche questo é un punto fondamentale perché se é stato un colpo di stato allora, visto che deve essere di conseguenza riconosciuta anche la natura pattizia dello Statuto, ne consegue che la posizione degli indipendentisti é legale sul piano del diritto internazionale, visto che l'Italia ha rotto il patto con il colpo di stato. Anche qui, mi chiedo come faccia a sostenere che siano questioni secondarie.

 

AV

Non sono cose secondarie in assoluto, lo sono nell'economia dell'articolo ed in relazione ai suoi obiettivi.

Per quanto riguarda l'Alta Corte, la citazione di questa Istituzione in una con molte altre considerazioni, era preordinata a delineare un quadro di estraneità sostanziale della Sicilia al Regno d'Italia (patto con lo Stato più o meno tacito), che veniva riconosciuto nella promulgazione pre Referendum istituzionale dello Statuto, costituendo le premessa della perpetuazione di quella situazione di alterità che Umberto riconosce tardivamente. Non ho affrontato il tema da quel punto di vista che lei sta privilegiando, ma non perché concordo o meno con la sua tesi, ma solo perché non era utile in questa fase approfondire. Nella sostanza non credo che le nostre opinioni siano così divergenti. Tutto qui.

Il Paliotti, non condivide l'origine della mafia come derivazione della camorra e ritiene una leggenda quella dei tre Cavalieri. Ugualmente è scettico sulla questione Gamur.

Più scientifica, perché provata da atti, nomi e circostanze, l'origine quattrocentesca dei Compagnoni.

Ma la camorra discende da una società segreta spagnola la "Confraternita della Guarduna", ovvero della rapina, fondata a Siviglia nel 1417, antecedentemente a Ferdinando il Cattolico. Della Guarduna ci è pervenuto perfino lo Statuto.

Fino ad oggi non sono stati provati contatti sostanziali tra la camorra e la mafia, precedenti XX secolo, né tanto meno origini lontanamente assimilabili. Ripeto anzi che siciliani e camorristi napoletani, erano soliti scannarsi a coltellate nelle regie galere borboniche e di questo vi è un enorme corpus documentale.

I siciliani spesso avevano la peggio sia perché meno organizzati e minori di numero, sia perché calabresi e pugliesi si schieravano quasi sempre con i napoletani.

Per completezza ed ulteriore elemento di riflessione, ricordo che in Spagna nel 1822, dopo quattro secoli di scorrerie e taglieggiamenti, omicidi ed estorsioni, il generale Manuel De Cuendias, che comandava gli chasseurs des montagnes, riuscì a distruggere definitivamente, con un bagno di sangue senza precedenti nella storia criminale, la Guarduna, arrestando il leggendario Francisco Cortina, suo ultimo capo.

L'ordine della Corona spagnola non prevedeva limiti giuridici per l'azione di azzeramento della cosca di Cortina. Da allora in poi in Spagna non si è più parlato di mafia e camorra e la criminalità organizzata è rinata in altra moderna forma dedita al traffico di stupefacenti.

Ancora Saluti

Giuseppe Di Bella

PS: mi allontano solo per fare la spesa e torno

alef 08 aprile 2010   15:50

Chiediamo cortesemente ai nostri affezionati commentatori di ridurre la lunghezza dei commenti per consentire ai redattori di svolgere al meglio il loro lavoro.

 

Grazie

La Redazione

Anonimo 08 aprile 2010   14:54
L'utente ha risposto al commento anonimo del 08 aprile 2010. Visualizza »

Dissento. La mafia  e non il clan dei marsigliesi o la banda della Magliana, nasce in Sicilia come fenomeno attagliato a deteminate condizioni economiche,  sociali e politiche dell'isola e non esterne, seppure alcune componenti possano essere state importate nell'Isola, non vi sono alternative logiche. 

In Sicilia non nasce la Yakuza (Giappone - periodo edo) per la non collocazione politica di potenti Samuray che formarono gli hatamotoyakko, votati alla continua oppressione e al taglieggiamento del popolo prima da essi stessi difeso contro l'imperatore, o i machiyakko, e poi i tekiya e bakuto dediti all'estorsione.

Non nasce in Sicilia la Triade o mafia cinese o quella russa o Turca: unicuique suum. Chiaro a tutti.

Ogni "cultura" ha prodotto un tipo diverso di mafia e di criminatità organizzata.

Sostenere che la mafia, con le sue peculiarità e specifiche connotazioni, non sia una realtà siciliana è come ripudiare una parte della nostra storia perché non ci piace.

La connessione coi circoli liberali non ha prova definitiva, ma come Lei, propendo per una interconnessione tra tutte le forze non istituzionali e parti deviate dello Stato (Nell'800 e nel 900), il che conferma una datazione del fenomeno, nella forma organizzata, anteriore al 1860, si legge anche tra le righe del suo scritto.

Ma, torno indietro di qualche commento, non punterei la posta su questo cavallo, ovvero è importante  comprendere che la mafia è un fatto "non endemico o pandemico virale" non è nel DNA del popolo (come non lo è in Cina) ma determinato da contingenze strutturali economiche e dunque sociali e politiche in senso lato, anteriori all'unità.

Tangentopoli è un fenomeno mafioso politico, prettamente attagliato a parti diverse dell'Italia, anche se in Sicilia la mafia si appropriò anche di questa vergenza criminale, così come si mimetizzò durante il fascismo, infestò i Fasci, inquinò il separatismo di Canepa, quello di Giuliano e quello di Finocchiaro Aprile...

Il fenomeno è complesso, infido e strisciante: la gestione del latifondo feudale, uno dei tanti momenti genetici di questo flagello, non può chiamarsi fuori, sarebbe un errore concettuale che pagheremmo ancora per un secolo.

Resto a sua disposizione

Saluti

Giuseppe Di Bella

Un attimo: si sta facendo un pó di confusione.

 

Le organizzazioni che basano la loro sussistenza su attivitá in genere considerate criminali eistono ovunque, e sono quelle che ha elencato Lei.

 

Queste organizzazioni (la malavita organizzata) costituiscono sempre centri di potere con cui attivitá di solito considerate legali (come quella finanziaria) vengono in contatto. Questi "centri di potere" devono essere tenuti in conto anche dal potere politico semplicemente perché esistono quando raggiungono una forza considerevole come nei casi citati da lei.

 

Innanzitutto, non é detto che tutti i casi citati da lei non abbiano una qualche relazione con la genesi della mafia da me indicata, nel senso che prendono sempre piú potere man mano che i "liberali" anvanzano, e la motivazione non é difficile da intravedere: con l'avanzata dei liberali la politica "nazionalista" perde terreno ed avanzano i poteri finanziari.

 

Ma volendo escludere questa eventualitá rimane da chiedersi: gli esempi usati vanno messi in parallelo con la mafia, o piuttosto con la vecchia camorra?

 

Tra la vecchia camorra, ancora chiaramente delineata tra le righe di quella commedia di Rizzotto, e la nuova mafia vi é infatti una bella differenza che risiede proprio nel diverso rapporto che essa intrattiene con il potere centrale: conflittuale prima, organigo e di fiancheggiamento dopo (se non di effettiva sudditanza). Questo cambiamento avviene proprio intorno al 1860. La data esatta ha poca importanza perche' i Savoia non hanno niente a che vedere con la mafia.

 

Il punto su cui concentrarsi allora diventa questo: i liberali... ma diciamola tutta: i poteri finanziari anglosassoni hanno usato la malavita organizzata per riuscire a prendere (e tenere) il potere in Sicilia? Hanno fatto questo strutturando gruppi malavitosi alla stregua delle sette segrete da loro controllate ed inserendo degli elementi di collegamento per essere sicuri di poter "eterodirigere" le organizzazioni criminali cosí "create"?

 

Questo, come dice Lei, non é stato ancora provato. O meglio... non lo si é voluto ancora verificare... per motivi che mi sembra siano sin troppo ovvi.

 

Il discorso é di una importanza primaria.... non capisco come Lei si rifiuti di riconoscere la cosa.

 

Idem per il discorso dell'abolizione dell'Alta Corte: si tratta di colpo di stato o no? La risposta a questa domanda é chiaramente univoca e non puó essere data in base a considerazioni politiche. Anche questo é un punto fondamentale perché se é stato un colpo di stato allora, visto che deve essere di conseguenza riconosciuta anche la natura pattizia dello Statuto, ne consegue che la posizione degli indipendentisti é legale sul piano del diritto internazionale, visto che l'Italia ha rotto il patto con il colpo di stato. Anche qui, mi chiedo come faccia a sostenere che siano questioni secondarie.

 

AV

Anonimo 08 aprile 2010   14:20
L'utente ha risposto al commento anonimo del 08 aprile 2010. Visualizza »

Per quel che mi riguarda, ho fatto riferimento al "Decreto Reale del 6 aprile 1840" in merito alla politica di uniformazione

dei pesi e le misure tra Napoli e Sicilia, mentre l'affermazione che Napoli e Sicilia avessero pesi e misure comuni fino al

1282 è affermato su "Tavole di riduzione dei pesi e delle misure delle Due Sicilie - Napoli - 1840" che fa riferimento sempre alla suddetta legge.

 

Per quanto riguarda l'inesistenza di dazi tra Napoli e Sicilia, è quanto prevede la "Legge Doganale del 19 giugno 1826"

 

Infine il "Decreto Reale del 1° giugno 1819" riporta che la direzione dei lavori pubblici che prima in Sicilia era gestita da

un corpo regionale, fu aggregata alla "Direzione generale Ponti e Strade".

 

Spero che conceda anche a me non dover pubblicare tutto per intero e mi scusi se le ho dato una cattiva impressione,

smentendo alcuni dati da lei riportati.

Non si preoccupi, nessun problema perchè i dati da Lei riportati non smentiscono nulla di quanto da me affermato e non scalfiscono l'edificio solidissimo della diversità delle Corone nei secoli.

Cordiali saluti

Giuseppe Di Bella

Anonimo 08 aprile 2010   14:17
L'utente ha risposto al commento anonimo del 08 aprile 2010. Visualizza »

Gentile Dott. Di Bella,

 

quello che sto dicendo é che la mafia, quella onorata societá con tanto di cupola etc etc, non é nata in Sicilia a causa di determintate condizioni culturali.

 

Essa é nata in Sicilia in quegli anni (ripeto, piú o meno 1860) a causa di precise condizioni politiche contingenti e non sistemiche e la sua nascita é stata pilotata dai circoli liberali allora esistenti che hanno ad essa assicurato potere in cambio di certi favori (veda altro mio commento sotto).

 

Le sette di cui parlo sono quelle di matrice liberale (non volgio fare di ogni erba un fascio...). Come Lei stesso ha ricordato esistono indagini ed indagini sulle connessioni tra massoneria e mafia, e queste indagini si che si basano su documenti certi e non sui suggerimenti di questo o quel pentito! Ma senza quelle "sette" la mafia non sarebbe mai esistita (va da se che poi con il tempo la mafia ha preso un propria forza che le fatto anche pensare di poter andare da sola).

 

Non c'é molto altro da dire. C'é da andare negli archivi a cercare indizi. Che vi sono.

 

Su questo argomento i neoborboici sono molto piú avanti dei "sicilianisti".

 

AV

Dissento. La mafia  e non il clan dei marsigliesi o la banda della Magliana, nasce in Sicilia come fenomeno attagliato a deteminate condizioni economiche,  sociali e politiche dell'isola e non esterne, seppure alcune componenti possano essere state importate nell'Isola, non vi sono alternative logiche. 

In Sicilia non nasce la Yakuza (Giappone - periodo edo) per la non collocazione politica di potenti Samuray che formarono gli hatamotoyakko, votati alla continua oppressione e al taglieggiamento del popolo prima da essi stessi difeso contro l'imperatore, o i machiyakko, e poi i tekiya e bakuto dediti all'estorsione.

Non nasce in Sicilia la Triade o mafia cinese o quella russa o Turca: unicuique suum. Chiaro a tutti.

Ogni "cultura" ha prodotto un tipo diverso di mafia e di criminatità organizzata.

Sostenere che la mafia, con le sue peculiarità e specifiche connotazioni, non sia una realtà siciliana è come ripudiare una parte della nostra storia perché non ci piace.

La connessione coi circoli liberali non ha prova definitiva, ma come Lei, propendo per una interconnessione tra tutte le forze non istituzionali e parti deviate dello Stato (Nell'800 e nel 900), il che conferma una datazione del fenomeno, nella forma organizzata, anteriore al 1860, si legge anche tra le righe del suo scritto.

Ma, torno indietro di qualche commento, non punterei la posta su questo cavallo, ovvero è importante  comprendere che la mafia è un fatto "non endemico o pandemico virale" non è nel DNA del popolo (come non lo è in Cina) ma determinato da contingenze strutturali economiche e dunque sociali e politiche in senso lato, anteriori all'unità.

Tangentopoli è un fenomeno mafioso politico, prettamente attagliato a parti diverse dell'Italia, anche se in Sicilia la mafia si appropriò anche di questa vergenza criminale, così come si mimetizzò durante il fascismo, infestò i Fasci, inquinò il separatismo di Canepa, quello di Giuliano e quello di Finocchiaro Aprile...

Il fenomeno è complesso, infido e strisciante: la gestione del latifondo feudale, uno dei tanti momenti genetici di questo flagello, non può chiamarsi fuori, sarebbe un errore concettuale che pagheremmo ancora per un secolo.

Resto a sua disposizione

Saluti

Giuseppe Di Bella

Anonimo 08 aprile 2010   13:50
L'utente ha risposto al commento anonimo del 08 aprile 2010. Visualizza »

I lettori sono liberi di esprimersi come credono. Ciò non toglie che un'obiezione  tanto è più valida, quanto  più è circostanziata.

Lei ha citato degli atti e dunque non è parte in causa in questo ambito. Cosa lei si aspetti mi è meno chiaro perché i documenti li ho citati, sia nella prima parte che implicitamente nella seconda. Non credo di dover riprodurre lo Statuto siciliano o la foto originale della relazione di Calà Ulloa, o mla costituzione del 1812.

Grazie per l'attenzione.

Giuseppe Di Bella

Per quel che mi riguarda, ho fatto riferimento al "Decreto Reale del 6 aprile 1840" in merito alla politica di uniformazione

dei pesi e le misure tra Napoli e Sicilia, mentre l'affermazione che Napoli e Sicilia avessero pesi e misure comuni fino al

1282 è affermato su "Tavole di riduzione dei pesi e delle misure delle Due Sicilie - Napoli - 1840" che fa riferimento sempre alla suddetta legge.

 

Per quanto riguarda l'inesistenza di dazi tra Napoli e Sicilia, è quanto prevede la "Legge Doganale del 19 giugno 1826"

 

Infine il "Decreto Reale del 1° giugno 1819" riporta che la direzione dei lavori pubblici che prima in Sicilia era gestita da

un corpo regionale, fu aggregata alla "Direzione generale Ponti e Strade".

 

Spero che conceda anche a me non dover pubblicare tutto per intero e mi scusi se le ho dato una cattiva impressione,

smentendo alcuni dati da lei riportati.

Anonimo 08 aprile 2010   13:28
L'utente ha risposto al commento anonimo del 08 aprile 2010. Visualizza »

Grazie per l'attenzione al mio stato di salute,

le comunico che  ho fatto l’esame audiometrico la settimana scorsa, e a parte i toni bassi, ovvero il parlato a distanza, l’udito non è poi così mal messo.

Sull’Alta Corte, avendo sentito bene i suoi commenti, ho risposto sotto.

Ripeto non ho mai scritto nulla circa questo aspetto dei “Circoli liberali”, ma ciò non significa proprio che non abbia tenuto in considerazione il ruolo di forze occulte e con interessi divergenti.

Lei ora introduce un nuovo elemento: “Le discussioni basate su elementi probanti esistono e sono tante, dal libretto di Sciascia sui "pugnalatori", al resoconto di Castiglione sulla leggenda dei Beati Paoli.”

Mi chiedo e le chiedo: questo va nel senso della comprovata contemporanea esistenza di

più mafie indefinite e in parte segrete da una data certa?

di mafie e Sette segrete da essa distinte e non comunicanti?

Parti deviate dello Stato, mafie, massoneria (adesso è ora dirlo), circoli liberali e Sette segrete non comunicanti?

E’ possibile escludere in ogni epoca che tra tutti questi elementi non sussistano vasi comunicanti?

Massoneria e mafia non sono state mai alleate?

Gli atti di tanti processi italiani, da Corrao a Raffaele Palizzolo, da Portella della Ginestra a Salvatore Giuliano, dall’Italicus a Via dei Georgofili e Maurizio Costanzo, dicono il contrario. E’ un connubio recente?

Non mi pare ci siano risposte certe, ma il dato concettuale da me sostenuto, a prescindere dalle relazioni di Calà Ulloa e dalla datazione certa di un avvenimento quale la nascita della mafia in senso contemporaneo, è enucleato attorno al concetto di rendita parassitaria: “L’inettitudine e lo strapotere di questa arcaica classe dirigente e l’assenza dello Stato quale reale ed effettivo garante del diritto e degli interessi generali della comunità, votato sostanzialmente solo a perpetuare lo status quo politico ed economico, determineranno il perdurare in Sicilia di quelle condizioni economiche e sociali, nelle quali si svilupperà il fenomeno mafioso, che si evolverà da sistema intermediario “di servizio”, a sistema di potere autonomo.”

Saluti

Giuseppe Di Bella

Gentile Dott. Di Bella,

 

quello che sto dicendo é che la mafia, quella onorata societá con tanto di cupola etc etc, non é nata in Sicilia a causa di determintate condizioni culturali.

 

Essa é nata in Sicilia in quegli anni (ripeto, piú o meno 1860) a causa di precise condizioni politiche contingenti e non sistemiche e la sua nascita é stata pilotata dai circoli liberali allora esistenti che hanno ad essa assicurato potere in cambio di certi favori (veda altro mio commento sotto).

 

Le sette di cui parlo sono quelle di matrice liberale (non volgio fare di ogni erba un fascio...). Come Lei stesso ha ricordato esistono indagini ed indagini sulle connessioni tra massoneria e mafia, e queste indagini si che si basano su documenti certi e non sui suggerimenti di questo o quel pentito! Ma senza quelle "sette" la mafia non sarebbe mai esistita (va da se che poi con il tempo la mafia ha preso un propria forza che le fatto anche pensare di poter andare da sola).

 

Non c'é molto altro da dire. C'é da andare negli archivi a cercare indizi. Che vi sono.

 

Su questo argomento i neoborboici sono molto piú avanti dei "sicilianisti".

 

AV

Anonimo 08 aprile 2010   13:16
L'utente ha risposto al commento anonimo del 08 aprile 2010. Visualizza »

Calà Ulloa scrive in tempi non sospetti e non scrive per noi.

Mi indichi dove, nei 700 articoli che ho pubblicato sulle più disparate materie,  ho detto o fatto intendere che la criminalità organizzata esiste solo in Sicilia. Glielo chiedo a titolo di cortesia personale.

Grazie

Giuseppe Di Bella

Ma Ulloa non parlò molto bene della Sicilia e lo si può comprendere visto che Garibaldi era venuto da li'.

 

Non lo ha scritto da nessuna parte, non si preoccupi, l'affermazione faceva parte di quel ragionamento per dimostrare che la mafia non ha origini secolari in Sicilia.

Anonimo 08 aprile 2010   12:58
L'utente ha risposto al commento anonimo del 08 aprile 2010. Visualizza »

Sig. Di Bella,
le sfugge il Calà Ulloa era un fedelissimo dei Borboni e seguì Francesco II in esilio .Potrebbe aver tranquillamente calcato la mano nel raccontare i fatti della Sicilia.

E le "premesse" non sono le origini.Tutti gli stati hanno in se dei criminali, bande, usanze potenzialmente capaci di organizzarsi.
D'altronde la mafia non è una prerogativa italiana, esiste anche altrove.Il nostro problema è che qui è stata mitizzata e continuamente coperta e foraggiata dai nostri cari politici, non sempre siciliani.

Non v'erano forse le premesse della "criminalità organizzata" nel comportamento dei Bravi di manzoniana memoria?

Dire che la mafia ha origini secolari, è una strada che porta pericolosamente nel campo minato della genetica.
Non vorremmo dare ragione ai Lombroso di ieri e di oggi.

Giusto per avere un paragone con lo stato della Giustizia piemontese, le riporto cosa succedeva a Torino in quegli anni:

"Negli anni 1856, 1857 e 1858 i frequentissimi furti, gli stupri, gli assassini avevano talmente commossa ed impaurita la città di Torino, che nessuno osava più avventurarsi di notte per lo vie alquanto solitarie, e molto meno uscire alla campagna; né mai il velo de' reati squarciavasi" [Delle recenti avventure d'Italia - Venezia - 1864]

"In soli 20 mesi abbiamo in Piemonte 204 omicidi" [Memoria per la storia de' nostri tempi - Torino 1863]

"Il conte di Cavour , nuovo ministro dell'interno, ha scritto la sua circolare per raccomandare la pubblica sicurezza. Ma in Torino, e nelle provincie si continua a rubare, come sotto il ministro Rattazzi. Si ruba di giorno e di notte nelle botteghe e nelle chiese , s'inganna, si assassina, e i diarii sono lì per farne testimonianza. Il nostro giornale non parla che raramente di questi casi per non riuscire monotono, e non cantare quotidianamente la medesima storia" [Idem]

"Se paragoniamo la statistica criminale del Piemonte con quella di quasi tutti gli altri stati europei non potremo a meno di essere colpiti da una grande , immensa differenza. E per non cercare esempi lontani riandiamo la storia italiana degli ultimi sei anni e vedremo in Lombardia, negli stati papali, nel regno di Napoli una quantità enorme di cittadini o consegnati al carnefice, o condannati ai Bagni e alle carceri, altri moltissimi guardati continuo dalla polizia per aver tentato di mutare lo stato"[La libertà in Piemonte - Torino - 1856]

"Un lungo discorso a se stante occorrerebbe fare per i patriziati civici.In questa sede ci limitiamo solo a sfiorare l'argomento con qualche generale accenno.Come è noto le principali città dello Stato erano sede di numerose famiglie nobili che, quasi immancabilmente, finivano per controllarne ereditariamente la vita amministrativa ed i poteri locali.Per poter parlare di veri e propri patriziati(nella forma più piena ed incontrovertibile del termine) piuttosto che di semplice nobiltà civica o decurionale, anche se l'accezione non è interpretata in modo univoco, occorrerebbe riscontrare una vera autonomia politica comunale.Questo quanto meno, in chiave storico-giuridica. Se si passa però dalla teoria alla pratica nobiliare del Regno d'Italia il criterio di riconoscimento dei patriziati fu applicato in modo disomogeneo, ed è molto probabile che un'indagine approfondita possa rivelare che alcuni patriziati civici italiani, regolarmente ammessi nell'ordinamento nobiliare del Regno abbiano caratteristiche e dignità del tutto simili ai vari "patriziati" piemontesi....Se anche abbiamo ampie prove che le principali famiglie di un determinato luogo ambissero avere propri rappresentanti nei consigli di credenza(e infatti il numero dei nobili era in essi sempre piuttosto consistente), gli obblighi ed oneri connessi all'ufficio di credenziere o decurione(non esclusa, addirittura, la responsabilità in solido con le città amministrate di fronte a situazioni debitorie), in determinati periodi e luoghi (per lo più minori), sconsigliavano un impegno diretto, al punto che non è impossibile trovare esempi di consiglieri costretti ad accettare la propria carica loro malgrado. Ciò nonostante - e nonostante precise norme vietassero la partecipazione in uno stesso consiglio di congiunti troppo stretti - le amministrazioni locali finivano per essere monopolizzate da poche famiglie che si passavano il testimone, mediante consolidati meccanismi di cooptazione di padre in figlio" [Feudi e Nobiltà negli Stati dei Savoja - Lanzo Torinese - 2006]

E le "premesse" non sono le origini.

 

Sacrosanto.

 

La mafia non é altro che quella criminalitá organizzata esistente ovunque nel mondo (e che in Sicilia era poca cosa) che fu cooptata dalle "sette" e sfruttata per determinati fini eversivi (incluse le moderne stragi  che non furono neanche perpetrate dalla mafia, essendo operazioni troppo delicate per la rozzezza di Reina e co.). La cooptazione avvenne nelle carceri siciliane dove i gruppi liberali, incarcerati dai Borboni, vennero in contatto con elementi di quella che allora veniva chiamata "camorra" (ripeto, piccola cosa sia sull'isola che sul continente).

 

Le avvisaglie della mafia furone quelle dicerie dell'untore sparse in Sicilia per creare disordini e preparare il campo ai liberali (si diceva che vi fossero malattie nuove sparse in giro da criminali che "ungevano" gli stipiti delle porte). Negli archivi borbonici si trova tutta la documentazione. La storia si é ripetuta lo scorso anno a livello globale con la "suina" che alla fine si e rivelata una "bufala".

 

AV

Anonimo 08 aprile 2010   12:23
L'utente ha risposto al commento anonimo del 08 aprile 2010. Visualizza »

Sig. Di Bella,
le sfugge il Calà Ulloa era un fedelissimo dei Borboni e seguì Francesco II in esilio .Potrebbe aver tranquillamente calcato la mano nel raccontare i fatti della Sicilia.

E le "premesse" non sono le origini.Tutti gli stati hanno in se dei criminali, bande, usanze potenzialmente capaci di organizzarsi.
D'altronde la mafia non è una prerogativa italiana, esiste anche altrove.Il nostro problema è che qui è stata mitizzata e continuamente coperta e foraggiata dai nostri cari politici, non sempre siciliani.

Non v'erano forse le premesse della "criminalità organizzata" nel comportamento dei Bravi di manzoniana memoria?

Dire che la mafia ha origini secolari, è una strada che porta pericolosamente nel campo minato della genetica.
Non vorremmo dare ragione ai Lombroso di ieri e di oggi.

Giusto per avere un paragone con lo stato della Giustizia piemontese, le riporto cosa succedeva a Torino in quegli anni:

"Negli anni 1856, 1857 e 1858 i frequentissimi furti, gli stupri, gli assassini avevano talmente commossa ed impaurita la città di Torino, che nessuno osava più avventurarsi di notte per lo vie alquanto solitarie, e molto meno uscire alla campagna; né mai il velo de' reati squarciavasi" [Delle recenti avventure d'Italia - Venezia - 1864]

"In soli 20 mesi abbiamo in Piemonte 204 omicidi" [Memoria per la storia de' nostri tempi - Torino 1863]

"Il conte di Cavour , nuovo ministro dell'interno, ha scritto la sua circolare per raccomandare la pubblica sicurezza. Ma in Torino, e nelle provincie si continua a rubare, come sotto il ministro Rattazzi. Si ruba di giorno e di notte nelle botteghe e nelle chiese , s'inganna, si assassina, e i diarii sono lì per farne testimonianza. Il nostro giornale non parla che raramente di questi casi per non riuscire monotono, e non cantare quotidianamente la medesima storia" [Idem]

"Se paragoniamo la statistica criminale del Piemonte con quella di quasi tutti gli altri stati europei non potremo a meno di essere colpiti da una grande , immensa differenza. E per non cercare esempi lontani riandiamo la storia italiana degli ultimi sei anni e vedremo in Lombardia, negli stati papali, nel regno di Napoli una quantità enorme di cittadini o consegnati al carnefice, o condannati ai Bagni e alle carceri, altri moltissimi guardati continuo dalla polizia per aver tentato di mutare lo stato"[La libertà in Piemonte - Torino - 1856]

"Un lungo discorso a se stante occorrerebbe fare per i patriziati civici.In questa sede ci limitiamo solo a sfiorare l'argomento con qualche generale accenno.Come è noto le principali città dello Stato erano sede di numerose famiglie nobili che, quasi immancabilmente, finivano per controllarne ereditariamente la vita amministrativa ed i poteri locali.Per poter parlare di veri e propri patriziati(nella forma più piena ed incontrovertibile del termine) piuttosto che di semplice nobiltà civica o decurionale, anche se l'accezione non è interpretata in modo univoco, occorrerebbe riscontrare una vera autonomia politica comunale.Questo quanto meno, in chiave storico-giuridica. Se si passa però dalla teoria alla pratica nobiliare del Regno d'Italia il criterio di riconoscimento dei patriziati fu applicato in modo disomogeneo, ed è molto probabile che un'indagine approfondita possa rivelare che alcuni patriziati civici italiani, regolarmente ammessi nell'ordinamento nobiliare del Regno abbiano caratteristiche e dignità del tutto simili ai vari "patriziati" piemontesi....Se anche abbiamo ampie prove che le principali famiglie di un determinato luogo ambissero avere propri rappresentanti nei consigli di credenza(e infatti il numero dei nobili era in essi sempre piuttosto consistente), gli obblighi ed oneri connessi all'ufficio di credenziere o decurione(non esclusa, addirittura, la responsabilità in solido con le città amministrate di fronte a situazioni debitorie), in determinati periodi e luoghi (per lo più minori), sconsigliavano un impegno diretto, al punto che non è impossibile trovare esempi di consiglieri costretti ad accettare la propria carica loro malgrado. Ciò nonostante - e nonostante precise norme vietassero la partecipazione in uno stesso consiglio di congiunti troppo stretti - le amministrazioni locali finivano per essere monopolizzate da poche famiglie che si passavano il testimone, mediante consolidati meccanismi di cooptazione di padre in figlio" [Feudi e Nobiltà negli Stati dei Savoja - Lanzo Torinese - 2006]

Calà Ulloa scrive in tempi non sospetti e non scrive per noi.

Mi indichi dove, nei 700 articoli che ho pubblicato sulle più disparate materie,  ho detto o fatto intendere che la criminalità organizzata esiste solo in Sicilia. Glielo chiedo a titolo di cortesia personale.

Grazie

Giuseppe Di Bella

Anonimo 08 aprile 2010   12:19
L'utente ha risposto al commento anonimo del 08 aprile 2010. Visualizza »

Gentile Di Bella,

la ringrazio per la precisazione, mi è quasi sembrato che lei mi stesse addebitando delle questioni avute con altri suoi lettori.

 

Lei vorrebbe dei lettori che esprimano un "obiezione circostanziata, una sola contestazione di fatto e di diritto" (indicando dunque al lettore come deve scrivere per essere gradito) ma le pare una cosa possibile?Personalmente ho le mie passioni e non le nascondo(e soprattutto non hanno nulla a che fare con la politica) se lei accetta di rendere pubblico quanto scrive, ne accetti anche i commenti, soprattutto quando sono frutto di educazione e di ricerca storica.

 

Vuole davvero i documenti e le citazioni?Per me non c'è nessun problema, però le ricordo che io sono stato l'unico tra i lettori a presentare un documento  (ricontrolli bene) anche se non tutti.

 

Mi aspetto però che lo faccia anche lei.

I lettori sono liberi di esprimersi come credono. Ciò non toglie che un'obiezione  tanto è più valida, quanto  più è circostanziata.

Lei ha citato degli atti e dunque non è parte in causa in questo ambito. Cosa lei si aspetti mi è meno chiaro perché i documenti li ho citati, sia nella prima parte che implicitamente nella seconda. Non credo di dover riprodurre lo Statuto siciliano o la foto originale della relazione di Calà Ulloa, o mla costituzione del 1812.

Grazie per l'attenzione.

Giuseppe Di Bella

Anonimo 08 aprile 2010   12:14
L'utente ha risposto al commento anonimo del 08 aprile 2010. Visualizza »

Ciò non esclude, ma di questo argomento non ho mai trattato, la contemporanea esistenza di quei Circoli ”liberali” interni ed esterni, da Lei evocati, che hanno giocato un importante ruolo nelle vicende dell’Isola dall’inizio dell’800 in avanti.

 

Senza trattare l'argomento in questione non é possibile fornire alcun quadro storico del risorgimento e di tutta la storia dell'Italia unita. L'argomento é fondamentale ed é legato alla storia della mafia.

 

Le discussioni basate su elementi probanti esistono e sono tante, dal libretto di Sciascia sui "pugnalatori", al resoconto di Castiglione sulla leggenda dei Beati Paoli.

 

Insisto: la questione dell'Alta Corte é basilare, non é per nulla secondaria. Stiamo parlando di interessi politici economici immensi e di portata globale (le ricordo che la base di Sigonella in base allo Statuto non potrebbe esistere).

 

Il sordo peggiore é quello che non vuole sentire.

 

AV

Grazie per l'attenzione al mio stato di salute,

le comunico che  ho fatto l’esame audiometrico la settimana scorsa, e a parte i toni bassi, ovvero il parlato a distanza, l’udito non è poi così mal messo.

Sull’Alta Corte, avendo sentito bene i suoi commenti, ho risposto sotto.

Ripeto non ho mai scritto nulla circa questo aspetto dei “Circoli liberali”, ma ciò non significa proprio che non abbia tenuto in considerazione il ruolo di forze occulte e con interessi divergenti.

Lei ora introduce un nuovo elemento: “Le discussioni basate su elementi probanti esistono e sono tante, dal libretto di Sciascia sui "pugnalatori", al resoconto di Castiglione sulla leggenda dei Beati Paoli.”

Mi chiedo e le chiedo: questo va nel senso della comprovata contemporanea esistenza di

più mafie indefinite e in parte segrete da una data certa?

di mafie e Sette segrete da essa distinte e non comunicanti?

Parti deviate dello Stato, mafie, massoneria (adesso è ora dirlo), circoli liberali e Sette segrete non comunicanti?

E’ possibile escludere in ogni epoca che tra tutti questi elementi non sussistano vasi comunicanti?

Massoneria e mafia non sono state mai alleate?

Gli atti di tanti processi italiani, da Corrao a Raffaele Palizzolo, da Portella della Ginestra a Salvatore Giuliano, dall’Italicus a Via dei Georgofili e Maurizio Costanzo, dicono il contrario. E’ un connubio recente?

Non mi pare ci siano risposte certe, ma il dato concettuale da me sostenuto, a prescindere dalle relazioni di Calà Ulloa e dalla datazione certa di un avvenimento quale la nascita della mafia in senso contemporaneo, è enucleato attorno al concetto di rendita parassitaria: “L’inettitudine e lo strapotere di questa arcaica classe dirigente e l’assenza dello Stato quale reale ed effettivo garante del diritto e degli interessi generali della comunità, votato sostanzialmente solo a perpetuare lo status quo politico ed economico, determineranno il perdurare in Sicilia di quelle condizioni economiche e sociali, nelle quali si svilupperà il fenomeno mafioso, che si evolverà da sistema intermediario “di servizio”, a sistema di potere autonomo.”

Saluti

Giuseppe Di Bella

Anonimo 08 aprile 2010   12:14
L'utente ha risposto al commento anonimo del 08 aprile 2010. Visualizza »

Ciò non esclude, ma di questo argomento non ho mai trattato, la contemporanea esistenza di quei Circoli ”liberali” interni ed esterni, da Lei evocati, che hanno giocato un importante ruolo nelle vicende dell’Isola dall’inizio dell’800 in avanti.

 

Senza trattare l'argomento in questione non é possibile fornire alcun quadro storico del risorgimento e di tutta la storia dell'Italia unita. L'argomento é fondamentale ed é legato alla storia della mafia.

 

Le discussioni basate su elementi probanti esistono e sono tante, dal libretto di Sciascia sui "pugnalatori", al resoconto di Castiglione sulla leggenda dei Beati Paoli.

 

Insisto: la questione dell'Alta Corte é basilare, non é per nulla secondaria. Stiamo parlando di interessi politici economici immensi e di portata globale (le ricordo che la base di Sigonella in base allo Statuto non potrebbe esistere).

 

Il sordo peggiore é quello che non vuole sentire.

 

AV

A proposito dei "Pugnalatori", c'è una testimonianza, una persona a cui La Farina chiese di trovare i famosi pugnalatori,che indica appunto in La Farina, il mandante

Anonimo 08 aprile 2010   12:06
L'utente ha risposto al commento anonimo del 08 aprile 2010. Visualizza »

Non intendo alzare il tono della polemica e non la seguo su questa strada del "mettendomi al suo livello" o del "siamo alla metafisica della mafia". Affermazioni personalizzate di questo genere, distraggono dal problema serio che affrontiamo.

Ritorniamo ai fatti e per dimostrarle che non siamo alla metafisica della mafia, ma che rimaniamo nella storia documentale, ritengo utile, per maggiore chiarezza, riprodurre un brano della relazione sullo stato della criminalità, del Magistrato di Trapani Pietro Calà Ulloa datato 3 agosto 1838:

“Non vi è impiegato in Sicilia che non sia prostrato al cenno di un prepotente e che non abbia pensato a tirar profitto dal suo Ufficio. Questa generale corruzione ha fatto ricorrere il popolo a rimedi oltremodo strani e pericolosi. Vi ha in molti paesi delle fratellanze, specie di sette che diconsi partiti, senza colore o scopo politico, senza riunione, senza altro legame che quello della dipendenza da un capo che qui è un possidente, là un arciprete.

Sono specie di piccoli Governi nel Governo. La mancanza di forza pubblica ha fatto moltiplicare il numero dei reati! Il popolo è venuto a tacita convenzione coi rei. Come accadono furti, escono i mediatori ad offrire transazione pel ricuperamento degli oggetti involati. Il numero di tali accordi è infinito.

Molti possidenti perciò han creduto meglio divenire oppressori che oppressi, e s’iscrivon nei partiti. Molti alti funzionari li coprivan di un’egida impenetrabile.”

Si noti che Calà Ulloa riferisce di un fenomeno diffuso e consolidato socialmente e non certo appena nascente.

Calà Ulloa non menziona la parola mafia, ma proviamo noi a riassumenre in un solo termine, oggi, il fenomeno descritto.

(Su questo e sul problema delle origini cfr G.C. Marino e V. Paliotti).

Cito testualmente G. C. Marino: “Con tutte le cautele di cui si sono indicate le ragioni, è sensato ricercare le premesse del fenomeno mafioso nei molti secoli durante i quali si riprodusse in Sicilia l’ordinamento feudale di cui sarebbe stato decretata la liquidazione soltanto nel 1812”.

Ma non sono solo queste le fonti documentalie bibliografiche che attestano l'esistenza in Sicilia di un fenomeno che oggi definiamo mafia. Certo i tempi ed i modi sono diversi: la società era diversa.

 

Come ho già detto in altro precedente articolo, l'unità d'Italia fu occasione per la camorra e la mafia di fare un'ulteriore mutazione. Così come la legge del 1950 costringerà la mafia a uscire dai latifondi e urbanizzarsi.

E' ingenuo pensare che l'unità d'Italia non abbia mutato i termini della questione. Ma è altrettanto ingenuo far coincidere la nascita del fenomeno con l'unità d'Italia.

(il testo teatrale  "I mafiusi di la vicaria" di Giuseppe Rizzotto, ho controllato, è del 1863!)

Infine, la datazione della nascita del fenomeno mafioso, o la valenza assoluta o relativa, pattizia o ottriata dello Statuto, ovvero il mio aver più o meno messo in evidenza questo particolare aspetto, non sono "cavalli su cui giocare tutta la posta". Intendo dire che il problema è la mafia, non le opinioni sulla sua nascita e l'esatta definizione di quel momento: non certo nella taverna di Mazara col patto tra Zi Pascà, Zampa di porco, Giacalone, Naso di cane e Jannone. Non certo nel 1799.

L'articolo delinea una parte credo interessante della genesi mafiosa: "il sub affitto usurante dei fondi come motore primo del fenomeno" questo è il punto centrale, non una datazione certa ma le circostanze oggettive che lo determinarono. Distinti Saluti

Giuseppe Di Bella

Sig. Di Bella,
le sfugge il Calà Ulloa era un fedelissimo dei Borboni e seguì Francesco II in esilio .Potrebbe aver tranquillamente calcato la mano nel raccontare i fatti della Sicilia.

E le "premesse" non sono le origini.Tutti gli stati hanno in se dei criminali, bande, usanze potenzialmente capaci di organizzarsi.
D'altronde la mafia non è una prerogativa italiana, esiste anche altrove.Il nostro problema è che qui è stata mitizzata e continuamente coperta e foraggiata dai nostri cari politici, non sempre siciliani.

Non v'erano forse le premesse della "criminalità organizzata" nel comportamento dei Bravi di manzoniana memoria?

Dire che la mafia ha origini secolari, è una strada che porta pericolosamente nel campo minato della genetica.
Non vorremmo dare ragione ai Lombroso di ieri e di oggi.

Giusto per avere un paragone con lo stato della Giustizia piemontese, le riporto cosa succedeva a Torino in quegli anni:

"Negli anni 1856, 1857 e 1858 i frequentissimi furti, gli stupri, gli assassini avevano talmente commossa ed impaurita la città di Torino, che nessuno osava più avventurarsi di notte per lo vie alquanto solitarie, e molto meno uscire alla campagna; né mai il velo de' reati squarciavasi" [Delle recenti avventure d'Italia - Venezia - 1864]

"In soli 20 mesi abbiamo in Piemonte 204 omicidi" [Memoria per la storia de' nostri tempi - Torino 1863]

"Il conte di Cavour , nuovo ministro dell'interno, ha scritto la sua circolare per raccomandare la pubblica sicurezza. Ma in Torino, e nelle provincie si continua a rubare, come sotto il ministro Rattazzi. Si ruba di giorno e di notte nelle botteghe e nelle chiese , s'inganna, si assassina, e i diarii sono lì per farne testimonianza. Il nostro giornale non parla che raramente di questi casi per non riuscire monotono, e non cantare quotidianamente la medesima storia" [Idem]

"Se paragoniamo la statistica criminale del Piemonte con quella di quasi tutti gli altri stati europei non potremo a meno di essere colpiti da una grande , immensa differenza. E per non cercare esempi lontani riandiamo la storia italiana degli ultimi sei anni e vedremo in Lombardia, negli stati papali, nel regno di Napoli una quantità enorme di cittadini o consegnati al carnefice, o condannati ai Bagni e alle carceri, altri moltissimi guardati continuo dalla polizia per aver tentato di mutare lo stato"[La libertà in Piemonte - Torino - 1856]

"Un lungo discorso a se stante occorrerebbe fare per i patriziati civici.In questa sede ci limitiamo solo a sfiorare l'argomento con qualche generale accenno.Come è noto le principali città dello Stato erano sede di numerose famiglie nobili che, quasi immancabilmente, finivano per controllarne ereditariamente la vita amministrativa ed i poteri locali.Per poter parlare di veri e propri patriziati(nella forma più piena ed incontrovertibile del termine) piuttosto che di semplice nobiltà civica o decurionale, anche se l'accezione non è interpretata in modo univoco, occorrerebbe riscontrare una vera autonomia politica comunale.Questo quanto meno, in chiave storico-giuridica. Se si passa però dalla teoria alla pratica nobiliare del Regno d'Italia il criterio di riconoscimento dei patriziati fu applicato in modo disomogeneo, ed è molto probabile che un'indagine approfondita possa rivelare che alcuni patriziati civici italiani, regolarmente ammessi nell'ordinamento nobiliare del Regno abbiano caratteristiche e dignità del tutto simili ai vari "patriziati" piemontesi....Se anche abbiamo ampie prove che le principali famiglie di un determinato luogo ambissero avere propri rappresentanti nei consigli di credenza(e infatti il numero dei nobili era in essi sempre piuttosto consistente), gli obblighi ed oneri connessi all'ufficio di credenziere o decurione(non esclusa, addirittura, la responsabilità in solido con le città amministrate di fronte a situazioni debitorie), in determinati periodi e luoghi (per lo più minori), sconsigliavano un impegno diretto, al punto che non è impossibile trovare esempi di consiglieri costretti ad accettare la propria carica loro malgrado. Ciò nonostante - e nonostante precise norme vietassero la partecipazione in uno stesso consiglio di congiunti troppo stretti - le amministrazioni locali finivano per essere monopolizzate da poche famiglie che si passavano il testimone, mediante consolidati meccanismi di cooptazione di padre in figlio" [Feudi e Nobiltà negli Stati dei Savoja - Lanzo Torinese - 2006]

Anonimo 08 aprile 2010   11:55
L'utente ha risposto al commento anonimo del 08 aprile 2010. Visualizza »

Egregio Signore,

Il respingere i complimenti “parziali”, al pari delle critiche suicide di parte, ha un solo significato: non desidero che dell’articolo si appropri nessuna “parte”, nel senso che esso venga additato e sfruttato come prodotto politico, perché non lo è.

Questo non ha niente a che vedere con la sua Persona, che in quanto tale gode del mio massimo rispetto e considerazione.

E poi “Il castigo e nel peccato stesso”: Lei dice “… se commento la parte dell’articolo che più mi interessa”. Mi pare chiaro.

In tutta questa messa in scena, non ho visto una sola obiezione circostanziata, una sola contestazione di fatto e di diritto, ma solo tentativi di affermare le proprie idee politiche, operazione che a me non interessa per niente.

Non vi è nulla da bilanciare, attendo solo che si contesti il merito: le opinioni sono rispettabili sempre ma devono essere suffragate da un minimo di documentazione.

Ho seguito una linea rigorosa ed il revisionismo è per me restituzione alla verità, per quanto possibile e nei limiti dei nostri mezzi materiali, cognitivi e personali.

Non ho battuto ciglio quando i siti che trattano questi argomenti, hanno selezionato gli articoli pubblicando, senza autorizzazione ed anche su riviste cartacee, solo quelli “graditi” e questo lo hanno fatto "tutte le parti in causa".

E non ho mosso un dito, anche a fronte della sconvenienza ed illegittimità di tali comportamenti, perché gli articoli sono “autonomi” e non sistemici o servilmente organici ad un’idea preconcetta, ad una linea politica (e non sono una merce in vendita). Quindi non mi sorprende l’attuale “scelgo ciò che mi pare” o “attacco ciò che non mi piace” nell’ambito di un singolo lavoro.

Non credo agli idoli e le mie convinzioni personali sulla storia dei due Regni, non sono subordinate ad alcun progetto sistemico che si proietti nell'attualità. L'ho già detto.

In quanto alla sua domanda sostanziale, Lei sa che la risposta è nel testo, ma se le fa piacere la ripeterò di seguito; “Il patto più o meno tacito con lo Stato e la ragnatela parassitaria tessuta per secoli attorno al latifondo, dai gabelloti, campieri e mezzadri, con la complicità del notabilato, e poi attorno alla commessa pubblica, con la complicità della borghesia mafiosa del Novecento, costituiranno una delle componenti dell’affermazione del potere mafioso, la cui violenta eredità immorale troverà il suo apice nel tentativo dell’ala stragista dei corleonesi, non più di trattare con lo Stato, bensì di imporgli la propria volontà.” Non cambio una virgola.

Gradisca i miei più cordiali Saluti

Giuseppe Di Bella

Gentile Di Bella,

la ringrazio per la precisazione, mi è quasi sembrato che lei mi stesse addebitando delle questioni avute con altri suoi lettori.

 

Lei vorrebbe dei lettori che esprimano un "obiezione circostanziata, una sola contestazione di fatto e di diritto" (indicando dunque al lettore come deve scrivere per essere gradito) ma le pare una cosa possibile?Personalmente ho le mie passioni e non le nascondo(e soprattutto non hanno nulla a che fare con la politica) se lei accetta di rendere pubblico quanto scrive, ne accetti anche i commenti, soprattutto quando sono frutto di educazione e di ricerca storica.

 

Vuole davvero i documenti e le citazioni?Per me non c'è nessun problema, però le ricordo che io sono stato l'unico tra i lettori a presentare un documento  (ricontrolli bene) anche se non tutti.

 

Mi aspetto però che lo faccia anche lei.

Anonimo 08 aprile 2010   11:43
L'utente ha risposto al commento anonimo del 08 aprile 2010. Visualizza »

Ricordo anche a Lei che non ho affermato di essere indipendentista.

 

In ogni caso la "querelle" tra le varie posizioni non mi interessa. E' sempre il Di Bella che per farsi ragione mi ha assegnato una parte.

 

Vi sono peró due punti che sono importanti e che andrebbero chiarificati per tutti: le asserzioni di Di Bella sullo Statuto e quelle sulla mafia.

 

Di Bella potrebbe anche essere indipendentista: non mi interessa per niente. I nodi in questione sono oggettivamente fondamentali e si devono chiarire con ricerche storiche, non con la metafisica. Non capisco che relazione dovrebbe avere l'accertamento della legalitá dei pronunciamenti dell'Alta Corte e della illegalitá della sua abolizione con il fatto che uno é sicilianista, neoborbonico o unitarista.... Lo stesso dicasi per le origini della mafia, su cui tutti si allargano la bocca basandosi solo sul sentito dire.

 

AV

Gentile Signore,

Mi pare giunto il momento di chiarire la questione definitivamente. Torniamo al testo che va letto globalmente, altrimenti sfuggono alcuni passaggi sostanziali. E non vorrei continuare una diatriba sulla base di un semplice malinteso.

Chi ha mai parlato di legalità o meno dei pronunciamenti dell’Alta Corte e dove? Me lo indichi per favore.

Chi ha mai sostenuto la legalità della sua abolizione e dove? Me lo indichi per cortesia.

Rilegga l’articolo e troverà scritto che Umberto “riconobbe tardivamente” la Nazione siciliana. Contrariamente al suo Avo.

Se affermo e riaffermo che:

Viene riconosciuta la Nazione siciliana;

Che la Sicilia è da secoli corona autonoma;

Che ha un popolo;

Un territorio;

Istituzioni proprie;

(il che somiglia molto alla definizione scolastica di uno Stato, salvo la sovranità che potrebbe essere concetto vago e attagliato ad elementi di fatto e gestionali e non ad una mera enunciazione)

Se affermo tutto questo, potrei contemporaneamente ritenere che l’Alta Corte sia illegittima, o sto dicendo la stessa cosa che dice Lei? Con un “appare” (al posto di un “è”) che è evidentemente pleonastico se non provocatorio?

Io non riesco ad essere più chiaro di così: “Nella promulgazione dello Statuto siciliano, è implicito il riconoscimento di Umberto II, dell’inadeguatezza, se non del fallimento delle politiche di unificazione della Sicilia al Regno d’Italia, poste in essere negli 85 anni di unità nazionale.

L’esame dello Statuto Siciliano, dei suoi istituti, delle prerogative parlamentari, l’istituzione dell’Alta Corte per la Sicilia, le provvidenze e i diritti fiscali e demaniali accordati all’Isola, il nomen stesso di “Assemblea” adottato, dimostrano che alla Sicilia veniva riconosciuto uno stato di specialità che è difficile non ricollegare alla sua storia, alla sua antica sovranità nazionale. Lo Statuto, a tratti, appare più il concordato costituzionale tra due Stati che non una normativa che regola i rapporti tra Stato e Regione.”

Se questo le sembra il discorso di uno che vuole delegittimare le istituzioni siciliane, lei è incorso in un grosso errore. L’unica remora potrebbe essere, l’ho già detta sopra, è la riserva allo Stato Italiano per materia, ma questo non ha nulla a che vedere con la natura patrizia o con l’attività dell’Alta Corte.

Se ciò non bastasse ripeto : ”La Sicilia dunque permaneva coscientemente e volutamente, nel bene e nel male, una Società, una “Nazione” diversa, e tale rimase di fatto anche dopo il 1816, dopo il 1860, dopo il 1946, dopo … .

Per essere più precisi, ritengo che questa diversità sussista ancora.

Saluti

Anonimo 08 aprile 2010   11:35
L'utente ha risposto al commento anonimo del 08 aprile 2010. Visualizza »

Gentile Signore,

Non trovo elementi di novità nel suo ultimo commento, se non la reiterata volontà di ingigantire una piccola parte dell’articolo sulla quale Lei non concorda, ma della quale Lei stesso ammette la marginalità quando dice: “ … tutti i discorsi sulla "secolarita'" della mafia sono solo speculazioni”, e direi che se lo sono, lo sono da ogni parte si guardi il problema.

Lei inoltre capovolge la prospettiva e parla di un neologismo usato nel titolo della commedia, proprio subito dopo l’unità, e qualifica le Sette in un certo modo (senza dirlo), senza portar alcuna prova di ciò che fa intravedere.

Noto inoltre un’acredine, non corrisposta, nel dire “scoperta della data della commedia” perché avevo citato a memoria anni 80 dell’800, questo comprova, in tempi non sospetti, che nel mio pensiero il fenomeno viene “qualificato” come “mafia” tardivamente, più di quanto in effetti sia. Ciò non significa che non esistesse antecedentemente anche senza alcun nome preciso.

La relazione di Calà Ulloa è chiara e datata: parla di furti e delinquenza, di intermediari e funzionari corrotti, di popolo che subisce e che si rassegna a subire perché non ha alternative. A mio parere questa si chiama mafia, per Lei no, è un’altra cosa. E’ la sua rispettabile opinione.

Ciò non esclude, ma di questo argomento non ho mai trattato, la contemporanea esistenza di quei Circoli ”liberali” interni ed esterni, da Lei evocati, che hanno giocato un importante ruolo nelle vicende dell’Isola dall’inizio dell’800 in avanti.

Distinti Saluti

Ciò non esclude, ma di questo argomento non ho mai trattato, la contemporanea esistenza di quei Circoli ”liberali” interni ed esterni, da Lei evocati, che hanno giocato un importante ruolo nelle vicende dell’Isola dall’inizio dell’800 in avanti.

 

Senza trattare l'argomento in questione non é possibile fornire alcun quadro storico del risorgimento e di tutta la storia dell'Italia unita. L'argomento é fondamentale ed é legato alla storia della mafia.

 

Le discussioni basate su elementi probanti esistono e sono tante, dal libretto di Sciascia sui "pugnalatori", al resoconto di Castiglione sulla leggenda dei Beati Paoli.

 

Insisto: la questione dell'Alta Corte é basilare, non é per nulla secondaria. Stiamo parlando di interessi politici economici immensi e di portata globale (le ricordo che la base di Sigonella in base allo Statuto non potrebbe esistere).

 

Il sordo peggiore é quello che non vuole sentire.

 

AV

Anonimo 08 aprile 2010   11:14
L'utente ha risposto al commento anonimo del 08 aprile 2010. Visualizza »

Gentile Di Bella, spiace che Lei abbia respinto i complimenti, perchè oltre a Lei sono ben pochi a parlare di Risorgimento in chiave revisionista.
Probabilmente Lei ha voluto bilanciare, con questa sua "risposta", le accuse che le sono piombate addosso da quei separatisti "suicidi" che fino all'altro ieri la ritenevano il loro idolo...
Tant'è che, al contrario di questa volta, non si era mai lamentato troppo quando ne riceveva i complimenti...

Eppure il mio commento mi è sembrato cortese, gentile, non maleducato, a differenza di chi ha duramente attaccato la seconda parte dell'articolo, le creo così grossi problemi se commento la parte del pezzo che più mi interessa?

Se vuole rispondere in ogni caso alla domanda che le avevo posto o commentare quanto scritto in precendenza, mi farebbe enormemente piacere.

Cordialità

Egregio Signore,

Il respingere i complimenti “parziali”, al pari delle critiche suicide di parte, ha un solo significato: non desidero che dell’articolo si appropri nessuna “parte”, nel senso che esso venga additato e sfruttato come prodotto politico, perché non lo è.

Questo non ha niente a che vedere con la sua Persona, che in quanto tale gode del mio massimo rispetto e considerazione.

E poi “Il castigo e nel peccato stesso”: Lei dice “… se commento la parte dell’articolo che più mi interessa”. Mi pare chiaro.

In tutta questa messa in scena, non ho visto una sola obiezione circostanziata, una sola contestazione di fatto e di diritto, ma solo tentativi di affermare le proprie idee politiche, operazione che a me non interessa per niente.

Non vi è nulla da bilanciare, attendo solo che si contesti il merito: le opinioni sono rispettabili sempre ma devono essere suffragate da un minimo di documentazione.

Ho seguito una linea rigorosa ed il revisionismo è per me restituzione alla verità, per quanto possibile e nei limiti dei nostri mezzi materiali, cognitivi e personali.

Non ho battuto ciglio quando i siti che trattano questi argomenti, hanno selezionato gli articoli pubblicando, senza autorizzazione ed anche su riviste cartacee, solo quelli “graditi” e questo lo hanno fatto "tutte le parti in causa".

E non ho mosso un dito, anche a fronte della sconvenienza ed illegittimità di tali comportamenti, perché gli articoli sono “autonomi” e non sistemici o servilmente organici ad un’idea preconcetta, ad una linea politica (e non sono una merce in vendita). Quindi non mi sorprende l’attuale “scelgo ciò che mi pare” o “attacco ciò che non mi piace” nell’ambito di un singolo lavoro.

Non credo agli idoli e le mie convinzioni personali sulla storia dei due Regni, non sono subordinate ad alcun progetto sistemico che si proietti nell'attualità. L'ho già detto.

In quanto alla sua domanda sostanziale, Lei sa che la risposta è nel testo, ma se le fa piacere la ripeterò di seguito; “Il patto più o meno tacito con lo Stato e la ragnatela parassitaria tessuta per secoli attorno al latifondo, dai gabelloti, campieri e mezzadri, con la complicità del notabilato, e poi attorno alla commessa pubblica, con la complicità della borghesia mafiosa del Novecento, costituiranno una delle componenti dell’affermazione del potere mafioso, la cui violenta eredità immorale troverà il suo apice nel tentativo dell’ala stragista dei corleonesi, non più di trattare con lo Stato, bensì di imporgli la propria volontà.” Non cambio una virgola.

Gradisca i miei più cordiali Saluti

Giuseppe Di Bella

Anonimo 08 aprile 2010   11:12
L'utente ha risposto al commento anonimo del 08 aprile 2010. Visualizza »

Raramente ho letto articoli sicilianisti così monolitici.

Leggo una dopo l’altra delle argomentazioni che invero appaiono convincenti e spiegano, in parte, un aspetto alquanto misterioso della storia delle Sicilie, ovvero quell’ambiguo “Rex utriusque Sicilie” che ha arrovellato tanti studiosi, palesandosi essere un vero rompicapo.

Congrua la documentazione citata nella prima parte e curata la narrazione degli eventi.

Varia e più “politica” la seconda parte che ha il notevole pregio di unire punti lontani tra essi, dalla prammatica del 1792 alla costituzione del 1812 al latifondo allodiale, dallo sfruttamento dei feudi al fenomeno mafioso parassitario.

Brillante la parte sullo Statuto siciliano e le relative riflessioni, tra le quali colpisce quella sulla legittimazione dello stesso che promana da Casa Savoia!

Di Bella dimostra sostanzialmente ed in modo inattaccabile, che la Sicilia è ed è stata sempre uno Stato, una Nazione oltre che un Regno: non è poca cosa.

Così quando ho letto l’articolo mi aspettavo la “solita” alzata di scudi dei duosicilianisti e degli unionisti. Invece imprevedibilmente, si sono fatti avanti gli indipendentisti, che dall’articolo invero escono “sugli scudi” mi sia consentito il dire.

Ed è paradossale che un articolo che raggiunge il livello massimo di sostanziale e circostanziata legittimazione dell’indipendenza dell’Isola, con dati oggettivi alla mano, venga così aspramente attaccato (anche se da pochi lettori apparentemente separatisti che dovrebbero goderselo).

Ho letto l’intervento del prof. Costa che mi è parso anche lui titubante, salvo poi accettare le precisazioni di Di Bella e questo gli fa onore. Infine ho riletto l’articolo e non vi ho trovato altro che dati, riferimenti conclusioni rigorose e supportate.

Resto dunque estremamente sorpreso degli attacchi sorretti da opinioni "politiche" e personali su aspetti di poco o punto rilievo o preconcette.

A dirla tutta credo che Di Bella, non me ne voglia, abbia calcato la mano proprio in senso indipendentista, ma lo ha fatto con stile, senza scivolare nello slogan politico preconcetto e cercando tutti gli argomenti possibili. Rimproverargli spirito anti siciliano è il colmo, salvo che non si abbia dentro un furore di capziosità tale, da non vedere il 999 e ingigantire l’1.

Non si possono salvare sempre capra e cavoli e glissare sulle responsabilità dei baroni e notabili siciliani, o della maggior parte di essi, sarebbe un errore metodologico imperdonabile. Di Bella ha aperto l’armadio degli scheletri e inaspettatamente non sono usciti solo i Savoia, ma anche Re, Baroni, mafiosi, notabili, poveri cristi, inglesi, popoli, politici di ieri e di … domani.

Questa occasione è importante perché ci da il destro per comprendere quanto l’essere schierati su posizioni massimaliste, non ci faccia riconoscere neanche i nostri migliori alleati.

No se ne abbia a male dr. Di Bella, è la storia delle cose umane … mi consenta.

Cordiali saluti

Post 7.4.2010 ore 19,20

Ricordo anche a Lei che non ho affermato di essere indipendentista.

 

In ogni caso la "querelle" tra le varie posizioni non mi interessa. E' sempre il Di Bella che per farsi ragione mi ha assegnato una parte.

 

Vi sono peró due punti che sono importanti e che andrebbero chiarificati per tutti: le asserzioni di Di Bella sullo Statuto e quelle sulla mafia.

 

Di Bella potrebbe anche essere indipendentista: non mi interessa per niente. I nodi in questione sono oggettivamente fondamentali e si devono chiarire con ricerche storiche, non con la metafisica. Non capisco che relazione dovrebbe avere l'accertamento della legalitá dei pronunciamenti dell'Alta Corte e della illegalitá della sua abolizione con il fatto che uno é sicilianista, neoborbonico o unitarista.... Lo stesso dicasi per le origini della mafia, su cui tutti si allargano la bocca basandosi solo sul sentito dire.

 

AV

Anonimo 08 aprile 2010   11:02
L'utente ha risposto al commento anonimo del 08 aprile 2010. Visualizza »

Gentile Dott. Di Bella,

 

ripeto: Lei e' completamente fuori strada, e le sue citazioni lo dimostrano. Abbia il coraggio di esaminare meglio quello che dicono le sue fonti.

 

Il testo datato 1838 da Lei citato non parla affatto della mafia, ma di qualcosaltro... la parola "fratellanze" dovrebbe metterla sulla buona strada.

 

Per quanto riguarda la Sua certezza riguardo alla mia posizione "indipendenstista" (per inciso le ricordo che comunque non tutti quelli che possono essere in generale definiti "sicilianisti" sono indipendentisti), le faccio notare che queste "fratellanze" sono combattute da tutte le posizioni coinvolte nel discorso: da quasi tutti i vari gruppi sicilianisti, da tutti i gruppi neobornonici e da una grande maggioranza degli unitaritsti (inclusi tutti i cattolici) che vedono in queste fratellanze il principale ostacolo all'affrancamento dell'Italia dalle potenze straniere.

 

Se dico che la mafia e' nata 150 anni fa non sto implicitamente dando la responsabilita' ai Savoia anche perche' 150 anni fa oltre all'unita' d'Italia successe un'altra cosa: la Sicilia passo' interamente nelle mani delle cosidette "fratellanze", quelle invise ai cattolici ed a tutti gli altri.

 

Il discorso lo chiudo con questo ultimo commento. Deve essere Lei ad avere la voglia ed il coraggio di indagare meglio su questi fatti storici. D'altronde tutti i discorsi sulla "secolarita'" della mafia sono solo speculazioni. Interessanti per carita', ma che lo storico serio deve sempre trattare con le pinze soprattutto quando dietro queste speculazioni non si riesce a trovare lo straccio di una prova.

 

Ultima nota sulla scoperta della data dei "mafiosi della vicaria" di Rizzotto. Solo il fatto che lei non si ricordi la data della commedia e' indicativo. La "scoperta" dell'esistenza di questa "onorata" societa' era stata fatta dal questore di Palermo in quegli anni (un certo Gualtiero, se non erro). Prima di allora nessuno aveva mai sentito dire nulla su questa societa' segreta. Nella commedia i carcerati usano il termine "camorra" per indicare il crimine organizzato (che esisteva in Sicilia, in Francia, e in qualunue altra parte del mondo). Tutto questo ci dice una cosa sola: che la parola mafia era un neologismo (ed infatti come tale veniva registrata nei vocabolari siciliani del tempo...), malgrado il Pitre' faccia di tutto per dimostrare che in un micro-quartiere di Palermo il termine era in uso da prima il 1860 (Gia' allora molti sostenevano che la mafia aveva avuto origine in quell'anno.... Le ricordo che il Pitre' era un liberale, e che la sua posizione riguardo alle "fratellanze" non e' del tutto chiara). Queste considerazioni sull'origine della parola mafia mettono gia' tutto il costrutto sull'eta' della segreta orgnizzazione in una strana luce. E questi da me elencati per dare un esempio sono tutti dati certi. Non speculazioni.

 

Distinti saluti,

AV

Gentile Signore,

Non trovo elementi di novità nel suo ultimo commento, se non la reiterata volontà di ingigantire una piccola parte dell’articolo sulla quale Lei non concorda, ma della quale Lei stesso ammette la marginalità quando dice: “ … tutti i discorsi sulla "secolarita'" della mafia sono solo speculazioni”, e direi che se lo sono, lo sono da ogni parte si guardi il problema.

Lei inoltre capovolge la prospettiva e parla di un neologismo usato nel titolo della commedia, proprio subito dopo l’unità, e qualifica le Sette in un certo modo (senza dirlo), senza portar alcuna prova di ciò che fa intravedere.

Noto inoltre un’acredine, non corrisposta, nel dire “scoperta della data della commedia” perché avevo citato a memoria anni 80 dell’800, questo comprova, in tempi non sospetti, che nel mio pensiero il fenomeno viene “qualificato” come “mafia” tardivamente, più di quanto in effetti sia. Ciò non significa che non esistesse antecedentemente anche senza alcun nome preciso.

La relazione di Calà Ulloa è chiara e datata: parla di furti e delinquenza, di intermediari e funzionari corrotti, di popolo che subisce e che si rassegna a subire perché non ha alternative. A mio parere questa si chiama mafia, per Lei no, è un’altra cosa. E’ la sua rispettabile opinione.

Ciò non esclude, ma di questo argomento non ho mai trattato, la contemporanea esistenza di quei Circoli ”liberali” interni ed esterni, da Lei evocati, che hanno giocato un importante ruolo nelle vicende dell’Isola dall’inizio dell’800 in avanti.

Distinti Saluti

Anonimo 08 aprile 2010   08:20
L'utente ha risposto al commento anonimo del 08 aprile 2010. Visualizza »

Complimenti respinti. Nella migliore tradizione pirandelliana, era evidente che all’attacco suicida di un indipendentista, seguisse una presa di posizione artatamente in mio favore da parte dei fautori del Regno delle due Sicilie. Ma è una trappola psicologica troppo ingenua. Lei può fare sicuramente di meglio.

Mi spiace che insieme allo spirito equanime dell’articolo venga tradito il testo e la storia dell’Isola, da più parti piegata e deformata per compiacere un’idea romantica quanto inutile della storia.

Non sortirà alcun effetto il tentativo di aggiogarmi con le buone o con le cattive ad un carro ideologico di massimalismo miope e furioso che non va oltre il partito preso. A me interessa la storia non le storie. 

Senza rancore

Giuseppe Di Bella

Gentile Di Bella, spiace che Lei abbia respinto i complimenti, perchè oltre a Lei sono ben pochi a parlare di Risorgimento in chiave revisionista.
Probabilmente Lei ha voluto bilanciare, con questa sua "risposta", le accuse che le sono piombate addosso da quei separatisti "suicidi" che fino all'altro ieri la ritenevano il loro idolo...
Tant'è che, al contrario di questa volta, non si era mai lamentato troppo quando ne riceveva i complimenti...

Eppure il mio commento mi è sembrato cortese, gentile, non maleducato, a differenza di chi ha duramente attaccato la seconda parte dell'articolo, le creo così grossi problemi se commento la parte del pezzo che più mi interessa?

Se vuole rispondere in ogni caso alla domanda che le avevo posto o commentare quanto scritto in precendenza, mi farebbe enormemente piacere.

Cordialità

Anonimo 08 aprile 2010   07:17
L'utente ha risposto al commento anonimo del 08 aprile 2010. Visualizza »

Non intendo alzare il tono della polemica e non la seguo su questa strada del "mettendomi al suo livello" o del "siamo alla metafisica della mafia". Affermazioni personalizzate di questo genere, distraggono dal problema serio che affrontiamo.

Ritorniamo ai fatti e per dimostrarle che non siamo alla metafisica della mafia, ma che rimaniamo nella storia documentale, ritengo utile, per maggiore chiarezza, riprodurre un brano della relazione sullo stato della criminalità, del Magistrato di Trapani Pietro Calà Ulloa datato 3 agosto 1838:

“Non vi è impiegato in Sicilia che non sia prostrato al cenno di un prepotente e che non abbia pensato a tirar profitto dal suo Ufficio. Questa generale corruzione ha fatto ricorrere il popolo a rimedi oltremodo strani e pericolosi. Vi ha in molti paesi delle fratellanze, specie di sette che diconsi partiti, senza colore o scopo politico, senza riunione, senza altro legame che quello della dipendenza da un capo che qui è un possidente, là un arciprete.

Sono specie di piccoli Governi nel Governo. La mancanza di forza pubblica ha fatto moltiplicare il numero dei reati! Il popolo è venuto a tacita convenzione coi rei. Come accadono furti, escono i mediatori ad offrire transazione pel ricuperamento degli oggetti involati. Il numero di tali accordi è infinito.

Molti possidenti perciò han creduto meglio divenire oppressori che oppressi, e s’iscrivon nei partiti. Molti alti funzionari li coprivan di un’egida impenetrabile.”

Si noti che Calà Ulloa riferisce di un fenomeno diffuso e consolidato socialmente e non certo appena nascente.

Calà Ulloa non menziona la parola mafia, ma proviamo noi a riassumenre in un solo termine, oggi, il fenomeno descritto.

(Su questo e sul problema delle origini cfr G.C. Marino e V. Paliotti).

Cito testualmente G. C. Marino: “Con tutte le cautele di cui si sono indicate le ragioni, è sensato ricercare le premesse del fenomeno mafioso nei molti secoli durante i quali si riprodusse in Sicilia l’ordinamento feudale di cui sarebbe stato decretata la liquidazione soltanto nel 1812”.

Ma non sono solo queste le fonti documentalie bibliografiche che attestano l'esistenza in Sicilia di un fenomeno che oggi definiamo mafia. Certo i tempi ed i modi sono diversi: la società era diversa.

 

Come ho già detto in altro precedente articolo, l'unità d'Italia fu occasione per la camorra e la mafia di fare un'ulteriore mutazione. Così come la legge del 1950 costringerà la mafia a uscire dai latifondi e urbanizzarsi.

E' ingenuo pensare che l'unità d'Italia non abbia mutato i termini della questione. Ma è altrettanto ingenuo far coincidere la nascita del fenomeno con l'unità d'Italia.

(il testo teatrale  "I mafiusi di la vicaria" di Giuseppe Rizzotto, ho controllato, è del 1863!)

Infine, la datazione della nascita del fenomeno mafioso, o la valenza assoluta o relativa, pattizia o ottriata dello Statuto, ovvero il mio aver più o meno messo in evidenza questo particolare aspetto, non sono "cavalli su cui giocare tutta la posta". Intendo dire che il problema è la mafia, non le opinioni sulla sua nascita e l'esatta definizione di quel momento: non certo nella taverna di Mazara col patto tra Zi Pascà, Zampa di porco, Giacalone, Naso di cane e Jannone. Non certo nel 1799.

L'articolo delinea una parte credo interessante della genesi mafiosa: "il sub affitto usurante dei fondi come motore primo del fenomeno" questo è il punto centrale, non una datazione certa ma le circostanze oggettive che lo determinarono. Distinti Saluti

Giuseppe Di Bella

Gentile Dott. Di Bella,

 

ripeto: Lei e' completamente fuori strada, e le sue citazioni lo dimostrano. Abbia il coraggio di esaminare meglio quello che dicono le sue fonti.

 

Il testo datato 1838 da Lei citato non parla affatto della mafia, ma di qualcosaltro... la parola "fratellanze" dovrebbe metterla sulla buona strada.

 

Per quanto riguarda la Sua certezza riguardo alla mia posizione "indipendenstista" (per inciso le ricordo che comunque non tutti quelli che possono essere in generale definiti "sicilianisti" sono indipendentisti), le faccio notare che queste "fratellanze" sono combattute da tutte le posizioni coinvolte nel discorso: da quasi tutti i vari gruppi sicilianisti, da tutti i gruppi neobornonici e da una grande maggioranza degli unitaritsti (inclusi tutti i cattolici) che vedono in queste fratellanze il principale ostacolo all'affrancamento dell'Italia dalle potenze straniere.

 

Se dico che la mafia e' nata 150 anni fa non sto implicitamente dando la responsabilita' ai Savoia anche perche' 150 anni fa oltre all'unita' d'Italia successe un'altra cosa: la Sicilia passo' interamente nelle mani delle cosidette "fratellanze", quelle invise ai cattolici ed a tutti gli altri.

 

Il discorso lo chiudo con questo ultimo commento. Deve essere Lei ad avere la voglia ed il coraggio di indagare meglio su questi fatti storici. D'altronde tutti i discorsi sulla "secolarita'" della mafia sono solo speculazioni. Interessanti per carita', ma che lo storico serio deve sempre trattare con le pinze soprattutto quando dietro queste speculazioni non si riesce a trovare lo straccio di una prova.

 

Ultima nota sulla scoperta della data dei "mafiosi della vicaria" di Rizzotto. Solo il fatto che lei non si ricordi la data della commedia e' indicativo. La "scoperta" dell'esistenza di questa "onorata" societa' era stata fatta dal questore di Palermo in quegli anni (un certo Gualtiero, se non erro). Prima di allora nessuno aveva mai sentito dire nulla su questa societa' segreta. Nella commedia i carcerati usano il termine "camorra" per indicare il crimine organizzato (che esisteva in Sicilia, in Francia, e in qualunue altra parte del mondo). Tutto questo ci dice una cosa sola: che la parola mafia era un neologismo (ed infatti come tale veniva registrata nei vocabolari siciliani del tempo...), malgrado il Pitre' faccia di tutto per dimostrare che in un micro-quartiere di Palermo il termine era in uso da prima il 1860 (Gia' allora molti sostenevano che la mafia aveva avuto origine in quell'anno.... Le ricordo che il Pitre' era un liberale, e che la sua posizione riguardo alle "fratellanze" non e' del tutto chiara). Queste considerazioni sull'origine della parola mafia mettono gia' tutto il costrutto sull'eta' della segreta orgnizzazione in una strana luce. E questi da me elencati per dare un esempio sono tutti dati certi. Non speculazioni.

 

Distinti saluti,

AV

Anonimo 07 aprile 2010   22:19

Raramente ho letto articoli sicilianisti così monolitici.

Leggo una dopo l’altra delle argomentazioni che invero appaiono convincenti e spiegano, in parte, un aspetto alquanto misterioso della storia delle Sicilie, ovvero quell’ambiguo “Rex utriusque Sicilie” che ha arrovellato tanti studiosi, palesandosi essere un vero rompicapo.

Congrua la documentazione citata nella prima parte e curata la narrazione degli eventi.

Varia e più “politica” la seconda parte che ha il notevole pregio di unire punti lontani tra essi, dalla prammatica del 1792 alla costituzione del 1812 al latifondo allodiale, dallo sfruttamento dei feudi al fenomeno mafioso parassitario.

Brillante la parte sullo Statuto siciliano e le relative riflessioni, tra le quali colpisce quella sulla legittimazione dello stesso che promana da Casa Savoia!

Di Bella dimostra sostanzialmente ed in modo inattaccabile, che la Sicilia è ed è stata sempre uno Stato, una Nazione oltre che un Regno: non è poca cosa.

Così quando ho letto l’articolo mi aspettavo la “solita” alzata di scudi dei duosicilianisti e degli unionisti. Invece imprevedibilmente, si sono fatti avanti gli indipendentisti, che dall’articolo invero escono “sugli scudi” mi sia consentito il dire.

Ed è paradossale che un articolo che raggiunge il livello massimo di sostanziale e circostanziata legittimazione dell’indipendenza dell’Isola, con dati oggettivi alla mano, venga così aspramente attaccato (anche se da pochi lettori apparentemente separatisti che dovrebbero goderselo).

Ho letto l’intervento del prof. Costa che mi è parso anche lui titubante, salvo poi accettare le precisazioni di Di Bella e questo gli fa onore. Infine ho riletto l’articolo e non vi ho trovato altro che dati, riferimenti conclusioni rigorose e supportate.

Resto dunque estremamente sorpreso degli attacchi sorretti da opinioni "politiche" e personali su aspetti di poco o punto rilievo o preconcette.

A dirla tutta credo che Di Bella, non me ne voglia, abbia calcato la mano proprio in senso indipendentista, ma lo ha fatto con stile, senza scivolare nello slogan politico preconcetto e cercando tutti gli argomenti possibili. Rimproverargli spirito anti siciliano è il colmo, salvo che non si abbia dentro un furore di capziosità tale, da non vedere il 999 e ingigantire l’1.

Non si possono salvare sempre capra e cavoli e glissare sulle responsabilità dei baroni e notabili siciliani, o della maggior parte di essi, sarebbe un errore metodologico imperdonabile. Di Bella ha aperto l’armadio degli scheletri e inaspettatamente non sono usciti solo i Savoia, ma anche Re, Baroni, mafiosi, notabili, poveri cristi, inglesi, popoli, politici di ieri e di … domani.

Questa occasione è importante perché ci da il destro per comprendere quanto l’essere schierati su posizioni massimaliste, non ci faccia riconoscere neanche i nostri migliori alleati.

No se ne abbia a male dr. Di Bella, è la storia delle cose umane … mi consenta.

Cordiali saluti

Post 7.4.2010 ore 19,20

Anonimo 07 aprile 2010   21:53
L'utente ha risposto al commento anonimo del 07 aprile 2010. Visualizza »

Complimenti al Dott.di Bella per questo articolo, la verità storica inizia a propagarsi a macchia d'olio.

 

Nella prima parte dell'articolo viene scritto che i Borbone lasciarono alla Sicilia, dopo il 1816 le sue "prerogative autonomistiche", chiaramente tranne il Parlamento e la Costituzione per i motivi che sono ben spiegati, nella seconda parte dell'articolo.

 

Ma dopo il 1816 partì la lunga operazione di amalgama tra Napoli e Sicilia (lunga perchè i mezzi di comunicazione dell'epoca non permettevano velocità paragonabili ad esempio al passaggio dalla lira a l'euro)

 

Voglio aggiungere che la dogana esistente a Messina, non era prettamente dedicata alle merci da o verso Napoli, ma a tutte le merci da o verso i paesi esteri. A quei tempi la nostra Isola e tutto il Regno era crocevia di traffici internazionali.

E' importante sottolineare però che non era imposto alcun dazio alle merci che venivano scambiate tra le due sponde del Regno delle Due Sicilie.

Chiaramente veniva esclusa la merce estera depositata presso la dogana di Napoli che aveva come destinazione la Sicilia e viceversa veniva esclusa la merce estera depositata presso la dogana di Messina, destinata a Napoli.

L'unico dazio realmente esistente era quello sul vino siciliano che veniva venduto a Napoli (7 ducati e 20 grana per ogni botte)

Bisogna anche dire che i Borbone concessero a Messina un Porto Franco, ovvero una zona esente da tasse e dazi doganali sui beni di consumo destinati alla città dello Stretto.

Anche gli altri centri marittimi siciliani, erano dotati di dogane (denominate di 1°, 2° e 3° classe)

 

Fino al 1282 Napoli e Sicilia avevano gli stessi pesi e misure.

Con la legge del 6 aprile del 1840 viene fatto un primo passo per l'uniformazione dei nomi dei pesi e delle misure di Napoli e Sicilia: vedi tabella con i nuovi valori validi in tutto il Regno:

http://books.google.it/books?id=b_QHAAAAQAAJ&pg=PA457&img=1&zoom=3&hl=it&sig=ACfU3U2Oxulz7qnelg60uk2UbeQSUGL0oQ&ci=91%2C216%2C784%2C622&edge=0

Ma cosa più importante, furono uniformati i ben 7 valori di "palmi" che venivano usati in Sicilia:

 

Nel 1817, la direzione dei lavori pubblici che prima in Sicilia era gestita da un corpo regionale, fu aggregata alla "Direzione generale Ponti e Strade".

 

Chiudo con una domanda a Lei rivolta, oggi quei baroni siciliani che fecero di tutto per impedire una vera riunificazione del Regno(seppure per motivi di potere personale) esistono (pur sotto un'altra veste) ancora?

Complimenti respinti. Nella migliore tradizione pirandelliana, era evidente che all’attacco suicida di un indipendentista, seguisse una presa di posizione artatamente in mio favore da parte dei fautori del Regno delle due Sicilie. Ma è una trappola psicologica troppo ingenua. Lei può fare sicuramente di meglio.

Mi spiace che insieme allo spirito equanime dell’articolo venga tradito il testo e la storia dell’Isola, da più parti piegata e deformata per compiacere un’idea romantica quanto inutile della storia.

Non sortirà alcun effetto il tentativo di aggiogarmi con le buone o con le cattive ad un carro ideologico di massimalismo miope e furioso che non va oltre il partito preso. A me interessa la storia non le storie. 

Senza rancore

Giuseppe Di Bella

Anonimo 07 aprile 2010   19:46

Complimenti al Dott.di Bella per questo articolo, la verità storica inizia a propagarsi a macchia d'olio.

 

Nella prima parte dell'articolo viene scritto che i Borbone lasciarono alla Sicilia, dopo il 1816 le sue "prerogative autonomistiche", chiaramente tranne il Parlamento e la Costituzione per i motivi che sono ben spiegati, nella seconda parte dell'articolo.

 

Ma dopo il 1816 partì la lunga operazione di amalgama tra Napoli e Sicilia (lunga perchè i mezzi di comunicazione dell'epoca non permettevano velocità paragonabili ad esempio al passaggio dalla lira a l'euro)

 

Voglio aggiungere che la dogana esistente a Messina, non era prettamente dedicata alle merci da o verso Napoli, ma a tutte le merci da o verso i paesi esteri. A quei tempi la nostra Isola e tutto il Regno era crocevia di traffici internazionali.

E' importante sottolineare però che non era imposto alcun dazio alle merci che venivano scambiate tra le due sponde del Regno delle Due Sicilie.

Chiaramente veniva esclusa la merce estera depositata presso la dogana di Napoli che aveva come destinazione la Sicilia e viceversa veniva esclusa la merce estera depositata presso la dogana di Messina, destinata a Napoli.

L'unico dazio realmente esistente era quello sul vino siciliano che veniva venduto a Napoli (7 ducati e 20 grana per ogni botte)

Bisogna anche dire che i Borbone concessero a Messina un Porto Franco, ovvero una zona esente da tasse e dazi doganali sui beni di consumo destinati alla città dello Stretto.

Anche gli altri centri marittimi siciliani, erano dotati di dogane (denominate di 1°, 2° e 3° classe)

 

Fino al 1282 Napoli e Sicilia avevano gli stessi pesi e misure.

Con la legge del 6 aprile del 1840 viene fatto un primo passo per l'uniformazione dei nomi dei pesi e delle misure di Napoli e Sicilia: vedi tabella con i nuovi valori validi in tutto il Regno:

http://books.google.it/books?id=b_QHAAAAQAAJ&pg=PA457&img=1&zoom=3&hl=it&sig=ACfU3U2Oxulz7qnelg60uk2UbeQSUGL0oQ&ci=91%2C216%2C784%2C622&edge=0

Ma cosa più importante, furono uniformati i ben 7 valori di "palmi" che venivano usati in Sicilia:

 

Nel 1817, la direzione dei lavori pubblici che prima in Sicilia era gestita da un corpo regionale, fu aggregata alla "Direzione generale Ponti e Strade".

 

Chiudo con una domanda a Lei rivolta, oggi quei baroni siciliani che fecero di tutto per impedire una vera riunificazione del Regno(seppure per motivi di potere personale) esistono (pur sotto un'altra veste) ancora?

Anonimo 07 aprile 2010   18:39
L'utente ha risposto al commento anonimo del 07 aprile 2010. Visualizza »

    Non è la prima volta che mi trovo a non condividere alcune posizioni del signor Di Bella

  e trovo stimolante che altri lettori con notevole capacità lo fanno notare.    

Perché lei non si sentiva di farlo in proprio?

Anonimo 07 aprile 2010   18:38
L'utente ha risposto al commento anonimo del 07 aprile 2010. Visualizza »

Egr. dott. Di Bella,

Lei sostiene che i Savoia "non fecero nulla di sostanziale, o non riuscirono a far nulla, perchè preferirono lasciare immutati alcuni equilibri, lo si è detto, lasciando il latifondo al Sud e l'industria al Nord...".

 

In realtà credo, invece, che i Savoia, o meglio, i governi savoiardi del nuovo  stato italiano, portarono a termine operazioni particolarmente devastanti  per l'economia della Sicilia.

Ed è proprio Silvio Milazzo a descrivere ciò che successe in quel periodo, in un libro-intervisata di F. Chilanti, sfatando una sequela di luoghi comuni, che ancotra oggi sono duri a morire : 

 

— Ora vedrà la Sicilia — disse — la verità della Sicilia e le verrà da piangere. Credo che suo padre piangerebbe vedendo le cose nostre.

Attraversammo Misilmeri, la piana di Vicari, e là Milazzo narrò la storia dell'acquedotto costruito con­tro la volontà della mafia e l'uccisione del suo gio­vane autista Arturo Rotolo; eravamo sulla strada di Corleone; prendemmo il bivio per Caltanissetta, sulla sinistra ed ecco davanti ai nostri occhi il pae­saggio spoglio, deserto, angoscioso del feudo.

Un mese prima avevo percorso quella stessa strada insieme con un giornalista inglese sceso in Sicilia per la campagna elettorale: e quello stesso paesaggio era verde, bagnato dalle recenti piogge e cosi bello e confortevole all'apparenza che l'inglese aveva detto:

« Ma questa è la Scozia ! Ma la Sicilia, all' in­terno è come la Scozia, ricca di pascoli ! »

Quell'inglese non sapeva che il manto verde era miseria e che anche il grano, il granoturco, ogni altra coltura era cosi povera da apparire non più sviluppata dell'erba dei pascoli. E dopo qualche settimana ecco tutto bruciato: non più una chiazza verde a perdita d'occhio : stoppie, grano giallo rado e basso, piegato dal vento, ed anche l'erba dei pascoli naturali, i cespugli, tutto riarso. I campi neri, enormi chiazze d'inchiostro di seppia nella sconfinata diste­sa gialla, erano quelli del legume siciliano, il più povero fra tutti, che laggiù chiamano «favetta».

— Questo paesaggio desolato non cambia mai dissi.

— Eppure, un tempo, era diverso. Prima del 1866. Prima dei baroni del regno. La causa di questa miseria immensa è scritta nella storia, proprio là, a quella data. E quasi tutte le grandi miserie della Sicilia, quasi tutti i problemi della nostra Isola hanno radici in quel tempo, in quegli avvenimenti.

E Silvio Milazzo cominciò a parlarmi della rifor­ma agraria e dei baroni siciliani.

— La nostra legge della riforma agraria — cominciò — ha nove anni d'età. Non abbiamo fatto abbastanza. Abbiamo dovuto ripulire anche l'Ente di riforma infestato dalla corruzione e da infiltrazioni mafiose: lo abbiamo fatto. Andremo avanti più spe­ditamente se i signori di Roma ci lasceranno am­ministrare in pace e liberamente la nostra terra. Se non continueranno ad imporre alla Sicilia funzionari, dirigenti, capi politici corrotti incapaci e prepotenti. Ma in nove anni non si poteva risalire l'intero corso d'un processo di decomposizione che dura da quasi un secolo, né si poteva in cosi breve tempo costruire una economia agricola nuova, moderna, sulle fondamenta tarlate di una cosi catastrofica eredità. E non è colpa nostra, non dei siciliani e del­l'autonomia. Le colpe bisogna cercarle a Roma.

« La riforma agraria è fra tutti gli atti di governo, nel mondo moderno, l'atto più solenne e grave. Nella storia sta scritto che i regimi di libertà hanno avuto successo o sono crollati a seconda del modo come sono state applicate o violate le norme della riforma agraria.

«Questo è un passo obbligato della storia moder­na dei popoli.

« Ma per interpretare in modo giusto le cose di Si­cilia bisogna tenere presente come s'è formata la nostra classe agraria, che era poi la classe politica dirigente...

— E lo è stata a lungo, e forse, in parte, lo è an­cora — ho osservato.

Non lo è più, oggi. Non lo sarà mai più nell'av­venire, anche perché di essa restano soltanto dei frantumi. Ma per comprendere tutto il male derivato alla Sicilia dall'avvento al potere della classe agraria del 1866 bisogna anche conoscere e riconoscere che prima non tutto era cattivo. Nelle inchieste gover­native o parlamentari ormai famose, come quella Sonnino-Franchetti, molte cose vere furono dette sulla Sicilia ma nessuna attenzione fu dedicata agli ordinamenti ed alle condizioni antecedenti.

Molte opere progettate o in corso di attuazione furono interrotte o abbandonate dopo la caduta del regno delle due Sicilie; nulla fu rilevato sui progressi della terra e degli uomini. Fu quello sfruttamento che isterilì il suolo ed avvilì gli uomini.

« Ma non è vero che i siciliani non sapessero bene coltivare le loro terre: vero è invece che una calun­nia ripetuta molte volte finisce per diventare una ve­rità. La verità è però che in Sicilia, prima dell'unità, l'agricoltura prosperava e con essa prosperavano la silvicoltura, la pastorizia e le industrie derivate, la casearia, la setiera, la cotoniera eccetera. E quella era buona industria, non artificiosa e protetta da barriere doganali.

« L'antica agricoltura siciliana serbava estesi boschi, che prestano meravigliosi servizi alle valli sottostanti ed alle coltivazioni: i boschi assicurano la buona distribuzione delle precipitazioni idriche, regolano gli scorrimenti delle acque, mitigano il clima, favo­riscono il formarsi delle sorgenti. Ed era buona agri­coltura anche quella fondata su estesi pascoli, e sugli avvicendamenti dai prolungati riposi, seguiti da pro­fonde arature, sia pure con l'aratro a chiodo ma tirato da validi buoi. Un sistema di coltivazione come que­sto, va giudicato, logicamente, al lume della popo­lazione di quel tempo e della mancanza dei fertiliz­zanti chimici. Ma nell'insieme, ed i siciliani debbono affermarlo con orgoglio, la nostra campagna fu bene coltivata fino al primo trentennio del nuovo regno.

« Eccellente era la viticultura, fino alla tragedia della filossera, molto estesa la olivicultura che si era formata senza gli allettamenti dei premi governativi, ma sorta razionalmente, tra i filari dei vigneti in declino; e gloriosa fu l'agrumicoltura. A quel tempo noi esportavamo in America e nella grande Russia; le navi siciliane cariche di arance e di limoni face­vano la spola fra Catania ed Odessa. E fin da allora si attuò la selezione delle arance suscettibili di viaggi oltremare ed oltreoceano e serbevoli per la durata di quaranta giorni. La cerealicoltura di quel tempo sia pure con le rotazioni di riposo per pascolo d'erbe sane, riposo per pascolo di mezze erbe fino a febbraio, seguito da arature profonde (maggese liscio) grano al terzo anno e cereali minori al quarto manteneva un equilibrio, assicurava una compen­sazione alla terra.

Dopo non più. Dopo, ed oggi an­cora, sono invalsi i sistemi di emungitura rapace e di scompenso.

« Ma quella nostra agricoltura antica consenti uno sviluppo zootecnico che diede alla Sicilia un primato fra i paesi mediterranei, primato che è stato poi perduto.

« E sia detto ad onore della verità che la condu­zione dei beni appartenenti alla Chiesa fu talvolta mirabile e ciò è provato dai resti di ampi caseggiati, di palmenti ed oleifici, di cantine, distillerie, e persino di impianti d'irrigazione con le condotte forza­te in terracotta.

« Fummo grandi in agricoltura allora, come lo eravamo stati nell'epoca araba, in quella normanna ed in tutti i periodi storici, quando non praticammo agricoltura di rapina e rispettammo la terra, nu­trendola con abbondante letame, consentendole l'a­zione vivificatrice del sole e la necessaria nitrificazione. Fummo grandi quando sapemmo essere veri agricoltori e non già costretti a praticare inesorabili sfruttamenti nella necessaria avidità di recuperare ciò che ci si è venuto togliendo con esose tasse ed incredibili tributi.

(Tutte queste interessanti cose Milazzo ci diceva mentre attraversavamo il feudo bruciato, nel cuore della Sicilia, là dove il paesaggio stesso reca i segni inconfondibili della dominazione dei "baroni fa­sulli ". E ci serviamo largamente, per ricostruire con esattezza il suo pensiero, dei discorsi pronunciati da Milazzo all'Assemblea regionale durante il dibattito sulla riforma agraria.)

— L'agricoltura siciliana — afferma Milazzo — vede i propri periodi di decadimento quando nella sua storia entra il nome di Roma ; decadimento che coin­cide col periodo in cui le vessazioni di verrina me­moria portarono la nostra terra al tristo rango di granaio di Roma; e col periodo italiano quando le vessazioni iniziatesi col 1860 non lasciarono " occhi per piangere " all'agricoltore siciliano.

« Plinio biasimò il latifondo non per la sua esten­sione ma come sistema di economia estensiva fon­data su una coltura di prelevamenti senza rimborso, di sfruttamento senza rifacimento, di isterilimento senza fertilizzazione. Ed a distanza di cosi tanto tempo, ecco, guardiamoci attorno: pochi gli uomini, poco il bestiame, fiacchezza di iniziative, carenza di capitali, magri utili e scarse mercedi!

Ed alla terra nulla si deve chiedere senza prima aver dato.

« I baroni del '66 intrapresero la conduzione dei fondi con spirito di rapina. E già la Sicilia era stata impoverita da Garibaldi che potè versare alla causa unitaria ben 150 milioni-oro trovati a Palermo. Un secondo contributo di valore incalcolabile venne dato dai siciliani a quella causa: i 190 mila ettari di terra appartenenti alla manomorta ed incamerati dal regio governo. Trattandosi di terra, di pezzi della nostra isola, non fu possibile portarli altrove e qui sono rimasti.

« Chi erano i compratori ? Erano persone speciali, avide, che si presentavano alle aste affrontando la scomunica della Chiesa. Gente non comune insom­ma. A quelle aste si presentavano pochi concorrenti e gli affari si concludevano in fretta. Così si formò la classe agraria del 1866, una classe ingorda, improv­visata, sorta da una sfacciata ruberia.

«E questi nuovi proprietari, quasi tutti assurti a rango nobiliare per decreto reale, anziché tentare un razionale sfruttamento del suolo per dare lavoro e pane all'accresciuta popolazione, preferirono godersi ciò che la terra dava spontaneamente o quasi. E di­vennero la classe politica dirigente, fiduciaria del regio governo che si servi proprio di essa per sgo­vernare la Sicilia.

«Tutto il malcostume politico ed elettorale che insozzò la nostra isola, che vide fianco a fianco il deputato e l'uomo di malavita, scaturì da quella clas­se agraria. La quale poi divenne, subito dopo aver affondato i suoi artigli nella terra, promotrice del più bieco conservatorismo; un conservatorismo fa­natico, da iniziati. Alimentò la reazioni sanguinosa contro i moti della fame dello stesso anno 1866 e contro i successivi del 1896 e del 1903. Ovunque fu sparso sangue di affamati sul latifondo di Sicilia, là vi è l'impronta della nuova classe agraria. . .


E quei nuovi gentiluomini si stracciarono le vesti quando videro attuarsi qualche spezzettamento di latifondo demaniale, impregiudizievole per loro, ma solo perché diminuiva la massa dei disoccupati permanenti dalla quale traevano lavoratori a prezzi di fame. Centesimi 40 a giornata ed una cotta di fave.

« E non fu questa stessa classe antisociale che creò le squadre armate di fascistica memoria nel 1922? E favori i passaggi agli archivi delle proposte di legge sul latifondo, ed ottenne che buone leggi come quella Bertini venissero definitivamente sepolte. Per­ché aveva insozzato la classe politica dirigente ed aveva trovato a Roma, nel potere centrale, un valido quanto ottuso alleato.

« Ed è vero che quando si tenta di colpire questa classe essa si vendica. Oggi le sue possibilità sem­brano attenuate, ma non sono state liquidate inte­ramente. Ed i governi regionali ne hanno fatto larga esperienza. (E sanguinosa ed eroica è stata l'esperienza dei sindacati, dei partiti popolari, negli anni del dopoguerra. N.d.A.)

«Che cosa poteva dare questa classe di nuovi baroni e falsi borghesi, se non la cultura latifondistica, a scarso rendimento, a scarso reddito, col più scarso assorbimento di mano d'opera, scarsi o nulli investimenti fondiari, e nessun insediamento di popo­lazione coltivatrice sulla terra?

« Erano ricchi di terra, i baroni del '66; di terra e di boria e di avidità; ma i loro feudi erano privi di denaro: ed ecco il fenomeno siciliano della ricchezza squattrinata, che s'è poi generalizzato, è diventate costume, ha raggiunto le città, perché le cose ed i sistemi perversi si diffondono e si perpetuano.

« Per acquistare il terreno i siciliani buoni e cattivi (nella massa c'era anche qualche persona rispettabile e bene intenzionata) avevano speso tutto il loro de­naro; e quelle lire oro presero anch'esse la direzione dell'ago magnetico ed in Sicilia non tornarono ma: più. Fu un avvenimento assai più grave di una disfatta militare o di una caduta sotto la tirannide In quell'astuta operazione di rapina finanziaria si deve individuare il punto di partenza, non tanto de. generale malessere che intristì il Mezzogiorno d'Italia dal 1860 in poi, quanto del particolare disagio, dello stato di cachessia che ha fin'oggi carat­terizzato l'agricoltura siciliana ed il livello di vita di tutte le classi agricole, dal proprietario al bracciante giornaliero.

«La Sicilia, dal 1860 in poi, ha avuto la vita dei dissanguati. I nostri contadini chiamano il denaro "sangue della terra". Potrebbe sembrare ironico mi è pura verità la constatazione che un paio di ondate inflazionistiche hanno agito nell'economia siciliani come una ipodermoclisi nel sistema circolatorio de! dissanguato. Una vera e propria trasfusione di san­gue non ci è mai stata offerta. Bisogna che ci rinsanguiamo da noi stessi! Il credito non soccorse mai terra ma la strozzò sempre. Ma chi ricorse allora al credito, tramutato in usura per la rarefazione della moneta, non, solo non raccolse benefici dalle opere, ma, oppresso dagli esosi tassi usurari, dovette conse­gnare opere e terra all'ingordo, inasprito creditore. Le banche stesse ed anche il Banco di Sicilia, istituto fondato dai Borboni a vantaggio dell'agricoltura, restrinsero il credito alla proprietà fondiaria fino a garantirsi per un valore triplo dell'esborso, calco­lando la garanzia sul valore della sola, nuda terra.

« E questo imperio dell'usura impedì e paralizzò il rinnovarsi della classe agraria e lo ridusse ad uno stentato impiego di denaro con garanzia di possesso reale, quando i trapassi di proprietà non avvennero addirittura dal debitore al mutuante, con la pura e semplice estinzione del debito.

« In questa spaventosa miseria, di cui il fardello più duro e più pesante è portato da chi nulla pos­siede, si può pensare che il lavoro dei campi, remu­nerato a bassi salari, abbia potuto consentire alle braccia umane le tesaurizzazioni del lavoro median­te il risparmio? Anche per questa ragione il lati­fondo rimase granitico mostro inattaccabile ad ali­mentare la stolta vanteria di chi lo possedeva.

« Sciagura estrema di terra arida e priva di umori, che doveva restare priva dell'umore vitale: il capitale per trasformare e gestire. Tragedia di popolo che ha ansia di fare, di realizzare, ma privo di ciò che è indispensabile ad ogni impresa.

« Ed oggi, soltanto oggi, affrancati dai concetti di un falso idealismo nazionalistico, e da una falsa concezione di unità assolutistica, propinataci attraverso i libri delle scuole elementari per cui crescem­mo, per un novantennio, quali merli accecati de. grande paretaio, noi ci avvediamo da dove trae ori­gine la sequela dei nostri mali. Se le terre della ma­nomorta fossero state distribuite ai contadini, nel 1862, la Sicilia mostrerebbe oggi un volto assai di­verso, sia per l'influenza diretta della distribuzione sulla economia agraria e sociale, sia pure per la in­fluenza indiretta. Il capitale liquido dei risparmiatori siciliani non sarebbe emigrato al nord, avrebbe favo­rito trapassi di proprietà, miglioramenti fondiari e consentito salari più elevati e l'immissione di nuove energie tratte dalle classi lavoratrici nella classe agraria. E se quei risparmi fossero rimasti qui, a circolare nell'Isola, avrebbero cercato anche altri investimenti, nel commercio e nelle industrie.


Queste erano le parole ed i pensieri di Silvio Milazzo mentre insieme attraversavamo in automobile il deserto del feudo siciliano che egli chiama " l'acrocoro argilloso ".

Non vi una riga in questo bel testo che vada contro le mie affermazioni contenute in questo o in altri articoli: anzi vi è la conferma piena di quanto da me sostenuto e dell'esistenza di quel patto tra notabilato e Stato italiano che ritardò di un secolo la riforma agraria.

G. Di Bella

Anonimo 07 aprile 2010   18:08
L'utente ha risposto al commento anonimo del 07 aprile 2010. Visualizza »

Egregio prof. Costa,

A mio avviso, l'alleanza tra i tiranni esterni ed i baroni siciliani non si può cogliere perchè non vi è stata: quella delineata è una lotta di potere tra baroni  e potenze esterne, come la Corona napoletana veniva intesa, che a tratti è stata composta politicamente, come si bilanciano due forze e due pesi, come lo sarà tra lo Stato savoiardo e la Sicilia, come lo sarà tutte le volte che gli esterni hanno infine rinunciato a governare l'Isola lasciandola ai proconsoli. 

L'assenza dello Stato è duplice:  in senso proprio quale mancanza di uno Stato siciliano ed in senso ampio come mancanza perfino dello Stato c.d. "esterno" alla sicilia.

I fenomeni  non si evidenziano per minoranza ma per maggioranza e specificità. E per tanto l'esistenza tra 600 baroni di una minoranza equilibrata, o l'esistenza tra i separatisti di menti illuminate, non ha prodotto i risultati ottimali ma quelli di basso profilo che conosciamo e che abbiamo sotto gli occhi.

Impossibile ed inutile ipotizzare cosa sarebbe accaduto se ... fatto sta che la mafia si infiltrò nei Fasci siciliani, nelle cooperative, nel fascismo, nel  separatismo del 1943, del 1946 ... e quel che resta è l'attuale situazione.

Non si tratta di lettura manichea quanto di realismo e non ho mai rappresentato i tiranni esterni come salvatori della Patria, ma la prammatica del 1792 è scritta e inapplicata e su questo non ci sono dubbi.

Lei cita Rossi e Canepa e Ruggero Settimo e dice non è colpa loro essere stati minoritari: è vero, ma la storia non la fanno le minoranze.

Allora cosa rimane sul fondo del bicchiere? Che la maggioranza è quella che ha portato le cose allo stato attuale? Paradossale. Direi invece che il popolo è stato ingannato e lo è ancora, oltre che tenuto nel pugno di nuovi baroni dalle sue stesse necessità.

Tante volte abbiamo ripetuto che la lezione della storia serve a non ripetere gli errori del passato: in questo caso l'articolo serve a riflettere sul fatto che l'anelito di indipendenza ed autonomia non deve offuscare la mente e gli occhi di chi sinceramente non pensa a Stati e Regioni, quanto alle necessità dei popoli ed al modo migliore di governarli. Serve forse a riflettere per non consegnare ancora una volta questa istanza nelle mani sbagliate.

Grazie per il suo intervento sempre interessante

Giuseppe Di Bella

Grazie a Lei per le sue puntualizzazioni.

M.C.

Anonimo 07 aprile 2010   17:55

    Non è la prima volta che mi trovo a non condividere alcune posizioni del signor Di Bella

  e trovo stimolante che altri lettori con notevole capacità lo fanno notare.    

Anonimo 07 aprile 2010   17:44
L'utente ha risposto al commento anonimo del 07 aprile 2010. Visualizza »

Nel precedente intervento, rilegga, Lei ha affermato che "la mafia esiste da 150 anni, e sarebbe semplicissimo provarlo" sono parole sue, e guarda caso 150 anni fa sbarcava Garibaldi e contemporaneamente nasceva all'improvviso la mafia. Se lei lo pensa, non abbia timore di affermarlo.

Tutto questo serve ad attribuire la responsabilità della nascita del fenomeno allo Stato savoiardo: ma non cambia la storia e non mutano i personaggi che aiutarono Garibaldi a "conquistare" l'Isola.

Lei ben comprende che ciò non è sostenibile storicamente. Quel che è vero è che i Savoia non fecero nulla di sostanziale, o non riuscirono a far nulla, perchè preferirono lasciare immutati alcuni equilibri, lo si è detto, lasciando il latifondo al Sud e l'industria al Nord. Questo è il patto "tacito" della "mafia di Stato" dall'unità a Giolitti, che neanche il fascismo riuscì a sradicare. La legge di riforma agraria siciliana è del 1950 e porta il nome di Silvio Milazzo.

Non mi pare di dover aggiungere altro a quanto espresso nell'articolo e nelle ulteriori chiose.

Giuseppe Di Bella

Egr. dott. Di Bella,

Lei sostiene che i Savoia "non fecero nulla di sostanziale, o non riuscirono a far nulla, perchè preferirono lasciare immutati alcuni equilibri, lo si è detto, lasciando il latifondo al Sud e l'industria al Nord...".

 

In realtà credo, invece, che i Savoia, o meglio, i governi savoiardi del nuovo  stato italiano, portarono a termine operazioni particolarmente devastanti  per l'economia della Sicilia.

Ed è proprio Silvio Milazzo a descrivere ciò che successe in quel periodo, in un libro-intervisata di F. Chilanti, sfatando una sequela di luoghi comuni, che ancotra oggi sono duri a morire : 

 

— Ora vedrà la Sicilia — disse — la verità della Sicilia e le verrà da piangere. Credo che suo padre piangerebbe vedendo le cose nostre.

Attraversammo Misilmeri, la piana di Vicari, e là Milazzo narrò la storia dell'acquedotto costruito con­tro la volontà della mafia e l'uccisione del suo gio­vane autista Arturo Rotolo; eravamo sulla strada di Corleone; prendemmo il bivio per Caltanissetta, sulla sinistra ed ecco davanti ai nostri occhi il pae­saggio spoglio, deserto, angoscioso del feudo.

Un mese prima avevo percorso quella stessa strada insieme con un giornalista inglese sceso in Sicilia per la campagna elettorale: e quello stesso paesaggio era verde, bagnato dalle recenti piogge e cosi bello e confortevole all'apparenza che l'inglese aveva detto:

« Ma questa è la Scozia ! Ma la Sicilia, all' in­terno è come la Scozia, ricca di pascoli ! »

Quell'inglese non sapeva che il manto verde era miseria e che anche il grano, il granoturco, ogni altra coltura era cosi povera da apparire non più sviluppata dell'erba dei pascoli. E dopo qualche settimana ecco tutto bruciato: non più una chiazza verde a perdita d'occhio : stoppie, grano giallo rado e basso, piegato dal vento, ed anche l'erba dei pascoli naturali, i cespugli, tutto riarso. I campi neri, enormi chiazze d'inchiostro di seppia nella sconfinata diste­sa gialla, erano quelli del legume siciliano, il più povero fra tutti, che laggiù chiamano «favetta».

— Questo paesaggio desolato non cambia mai dissi.

— Eppure, un tempo, era diverso. Prima del 1866. Prima dei baroni del regno. La causa di questa miseria immensa è scritta nella storia, proprio là, a quella data. E quasi tutte le grandi miserie della Sicilia, quasi tutti i problemi della nostra Isola hanno radici in quel tempo, in quegli avvenimenti.

E Silvio Milazzo cominciò a parlarmi della rifor­ma agraria e dei baroni siciliani.

— La nostra legge della riforma agraria — cominciò — ha nove anni d'età. Non abbiamo fatto abbastanza. Abbiamo dovuto ripulire anche l'Ente di riforma infestato dalla corruzione e da infiltrazioni mafiose: lo abbiamo fatto. Andremo avanti più spe­ditamente se i signori di Roma ci lasceranno am­ministrare in pace e liberamente la nostra terra. Se non continueranno ad imporre alla Sicilia funzionari, dirigenti, capi politici corrotti incapaci e prepotenti. Ma in nove anni non si poteva risalire l'intero corso d'un processo di decomposizione che dura da quasi un secolo, né si poteva in cosi breve tempo costruire una economia agricola nuova, moderna, sulle fondamenta tarlate di una cosi catastrofica eredità. E non è colpa nostra, non dei siciliani e del­l'autonomia. Le colpe bisogna cercarle a Roma.

« La riforma agraria è fra tutti gli atti di governo, nel mondo moderno, l'atto più solenne e grave. Nella storia sta scritto che i regimi di libertà hanno avuto successo o sono crollati a seconda del modo come sono state applicate o violate le norme della riforma agraria.

«Questo è un passo obbligato della storia moder­na dei popoli.

« Ma per interpretare in modo giusto le cose di Si­cilia bisogna tenere presente come s'è formata la nostra classe agraria, che era poi la classe politica dirigente...

— E lo è stata a lungo, e forse, in parte, lo è an­cora — ho osservato.

Non lo è più, oggi. Non lo sarà mai più nell'av­venire, anche perché di essa restano soltanto dei frantumi. Ma per comprendere tutto il male derivato alla Sicilia dall'avvento al potere della classe agraria del 1866 bisogna anche conoscere e riconoscere che prima non tutto era cattivo. Nelle inchieste gover­native o parlamentari ormai famose, come quella Sonnino-Franchetti, molte cose vere furono dette sulla Sicilia ma nessuna attenzione fu dedicata agli ordinamenti ed alle condizioni antecedenti.

Molte opere progettate o in corso di attuazione furono interrotte o abbandonate dopo la caduta del regno delle due Sicilie; nulla fu rilevato sui progressi della terra e degli uomini. Fu quello sfruttamento che isterilì il suolo ed avvilì gli uomini.

« Ma non è vero che i siciliani non sapessero bene coltivare le loro terre: vero è invece che una calun­nia ripetuta molte volte finisce per diventare una ve­rità. La verità è però che in Sicilia, prima dell'unità, l'agricoltura prosperava e con essa prosperavano la silvicoltura, la pastorizia e le industrie derivate, la casearia, la setiera, la cotoniera eccetera. E quella era buona industria, non artificiosa e protetta da barriere doganali.

« L'antica agricoltura siciliana serbava estesi boschi, che prestano meravigliosi servizi alle valli sottostanti ed alle coltivazioni: i boschi assicurano la buona distribuzione delle precipitazioni idriche, regolano gli scorrimenti delle acque, mitigano il clima, favo­riscono il formarsi delle sorgenti. Ed era buona agri­coltura anche quella fondata su estesi pascoli, e sugli avvicendamenti dai prolungati riposi, seguiti da pro­fonde arature, sia pure con l'aratro a chiodo ma tirato da validi buoi. Un sistema di coltivazione come que­sto, va giudicato, logicamente, al lume della popo­lazione di quel tempo e della mancanza dei fertiliz­zanti chimici. Ma nell'insieme, ed i siciliani debbono affermarlo con orgoglio, la nostra campagna fu bene coltivata fino al primo trentennio del nuovo regno.

« Eccellente era la viticultura, fino alla tragedia della filossera, molto estesa la olivicultura che si era formata senza gli allettamenti dei premi governativi, ma sorta razionalmente, tra i filari dei vigneti in declino; e gloriosa fu l'agrumicoltura. A quel tempo noi esportavamo in America e nella grande Russia; le navi siciliane cariche di arance e di limoni face­vano la spola fra Catania ed Odessa. E fin da allora si attuò la selezione delle arance suscettibili di viaggi oltremare ed oltreoceano e serbevoli per la durata di quaranta giorni. La cerealicoltura di quel tempo sia pure con le rotazioni di riposo per pascolo d'erbe sane, riposo per pascolo di mezze erbe fino a febbraio, seguito da arature profonde (maggese liscio) grano al terzo anno e cereali minori al quarto manteneva un equilibrio, assicurava una compen­sazione alla terra.

Dopo non più. Dopo, ed oggi an­cora, sono invalsi i sistemi di emungitura rapace e di scompenso.

« Ma quella nostra agricoltura antica consenti uno sviluppo zootecnico che diede alla Sicilia un primato fra i paesi mediterranei, primato che è stato poi perduto.

« E sia detto ad onore della verità che la condu­zione dei beni appartenenti alla Chiesa fu talvolta mirabile e ciò è provato dai resti di ampi caseggiati, di palmenti ed oleifici, di cantine, distillerie, e persino di impianti d'irrigazione con le condotte forza­te in terracotta.

« Fummo grandi in agricoltura allora, come lo eravamo stati nell'epoca araba, in quella normanna ed in tutti i periodi storici, quando non praticammo agricoltura di rapina e rispettammo la terra, nu­trendola con abbondante letame, consentendole l'a­zione vivificatrice del sole e la necessaria nitrificazione. Fummo grandi quando sapemmo essere veri agricoltori e non già costretti a praticare inesorabili sfruttamenti nella necessaria avidità di recuperare ciò che ci si è venuto togliendo con esose tasse ed incredibili tributi.

(Tutte queste interessanti cose Milazzo ci diceva mentre attraversavamo il feudo bruciato, nel cuore della Sicilia, là dove il paesaggio stesso reca i segni inconfondibili della dominazione dei "baroni fa­sulli ". E ci serviamo largamente, per ricostruire con esattezza il suo pensiero, dei discorsi pronunciati da Milazzo all'Assemblea regionale durante il dibattito sulla riforma agraria.)

— L'agricoltura siciliana — afferma Milazzo — vede i propri periodi di decadimento quando nella sua storia entra il nome di Roma ; decadimento che coin­cide col periodo in cui le vessazioni di verrina me­moria portarono la nostra terra al tristo rango di granaio di Roma; e col periodo italiano quando le vessazioni iniziatesi col 1860 non lasciarono " occhi per piangere " all'agricoltore siciliano.

« Plinio biasimò il latifondo non per la sua esten­sione ma come sistema di economia estensiva fon­data su una coltura di prelevamenti senza rimborso, di sfruttamento senza rifacimento, di isterilimento senza fertilizzazione. Ed a distanza di cosi tanto tempo, ecco, guardiamoci attorno: pochi gli uomini, poco il bestiame, fiacchezza di iniziative, carenza di capitali, magri utili e scarse mercedi!

Ed alla terra nulla si deve chiedere senza prima aver dato.

« I baroni del '66 intrapresero la conduzione dei fondi con spirito di rapina. E già la Sicilia era stata impoverita da Garibaldi che potè versare alla causa unitaria ben 150 milioni-oro trovati a Palermo. Un secondo contributo di valore incalcolabile venne dato dai siciliani a quella causa: i 190 mila ettari di terra appartenenti alla manomorta ed incamerati dal regio governo. Trattandosi di terra, di pezzi della nostra isola, non fu possibile portarli altrove e qui sono rimasti.

« Chi erano i compratori ? Erano persone speciali, avide, che si presentavano alle aste affrontando la scomunica della Chiesa. Gente non comune insom­ma. A quelle aste si presentavano pochi concorrenti e gli affari si concludevano in fretta. Così si formò la classe agraria del 1866, una classe ingorda, improv­visata, sorta da una sfacciata ruberia.

«E questi nuovi proprietari, quasi tutti assurti a rango nobiliare per decreto reale, anziché tentare un razionale sfruttamento del suolo per dare lavoro e pane all'accresciuta popolazione, preferirono godersi ciò che la terra dava spontaneamente o quasi. E di­vennero la classe politica dirigente, fiduciaria del regio governo che si servi proprio di essa per sgo­vernare la Sicilia.

«Tutto il malcostume politico ed elettorale che insozzò la nostra isola, che vide fianco a fianco il deputato e l'uomo di malavita, scaturì da quella clas­se agraria. La quale poi divenne, subito dopo aver affondato i suoi artigli nella terra, promotrice del più bieco conservatorismo; un conservatorismo fa­natico, da iniziati. Alimentò la reazioni sanguinosa contro i moti della fame dello stesso anno 1866 e contro i successivi del 1896 e del 1903. Ovunque fu sparso sangue di affamati sul latifondo di Sicilia, là vi è l'impronta della nuova classe agraria. . .


E quei nuovi gentiluomini si stracciarono le vesti quando videro attuarsi qualche spezzettamento di latifondo demaniale, impregiudizievole per loro, ma solo perché diminuiva la massa dei disoccupati permanenti dalla quale traevano lavoratori a prezzi di fame. Centesimi 40 a giornata ed una cotta di fave.

« E non fu questa stessa classe antisociale che creò le squadre armate di fascistica memoria nel 1922? E favori i passaggi agli archivi delle proposte di legge sul latifondo, ed ottenne che buone leggi come quella Bertini venissero definitivamente sepolte. Per­ché aveva insozzato la classe politica dirigente ed aveva trovato a Roma, nel potere centrale, un valido quanto ottuso alleato.

« Ed è vero che quando si tenta di colpire questa classe essa si vendica. Oggi le sue possibilità sem­brano attenuate, ma non sono state liquidate inte­ramente. Ed i governi regionali ne hanno fatto larga esperienza. (E sanguinosa ed eroica è stata l'esperienza dei sindacati, dei partiti popolari, negli anni del dopoguerra. N.d.A.)

«Che cosa poteva dare questa classe di nuovi baroni e falsi borghesi, se non la cultura latifondistica, a scarso rendimento, a scarso reddito, col più scarso assorbimento di mano d'opera, scarsi o nulli investimenti fondiari, e nessun insediamento di popo­lazione coltivatrice sulla terra?

« Erano ricchi di terra, i baroni del '66; di terra e di boria e di avidità; ma i loro feudi erano privi di denaro: ed ecco il fenomeno siciliano della ricchezza squattrinata, che s'è poi generalizzato, è diventate costume, ha raggiunto le città, perché le cose ed i sistemi perversi si diffondono e si perpetuano.

« Per acquistare il terreno i siciliani buoni e cattivi (nella massa c'era anche qualche persona rispettabile e bene intenzionata) avevano speso tutto il loro de­naro; e quelle lire oro presero anch'esse la direzione dell'ago magnetico ed in Sicilia non tornarono ma: più. Fu un avvenimento assai più grave di una disfatta militare o di una caduta sotto la tirannide In quell'astuta operazione di rapina finanziaria si deve individuare il punto di partenza, non tanto de. generale malessere che intristì il Mezzogiorno d'Italia dal 1860 in poi, quanto del particolare disagio, dello stato di cachessia che ha fin'oggi carat­terizzato l'agricoltura siciliana ed il livello di vita di tutte le classi agricole, dal proprietario al bracciante giornaliero.

«La Sicilia, dal 1860 in poi, ha avuto la vita dei dissanguati. I nostri contadini chiamano il denaro "sangue della terra". Potrebbe sembrare ironico mi è pura verità la constatazione che un paio di ondate inflazionistiche hanno agito nell'economia siciliani come una ipodermoclisi nel sistema circolatorio de! dissanguato. Una vera e propria trasfusione di san­gue non ci è mai stata offerta. Bisogna che ci rinsanguiamo da noi stessi! Il credito non soccorse mai terra ma la strozzò sempre. Ma chi ricorse allora al credito, tramutato in usura per la rarefazione della moneta, non, solo non raccolse benefici dalle opere, ma, oppresso dagli esosi tassi usurari, dovette conse­gnare opere e terra all'ingordo, inasprito creditore. Le banche stesse ed anche il Banco di Sicilia, istituto fondato dai Borboni a vantaggio dell'agricoltura, restrinsero il credito alla proprietà fondiaria fino a garantirsi per un valore triplo dell'esborso, calco­lando la garanzia sul valore della sola, nuda terra.

« E questo imperio dell'usura impedì e paralizzò il rinnovarsi della classe agraria e lo ridusse ad uno stentato impiego di denaro con garanzia di possesso reale, quando i trapassi di proprietà non avvennero addirittura dal debitore al mutuante, con la pura e semplice estinzione del debito.

« In questa spaventosa miseria, di cui il fardello più duro e più pesante è portato da chi nulla pos­siede, si può pensare che il lavoro dei campi, remu­nerato a bassi salari, abbia potuto consentire alle braccia umane le tesaurizzazioni del lavoro median­te il risparmio? Anche per questa ragione il lati­fondo rimase granitico mostro inattaccabile ad ali­mentare la stolta vanteria di chi lo possedeva.

« Sciagura estrema di terra arida e priva di umori, che doveva restare priva dell'umore vitale: il capitale per trasformare e gestire. Tragedia di popolo che ha ansia di fare, di realizzare, ma privo di ciò che è indispensabile ad ogni impresa.

« Ed oggi, soltanto oggi, affrancati dai concetti di un falso idealismo nazionalistico, e da una falsa concezione di unità assolutistica, propinataci attraverso i libri delle scuole elementari per cui crescem­mo, per un novantennio, quali merli accecati de. grande paretaio, noi ci avvediamo da dove trae ori­gine la sequela dei nostri mali. Se le terre della ma­nomorta fossero state distribuite ai contadini, nel 1862, la Sicilia mostrerebbe oggi un volto assai di­verso, sia per l'influenza diretta della distribuzione sulla economia agraria e sociale, sia pure per la in­fluenza indiretta. Il capitale liquido dei risparmiatori siciliani non sarebbe emigrato al nord, avrebbe favo­rito trapassi di proprietà, miglioramenti fondiari e consentito salari più elevati e l'immissione di nuove energie tratte dalle classi lavoratrici nella classe agraria. E se quei risparmi fossero rimasti qui, a circolare nell'Isola, avrebbero cercato anche altri investimenti, nel commercio e nelle industrie.


Queste erano le parole ed i pensieri di Silvio Milazzo mentre insieme attraversavamo in automobile il deserto del feudo siciliano che egli chiama " l'acrocoro argilloso ".

Anonimo 07 aprile 2010   17:41
L'utente ha risposto al commento anonimo del 07 aprile 2010. Visualizza »

La mafia esiste anche quando non ha nome

 

Certo certo... siamo alla metafisica della mafia. Una bella analisi storica non ci sono dubbi.

 

Dove ho scritto che i Savoia sono responsabili della nascita della Mafia?

 

Visto che Lei mi assegna la qualifica di indipendentista, le risponderó a tono mettendomi al suo livello: la Nazione Siciliana é esistita da sempre, anche quando non ha avuto storia o nome o istituzioni.

 

Confronto tra due estremismi interessanti, il nostro...

Non intendo alzare il tono della polemica e non la seguo su questa strada del "mettendomi al suo livello" o del "siamo alla metafisica della mafia". Affermazioni personalizzate di questo genere, distraggono dal problema serio che affrontiamo.

Ritorniamo ai fatti e per dimostrarle che non siamo alla metafisica della mafia, ma che rimaniamo nella storia documentale, ritengo utile, per maggiore chiarezza, riprodurre un brano della relazione sullo stato della criminalità, del Magistrato di Trapani Pietro Calà Ulloa datato 3 agosto 1838:

“Non vi è impiegato in Sicilia che non sia prostrato al cenno di un prepotente e che non abbia pensato a tirar profitto dal suo Ufficio. Questa generale corruzione ha fatto ricorrere il popolo a rimedi oltremodo strani e pericolosi. Vi ha in molti paesi delle fratellanze, specie di sette che diconsi partiti, senza colore o scopo politico, senza riunione, senza altro legame che quello della dipendenza da un capo che qui è un possidente, là un arciprete.

Sono specie di piccoli Governi nel Governo. La mancanza di forza pubblica ha fatto moltiplicare il numero dei reati! Il popolo è venuto a tacita convenzione coi rei. Come accadono furti, escono i mediatori ad offrire transazione pel ricuperamento degli oggetti involati. Il numero di tali accordi è infinito.

Molti possidenti perciò han creduto meglio divenire oppressori che oppressi, e s’iscrivon nei partiti. Molti alti funzionari li coprivan di un’egida impenetrabile.”

Si noti che Calà Ulloa riferisce di un fenomeno diffuso e consolidato socialmente e non certo appena nascente.

Calà Ulloa non menziona la parola mafia, ma proviamo noi a riassumenre in un solo termine, oggi, il fenomeno descritto.

(Su questo e sul problema delle origini cfr G.C. Marino e V. Paliotti).

Cito testualmente G. C. Marino: “Con tutte le cautele di cui si sono indicate le ragioni, è sensato ricercare le premesse del fenomeno mafioso nei molti secoli durante i quali si riprodusse in Sicilia l’ordinamento feudale di cui sarebbe stato decretata la liquidazione soltanto nel 1812”.

Ma non sono solo queste le fonti documentalie bibliografiche che attestano l'esistenza in Sicilia di un fenomeno che oggi definiamo mafia. Certo i tempi ed i modi sono diversi: la società era diversa.

 

Come ho già detto in altro precedente articolo, l'unità d'Italia fu occasione per la camorra e la mafia di fare un'ulteriore mutazione. Così come la legge del 1950 costringerà la mafia a uscire dai latifondi e urbanizzarsi.

E' ingenuo pensare che l'unità d'Italia non abbia mutato i termini della questione. Ma è altrettanto ingenuo far coincidere la nascita del fenomeno con l'unità d'Italia.

(il testo teatrale  "I mafiusi di la vicaria" di Giuseppe Rizzotto, ho controllato, è del 1863!)

Infine, la datazione della nascita del fenomeno mafioso, o la valenza assoluta o relativa, pattizia o ottriata dello Statuto, ovvero il mio aver più o meno messo in evidenza questo particolare aspetto, non sono "cavalli su cui giocare tutta la posta". Intendo dire che il problema è la mafia, non le opinioni sulla sua nascita e l'esatta definizione di quel momento: non certo nella taverna di Mazara col patto tra Zi Pascà, Zampa di porco, Giacalone, Naso di cane e Jannone. Non certo nel 1799.

L'articolo delinea una parte credo interessante della genesi mafiosa: "il sub affitto usurante dei fondi come motore primo del fenomeno" questo è il punto centrale, non una datazione certa ma le circostanze oggettive che lo determinarono. Distinti Saluti

Giuseppe Di Bella

Anonimo 07 aprile 2010   16:18
L'utente ha risposto al commento anonimo del 07 aprile 2010. Visualizza »

La mafia esiste anche quando non ha nome

 

Certo certo... siamo alla metafisica della mafia. Una bella analisi storica non ci sono dubbi.

 

Dove ho scritto che i Savoia sono responsabili della nascita della Mafia?

 

Visto che Lei mi assegna la qualifica di indipendentista, le risponderó a tono mettendomi al suo livello: la Nazione Siciliana é esistita da sempre, anche quando non ha avuto storia o nome o istituzioni.

 

Confronto tra due estremismi interessanti, il nostro...

Nel precedente intervento, rilegga, Lei ha affermato che "la mafia esiste da 150 anni, e sarebbe semplicissimo provarlo" sono parole sue, e guarda caso 150 anni fa sbarcava Garibaldi e contemporaneamente nasceva all'improvviso la mafia. Se lei lo pensa, non abbia timore di affermarlo.

Tutto questo serve ad attribuire la responsabilità della nascita del fenomeno allo Stato savoiardo: ma non cambia la storia e non mutano i personaggi che aiutarono Garibaldi a "conquistare" l'Isola.

Lei ben comprende che ciò non è sostenibile storicamente. Quel che è vero è che i Savoia non fecero nulla di sostanziale, o non riuscirono a far nulla, perchè preferirono lasciare immutati alcuni equilibri, lo si è detto, lasciando il latifondo al Sud e l'industria al Nord. Questo è il patto "tacito" della "mafia di Stato" dall'unità a Giolitti, che neanche il fascismo riuscì a sradicare. La legge di riforma agraria siciliana è del 1950 e porta il nome di Silvio Milazzo.

Non mi pare di dover aggiungere altro a quanto espresso nell'articolo e nelle ulteriori chiose.

Giuseppe Di Bella

Anonimo 07 aprile 2010   16:00
L'utente ha risposto al commento anonimo del 07 aprile 2010. Visualizza »

Avevo già letto su questo sito quanto scritto da Di Bella nella seconda parte dell'articolo, ovvero che non è il pezzo di carta(la Costituzione) a fare felice un popolo, ma la coscienza ed il buon governo dei governanti.

Chissà se la Sicilia  si trovi nell'attuale situazione proprio perchè non si è capita questa fondamentale differenza.

Lei ha proprio ragione: fin quando Di Bella "parla oggettivamente (male)"  dei Borboni e dei Savoia va bene, ma appena ha alzato il tiro sui baroni siciliani "parlandone oggettivamente (male)" in modo circostanziato,  lo hanno preso alle spalle come "traditore" della causa. Troppo comodo farsi la storia a proprio uso e consumo.

Quando ha detto che Crispi mise in stato d'assedio la Sicilia per i "disordini" provocati dai fasci per favorire "qualcuno," andava bene. Ora dice che la mafia si è infiltrata nei fasci e ... si lascia cadere la cosa.

Non una parola sul furto dei feudi perpetrato e sulle usurpazioni.

Nessuna risposta sull'omicidio Corrao.

Il fatto è che la storia come fatto va bene fino a che la si racconta in modo fazioso e compiacente. Non plus ultra.

Dr. Di Bella, non sono un neoborbonico, ma le attesto la mia stima, per il suo equilibrio storico e politico e per la sua indipendenza morale.

L. Modica

 

Anonimo 07 aprile 2010   15:55
L'utente ha risposto al commento anonimo del 07 aprile 2010. Visualizza »

Signore,

Lei concentra la sua attenzione su un solo fatto, certo importante ma non così esiziale come lo propone. Infine non mi sembra utile proseguire questa pseudo polemica che non serve a nulla, perché non mi pare ci sia sufficiente materia del contendere. Rimango sulle posizioni che ho argomentato ed espresso. Se lei ritiene di fare un intervento sulla predetta sentenza per evidenziarne il rilievo, lo faccia, lo leggerò con interesse.

La mafia esiste da ben più di 150 anni, in forme diverse dall'attuale, ma poiché lei  sembra attestato su posizioni separatiste ed indipendentiste, posizione rispettabile ma pur sempre posizione, tende a ricondurre allo Stato savoiardo ogni problematica, anche precedente. Non concordo. Le ricordo inoltre di aver  comunque parlato delle "radici" del fenomeno e dell'ambiente che consentì il suo sviluppo. Non scambi la parte per il tutto.

La mafia esiste anche quando non ha nome e certo nel XVIII secolo non aveva ancora un nome preciso. La camorra  nell'800 si chiamava "Bella società riformata", ma esisteva tre secoli prima e ancora oggi. Importa la sostanza del fenomeno non il nome. Una cosa esiste anche senza avere un nome o con un nome diverso da quello attuale. Lo sfruttamento piramidale del latifondo fece nascere il parassitismo: parassitismo= mafia. Tu lavori e io ti impongo il pizzo, non il giusto ricavo ma il pizzo come si fa con i negozianti oggi. Tu lavori, io Stato impongo le tasse e le uso per fare ciò che voglio e non ciò che devo = mafia.

Se un fenomeno esiste solo quando un'operetta gli da il nome "I mafiusi della Vicaria di Palermo", anni 80 dell'ottocento se ben ricordo, Marte esiste solo da quando esistono telescopi in grado di osservarlo. Mi consenta di dissentire.

Non ho grandi motivi storici di ammirazione dei Savoia, ma attribuire ad essi ogni male della Sicilia mi pare inesatto  e fuorviante.

Se Pilo e Corrao reclutarono nel 1860 i picciotti nell'ambito della "mafia"  (quella dell'epoca) dei campieri e gabelloti,  come le squadre di Sant'Anna e Coppola, ciò indica che questa esisteva già. E che fine fece Corrao? Forse per mano dei savoiardi ... possibile.

Come vede dai  precedenti interventi, al contrario di quanto da lei prima affermato, ho scontentato tutti. E questo è un buon risultato meglio di quel accontentare tutti di cui Lei improvvidamente mi accusava.

Inquanto a debolezze ogni specchio è arbitro.

Distinti Saluti

Giuseppe Di Bella

La mafia esiste anche quando non ha nome

 

Certo certo... siamo alla metafisica della mafia. Una bella analisi storica non ci sono dubbi.

 

Dove ho scritto che i Savoia sono responsabili della nascita della Mafia?

 

Visto che Lei mi assegna la qualifica di indipendentista, le risponderó a tono mettendomi al suo livello: la Nazione Siciliana é esistita da sempre, anche quando non ha avuto storia o nome o istituzioni.

 

Confronto tra due estremismi interessanti, il nostro...

Anonimo 07 aprile 2010   15:27
L'utente ha risposto al commento anonimo del 07 aprile 2010. Visualizza »

Gentile Dott. Di Bella,

 

il suo tentativo di barcamenarsi tra una sponda e l'altra cercando di accontentare tutti é alquanto frivolo, oltre che storicamente inattuale.

 

Lei é passato da un resonconto di dati storici difficilmente criticabili nella prima parte che le hanno procurato una certa "autoritá morale" sull'argomento, ad una seconda parte nella quale cerca di approfittarsi di quella autoritá ottenuta per imporre le sue idee politiche francamente scoordinate.

 

In questa seconda parte non vi é uno straccio di dato storico: le sue sono solo ilazioni basate su considerazioni personali. Tutte leggittime, per caritá. 

 

In particolare Lei scorda di citare la sentenza dell'Alta Corte che stabilisce la natura pattizia dello Statuto. In base a quella sentenza nella sua frase: "Lo Statuto, a tratti, appare più il concordato costituzionale tra due Stati che non una normativa che regola i rapporti tra Stato e Regione", il verbo "appare" andrebbe sostituito da un piú deciso "é".

 

La Sua gravissima asserzione secondo cui la mafia avrebbe tentato di rendere la Sicilia indipendente (implicitamente equiparando la voglia di indipendenza dei siciliani alle voglie di un branco di criminali) dovrebbe essere sostanziata da prove come ha fatto per la prima parte. E per prove non intendo le bestialitá propalate dai pentiti teleguidati. Le prove sono documenti chiari e precisi che se veramente si é tentato di organizzare questo colpo di stato, questa dichiarazione d'indipendenza, da qualche parte devono esistere. Perché il colpo di stato non si fa con i pizzini come vuole farci credere il Corriere della Sera.

 

Senza quei documenti Lei non puó dire un bel niente, da storico. Da politico invece puó asserire ció che vuole. Tanto, per quanto vale la parola dei politici oggi in Italia....

Avevo già letto su questo sito quanto scritto da Di Bella nella seconda parte dell'articolo, ovvero che non è il pezzo di carta(la Costituzione) a fare felice un popolo, ma la coscienza ed il buon governo dei governanti.

Chissà se la Sicilia  si trovi nell'attuale situazione proprio perchè non si è capita questa fondamentale differenza.

Anonimo 07 aprile 2010   14:44
L'utente ha risposto al commento anonimo del 07 aprile 2010. Visualizza »

Gentile Dott. Di Bella,

 

mi dispiace notare quanto Lei sia debole su una questione legale tanto importante quanto quella dello Statuto e della posizione dell'Alta Corte.

 

La legge nel caso specifico della sentenza in esame é quella dell'Alta Corte. La sua abolizione (dell'Alta Corte)  da parte di un qualunque organo dello stato é da considerarsi assolutamente arbitraria ed incostituzionale. Questo é l'unico e vero colpo di stato che si é consumato in Italia nel dopoguerra.

 

Tutto il Suo discorso dall'Unitá d'Italia in poi é inficiato dal Suo rifiuto a riconoscere i fatti, e visto che la prima parte era tutta basata su questioni di legalitá e di diritto e sulla lettura di svariati trattati, il rifiuto nel voler considerare la validitá della sentenza in questione inficia la credibilitá dell'intero discorso: in base a cosa dovrei ora prendere per imparziali le sue ricerche storiche quando Lei si mostra cosí parziale nel leggere fatti a noi vicini e cosi carichi di consequenze anche per la nostra vita quotidiana?

 

Questo fraintendimento sulla natura pattizia dello Statuto riguarda tutti e danneggia le aspirazioni politiche di indipendentisti, borbonici e risorgimentali in quanto mina la base stessa del confronto. Una qualunue pacificazione tra le parti, che poi sarebbe la pacificazione interna italiana, non potrebbe mai ottenersi sino a quando i fatti non vengano messi in chiaro, come Lei ha fatto per il periodo Duosiciliano.

 

In questo senso Lei si schiera eccome: si schiera con la cagnara che continua ad impedire quella pacificazione che oggi sarebbe piú che mai necessaria.

 

Sul discorso della mafia non ho voglia di insistere: Lei e' ancora convinto che la mafia esista da secoli... sarebbe interessante capire quali siano le prove storiche di questa "eternitá" della mafia. La mafia esiste da 150 anni e sarebbe semplicissimo provarlo. Basterebbe fare ricerche simili a quelle da Lei intraprese sui documenti esistenti per dirimere la questione della nascita delle Due Sicilie.

 

AV

Signore,

Lei concentra la sua attenzione su un solo fatto, certo importante ma non così esiziale come lo propone. Infine non mi sembra utile proseguire questa pseudo polemica che non serve a nulla, perché non mi pare ci sia sufficiente materia del contendere. Rimango sulle posizioni che ho argomentato ed espresso. Se lei ritiene di fare un intervento sulla predetta sentenza per evidenziarne il rilievo, lo faccia, lo leggerò con interesse.

La mafia esiste da ben più di 150 anni, in forme diverse dall'attuale, ma poiché lei  sembra attestato su posizioni separatiste ed indipendentiste, posizione rispettabile ma pur sempre posizione, tende a ricondurre allo Stato savoiardo ogni problematica, anche precedente. Non concordo. Le ricordo inoltre di aver  comunque parlato delle "radici" del fenomeno e dell'ambiente che consentì il suo sviluppo. Non scambi la parte per il tutto.

La mafia esiste anche quando non ha nome e certo nel XVIII secolo non aveva ancora un nome preciso. La camorra  nell'800 si chiamava "Bella società riformata", ma esisteva tre secoli prima e ancora oggi. Importa la sostanza del fenomeno non il nome. Una cosa esiste anche senza avere un nome o con un nome diverso da quello attuale. Lo sfruttamento piramidale del latifondo fece nascere il parassitismo: parassitismo= mafia. Tu lavori e io ti impongo il pizzo, non il giusto ricavo ma il pizzo come si fa con i negozianti oggi. Tu lavori, io Stato impongo le tasse e le uso per fare ciò che voglio e non ciò che devo = mafia.

Se un fenomeno esiste solo quando un'operetta gli da il nome "I mafiusi della Vicaria di Palermo", anni 80 dell'ottocento se ben ricordo, Marte esiste solo da quando esistono telescopi in grado di osservarlo. Mi consenta di dissentire.

Non ho grandi motivi storici di ammirazione dei Savoia, ma attribuire ad essi ogni male della Sicilia mi pare inesatto  e fuorviante.

Se Pilo e Corrao reclutarono nel 1860 i picciotti nell'ambito della "mafia"  (quella dell'epoca) dei campieri e gabelloti,  come le squadre di Sant'Anna e Coppola, ciò indica che questa esisteva già. E che fine fece Corrao? Forse per mano dei savoiardi ... possibile.

Come vede dai  precedenti interventi, al contrario di quanto da lei prima affermato, ho scontentato tutti. E questo è un buon risultato meglio di quel accontentare tutti di cui Lei improvvidamente mi accusava.

Inquanto a debolezze ogni specchio è arbitro.

Distinti Saluti

Giuseppe Di Bella

Anonimo 07 aprile 2010   14:07
L'utente ha risposto al commento anonimo del 07 aprile 2010. Visualizza »

Signore,

Non ho sponde e non ho barca, e quindi non ho motivo di barcamenarmi perché non prendo soldi da nessuno, vivo del mio e non devo rendere conto né a politici né a mafiosi, e scrivo gratis.

Non mi interessa quindi compiacere nessuno e la mia metodologia è indirizzata, non ad accontentare tutti, bensì alla ricerca (senza il coltello tra i denti) di conclusioni condivisibili su fatti concreti che possano avere infine una utilità attuale.

Di contro la sua affermazione si potrebbe leggere al contrario: ovvero che ho scontentato tutti.

Per quanto all’aggettivo “frivolo” da Lei utilizzato, mi sembra improprio se rivolto a chi invece di dedicarsi alle frivolezze mondane, passa tutto il proprio tempo disponibile a lavorare e studiare (al di là del bene e del male che lei trova nei miei scritti).

La ringrazio per aver giudicato difficilmente criticabili e quindi oggettivi, i dati citati nella prima parte, ma non li ho pubblicati per ottenere alcuna autorità morale, che certo non può derivare e non mi deriva da quelle semplici osservazioni. E non si può approfittare di ciò che non si ritiene di avere.

Di conseguenza la successiva affermazione sulla mia volontà di imporre idee politiche è priva di ogni fondamento. Non sono mai stato iscritto a nessun partito politico o movimento di alcun genere, salvo l’Associazione filatelica.

Non ho un’idea “politica” da proporre, non sono unionista, né duosicilianista, né separatista: pensavo che la premessa la primo pezzo dell’articolo avesse chiarito questo punto, né penso che queste “categorie” abbiano oggi un contenuto “morale” e sostanziale ante litteram, e forse per questo a Lei le mie affermazioni appaiono “scoordinate” (appunto perché non mi coordino e non mi subordino ad un’idea).

Pertanto respingo la sua affermazione perché non ho nulla da imporre a nessuno. Mi spiace.

Lei afferma inoltre che in questa seconda parte non vi sia “uno straccio di dato storico”. A parte gli incisi che sono riportati dai documenti dell’epoca, le evidenzio che tutte le volte che si pubblicano i testi dei provvedimenti, i lettori … non leggono.

Mi spiego meglio: chi vuole leggere la Costituzione del 1812, la trova su internet. A me in questa sede serviva citare l’operazione di grande rilievo di appropriazione dei feudi da parte dei baroni, ed ho trasformato in testo letterale i contenuti del provvedimento. Solo se ho fatto affermazioni errate sui contenuti, lei potrà contestare questi dati, ma non la forma in cui io li utilizzo.

Tutti i dati contenuti in modo letterale nel testo sono riscontrabili nei documenti originali in parte citati: non è possibile procedere sempre per documenti, spesso è necessario ricucire tutti i dati nel testo. Ed infatti Lei non contesta inesattezze documentali e non rileva errori ma la sussistenza opinioni “politiche”.

Per quanto riguarda la frase: "Lo Statuto, a tratti, appare più il concordato costituzionale tra due Stati che non una normativa che regola i rapporti tra Stato e Regione", dove secondo il suo parere il verbo "appare" andrebbe sostituito da un più deciso "é", evidenzio che è mia abitudine non estremizzare i concetti quando sussistono situazioni opinabili. Vero, esiste la sentenza, ma la competenza esclusiva dello Stato a legiferare su tante materie, mi ha sconsigliato di utilizzare quel “è” che a Lei sembra più consono. E la sua opinione mi sembra comunque rispettabile e non priva di fondamento, ma non ne farei una disputa.

Fin qui i fatti formali.

Per quanto attiene al nucleo sostanziale del suo commento, Lei ha mal interpretato il passo nel quale si fa cenno al rapporto mafia – indipendentismo, perché il senso dell’affermazione è esattamente il contrario: che la mafia nei secoli abbia ripetutamente “approfittato” dello spirito di indipendenza indubbiamente presente nell’Isola, a diversi livelli, non significa assolutamente “implicitamente equiparare la voglia di indipendenza dei siciliani alle voglie di un branco di criminali”. Non ho detto questo perché non è il mio pensiero.

Ho utilizzato questa formula per evidenziare come spesso sotto le mentite spoglie dell’indipendentismo, si siano celate ben altre esigenze e che un “vero” indipendentismo di origine schiettamente popolare, non lo intravedo: è anche un invito ai lettori ad una riflessione a mio avviso importante.

Per quanto alle “bestialità teleguidate”, queste si trovano nelle lunghe e complesse motivazioni della sentenza che ha assolto il Senatore Andreotti. Sono affermazioni degli stessi pentiti che sono stati ritenuti credibili in toto ai fini dell’assoluzione del citato Senatore (anche quelli che lo hanno accusato, le cui dichiarazioni sono state minutamente vagliate e nelle stesse sono state trovate le motivazioni per concludere che le prove dei fatti non sono concludenti).

La parte delle dichiarazioni riguardanti l’eventuale rivolta del 1979 è incidentale e spontanea (e pertanto credibile), ma si comprende tra le righe che venne deciso subito l’accantonamento del progetto a favore di un’altra linea politica-stragista, quella che abbiamo conosciuto. Nessun complotto organizzato viene da me citato.

Troverà i riscontri di quanto da me affermato nelle citate motivazioni che sono di pubblico dominio.

Infine mi dispiace che Lei abbia intravisto poca onestà intellettuale nel mio testo, e perfino un’espressione squisitamente politica, che è esattamente il contrario di ciò che ho scritto.

Distinti saluti

Giuseppe Di Bella

Gentile Dott. Di Bella,

 

mi dispiace notare quanto Lei sia debole su una questione legale tanto importante quanto quella dello Statuto e della posizione dell'Alta Corte.

 

La legge nel caso specifico della sentenza in esame é quella dell'Alta Corte. La sua abolizione (dell'Alta Corte)  da parte di un qualunque organo dello stato é da considerarsi assolutamente arbitraria ed incostituzionale. Questo é l'unico e vero colpo di stato che si é consumato in Italia nel dopoguerra.

 

Tutto il Suo discorso dall'Unitá d'Italia in poi é inficiato dal Suo rifiuto a riconoscere i fatti, e visto che la prima parte era tutta basata su questioni di legalitá e di diritto e sulla lettura di svariati trattati, il rifiuto nel voler considerare la validitá della sentenza in questione inficia la credibilitá dell'intero discorso: in base a cosa dovrei ora prendere per imparziali le sue ricerche storiche quando Lei si mostra cosí parziale nel leggere fatti a noi vicini e cosi carichi di consequenze anche per la nostra vita quotidiana?

 

Questo fraintendimento sulla natura pattizia dello Statuto riguarda tutti e danneggia le aspirazioni politiche di indipendentisti, borbonici e risorgimentali in quanto mina la base stessa del confronto. Una qualunue pacificazione tra le parti, che poi sarebbe la pacificazione interna italiana, non potrebbe mai ottenersi sino a quando i fatti non vengano messi in chiaro, come Lei ha fatto per il periodo Duosiciliano.

 

In questo senso Lei si schiera eccome: si schiera con la cagnara che continua ad impedire quella pacificazione che oggi sarebbe piú che mai necessaria.

 

Sul discorso della mafia non ho voglia di insistere: Lei e' ancora convinto che la mafia esista da secoli... sarebbe interessante capire quali siano le prove storiche di questa "eternitá" della mafia. La mafia esiste da 150 anni e sarebbe semplicissimo provarlo. Basterebbe fare ricerche simili a quelle da Lei intraprese sui documenti esistenti per dirimere la questione della nascita delle Due Sicilie.

 

AV

Anonimo 07 aprile 2010   12:50
L'utente ha risposto al commento anonimo del 07 aprile 2010. Visualizza »

La specialità della Nazione siciliana è una chiave di lettura condivisibile, dopo il 1816, dopo il 1946, sempre. Così pure l'egemonia di vecchie e nuove classi parassitarie.

Ciò che convince poco è la lettura manichea della storia: da un lato i gattopardi brutti e cattivi, poi anche mafiosi, dall'altro i tiranni esterni che sarebbero giusti e riformatori.

Non si coglie la sostanziale alleanza che lega questi due soggetti nel tenere soggetta la Nazione siciliana.

I "gattopardi" sette/ottocenteschi avevano per lo meno una dignità di ceto dirigente da vera nazione, capace di porre questa negoziazione ad un livello alto, cosa che gli sciacalletti e i mafiosi del dopoguerra non sono stati in grado di fare. Alcuni dei provvedimenti citati (le "enclosure" degli usi civici) si inserivano in uno sfruttamento capitalistico della terra, tipico di quelle epoche. In questo la Sicilia non fu diversa da altrove. I gattopardi non furono più disumani dei lord inglesi. Ciò che mancò, la modernizzazione, etc. o che fu soltanto carente, fino a determinare l'insorgenza della mafia, fu opera della mancanza di uno stato proprio, avversata ferocemente prima e dopo il 1860, dopo ancor peggio che prima. La mafia si andò ad inserire in questo vuoto e determinò una paralisi di uno sviluppo capitalistico altrimenti normale. Non i gattopardi, ma lo stato dovevano indirizzare questo processo di modernizzazione, come avvenne, prima o poi, anche in Spagna, in Russia o in Grecia. Ma la Sicilia non doveva avere un vero e proprio stato (quello del 1816-1860 e quello post 1946 sono "larve" di stato) e quello esterno subordinava sistematicamente le ragioni dello sviluppo siciliano a quelle "metropolitane", adottando con i baroni il classico "bastone e carota", in cui tutto o rimaneva com'era o cambiava perché nulla cambiasse.

Poi c'è l'occultazione (voluta?) di tutto quel pezzo di popolo, di nazione siciliana, che è stata nazionalista, anche implicitamente, senza essere parassitaria. Dal Rossi (Parlamento del 1812) a Canepa e oltre, passando per i Fasci Siciliani, etc. Era forse colpa loro di essere minoritari in una regione naturalmente conservatrice? Dovevano allearsi con i colonialisti di ogni colore, carnefici non migliori?

Io vedo come specialità siciliana quella di essere sempre (o da molto tempo) una nazione senza stato. Giacchè solo lo stato, e sui tempi lunghi (non scherziamo con le valutazioni di due anni continuativi di governo autonomo che al massimo la Sicilia ha mai potuto avere dalla fine del '700 ad oggi) può dare certi frutti.

In questo lo Stato di Sicilia arrivò all'alba dell'evo contemporaneo non morto, ma anchilosato da quattro secoli di viceregno, che ne avevano mortificato le migliori energie: il popolo oppresso, i nobili che cercavano di sfruttarne i privilegi, i vicerè che facevano interessi esterni,...

Non ci sono (sinora) state le condizioni per uno sviluppo autonomo di questa Nazione, poiché essa attende ancora la sua decolonizzazione.

La Carta Statutaria del 1946 era in questo rivoluzionaria, non reazionaria come vuole la vulgata del PCI (che pure ha contribuito a redigerla). Forse è per questo che non si deve mai parlare a quasi settant'anni di una sua applicazione. E anche le carte ottocentesche avevano una portata eversiva e innovatrice che avrebbe dato certamente i suoi frutti col tempo, a prescindere dalle istanze contingenti che i ceti dominanti di allora potevano avere per sostenere quelle carte.

Gli intellettuali come l'Abate Balsamo o i politici come Ruggero Settimo stavano gettando "semi" che avrebbero avuto bisogno di una serra per germogliare. La parassitaria e arretrata Irlanda cominciò a vedere i frutti dell'indipendenza non meno di 50 anni dopo la sua conquista. Altrimenti oggi sarebbe ancora una "regione a statuto speciale" mezza viva e mezza morta come noi e come l'Ulster.

Massimo Costa

Egregio prof. Costa,

A mio avviso, l'alleanza tra i tiranni esterni ed i baroni siciliani non si può cogliere perchè non vi è stata: quella delineata è una lotta di potere tra baroni  e potenze esterne, come la Corona napoletana veniva intesa, che a tratti è stata composta politicamente, come si bilanciano due forze e due pesi, come lo sarà tra lo Stato savoiardo e la Sicilia, come lo sarà tutte le volte che gli esterni hanno infine rinunciato a governare l'Isola lasciandola ai proconsoli. 

L'assenza dello Stato è duplice:  in senso proprio quale mancanza di uno Stato siciliano ed in senso ampio come mancanza perfino dello Stato c.d. "esterno" alla sicilia.

I fenomeni  non si evidenziano per minoranza ma per maggioranza e specificità. E per tanto l'esistenza tra 600 baroni di una minoranza equilibrata, o l'esistenza tra i separatisti di menti illuminate, non ha prodotto i risultati ottimali ma quelli di basso profilo che conosciamo e che abbiamo sotto gli occhi.

Impossibile ed inutile ipotizzare cosa sarebbe accaduto se ... fatto sta che la mafia si infiltrò nei Fasci siciliani, nelle cooperative, nel fascismo, nel  separatismo del 1943, del 1946 ... e quel che resta è l'attuale situazione.

Non si tratta di lettura manichea quanto di realismo e non ho mai rappresentato i tiranni esterni come salvatori della Patria, ma la prammatica del 1792 è scritta e inapplicata e su questo non ci sono dubbi.

Lei cita Rossi e Canepa e Ruggero Settimo e dice non è colpa loro essere stati minoritari: è vero, ma la storia non la fanno le minoranze.

Allora cosa rimane sul fondo del bicchiere? Che la maggioranza è quella che ha portato le cose allo stato attuale? Paradossale. Direi invece che il popolo è stato ingannato e lo è ancora, oltre che tenuto nel pugno di nuovi baroni dalle sue stesse necessità.

Tante volte abbiamo ripetuto che la lezione della storia serve a non ripetere gli errori del passato: in questo caso l'articolo serve a riflettere sul fatto che l'anelito di indipendenza ed autonomia non deve offuscare la mente e gli occhi di chi sinceramente non pensa a Stati e Regioni, quanto alle necessità dei popoli ed al modo migliore di governarli. Serve forse a riflettere per non consegnare ancora una volta questa istanza nelle mani sbagliate.

Grazie per il suo intervento sempre interessante

Giuseppe Di Bella

Anonimo 07 aprile 2010   12:12
L'utente ha risposto al commento anonimo del 07 aprile 2010. Visualizza »

Gentile Dott. Di Bella,

 

il suo tentativo di barcamenarsi tra una sponda e l'altra cercando di accontentare tutti é alquanto frivolo, oltre che storicamente inattuale.

 

Lei é passato da un resonconto di dati storici difficilmente criticabili nella prima parte che le hanno procurato una certa "autoritá morale" sull'argomento, ad una seconda parte nella quale cerca di approfittarsi di quella autoritá ottenuta per imporre le sue idee politiche francamente scoordinate.

 

In questa seconda parte non vi é uno straccio di dato storico: le sue sono solo ilazioni basate su considerazioni personali. Tutte leggittime, per caritá. 

 

In particolare Lei scorda di citare la sentenza dell'Alta Corte che stabilisce la natura pattizia dello Statuto. In base a quella sentenza nella sua frase: "Lo Statuto, a tratti, appare più il concordato costituzionale tra due Stati che non una normativa che regola i rapporti tra Stato e Regione", il verbo "appare" andrebbe sostituito da un piú deciso "é".

 

La Sua gravissima asserzione secondo cui la mafia avrebbe tentato di rendere la Sicilia indipendente (implicitamente equiparando la voglia di indipendenza dei siciliani alle voglie di un branco di criminali) dovrebbe essere sostanziata da prove come ha fatto per la prima parte. E per prove non intendo le bestialitá propalate dai pentiti teleguidati. Le prove sono documenti chiari e precisi che se veramente si é tentato di organizzare questo colpo di stato, questa dichiarazione d'indipendenza, da qualche parte devono esistere. Perché il colpo di stato non si fa con i pizzini come vuole farci credere il Corriere della Sera.

 

Senza quei documenti Lei non puó dire un bel niente, da storico. Da politico invece puó asserire ció che vuole. Tanto, per quanto vale la parola dei politici oggi in Italia....

Signore,

Non ho sponde e non ho barca, e quindi non ho motivo di barcamenarmi perché non prendo soldi da nessuno, vivo del mio e non devo rendere conto né a politici né a mafiosi, e scrivo gratis.

Non mi interessa quindi compiacere nessuno e la mia metodologia è indirizzata, non ad accontentare tutti, bensì alla ricerca (senza il coltello tra i denti) di conclusioni condivisibili su fatti concreti che possano avere infine una utilità attuale.

Di contro la sua affermazione si potrebbe leggere al contrario: ovvero che ho scontentato tutti.

Per quanto all’aggettivo “frivolo” da Lei utilizzato, mi sembra improprio se rivolto a chi invece di dedicarsi alle frivolezze mondane, passa tutto il proprio tempo disponibile a lavorare e studiare (al di là del bene e del male che lei trova nei miei scritti).

La ringrazio per aver giudicato difficilmente criticabili e quindi oggettivi, i dati citati nella prima parte, ma non li ho pubblicati per ottenere alcuna autorità morale, che certo non può derivare e non mi deriva da quelle semplici osservazioni. E non si può approfittare di ciò che non si ritiene di avere.

Di conseguenza la successiva affermazione sulla mia volontà di imporre idee politiche è priva di ogni fondamento. Non sono mai stato iscritto a nessun partito politico o movimento di alcun genere, salvo l’Associazione filatelica.

Non ho un’idea “politica” da proporre, non sono unionista, né duosicilianista, né separatista: pensavo che la premessa la primo pezzo dell’articolo avesse chiarito questo punto, né penso che queste “categorie” abbiano oggi un contenuto “morale” e sostanziale ante litteram, e forse per questo a Lei le mie affermazioni appaiono “scoordinate” (appunto perché non mi coordino e non mi subordino ad un’idea).

Pertanto respingo la sua affermazione perché non ho nulla da imporre a nessuno. Mi spiace.

Lei afferma inoltre che in questa seconda parte non vi sia “uno straccio di dato storico”. A parte gli incisi che sono riportati dai documenti dell’epoca, le evidenzio che tutte le volte che si pubblicano i testi dei provvedimenti, i lettori … non leggono.

Mi spiego meglio: chi vuole leggere la Costituzione del 1812, la trova su internet. A me in questa sede serviva citare l’operazione di grande rilievo di appropriazione dei feudi da parte dei baroni, ed ho trasformato in testo letterale i contenuti del provvedimento. Solo se ho fatto affermazioni errate sui contenuti, lei potrà contestare questi dati, ma non la forma in cui io li utilizzo.

Tutti i dati contenuti in modo letterale nel testo sono riscontrabili nei documenti originali in parte citati: non è possibile procedere sempre per documenti, spesso è necessario ricucire tutti i dati nel testo. Ed infatti Lei non contesta inesattezze documentali e non rileva errori ma la sussistenza opinioni “politiche”.

Per quanto riguarda la frase: "Lo Statuto, a tratti, appare più il concordato costituzionale tra due Stati che non una normativa che regola i rapporti tra Stato e Regione", dove secondo il suo parere il verbo "appare" andrebbe sostituito da un più deciso "é", evidenzio che è mia abitudine non estremizzare i concetti quando sussistono situazioni opinabili. Vero, esiste la sentenza, ma la competenza esclusiva dello Stato a legiferare su tante materie, mi ha sconsigliato di utilizzare quel “è” che a Lei sembra più consono. E la sua opinione mi sembra comunque rispettabile e non priva di fondamento, ma non ne farei una disputa.

Fin qui i fatti formali.

Per quanto attiene al nucleo sostanziale del suo commento, Lei ha mal interpretato il passo nel quale si fa cenno al rapporto mafia – indipendentismo, perché il senso dell’affermazione è esattamente il contrario: che la mafia nei secoli abbia ripetutamente “approfittato” dello spirito di indipendenza indubbiamente presente nell’Isola, a diversi livelli, non significa assolutamente “implicitamente equiparare la voglia di indipendenza dei siciliani alle voglie di un branco di criminali”. Non ho detto questo perché non è il mio pensiero.

Ho utilizzato questa formula per evidenziare come spesso sotto le mentite spoglie dell’indipendentismo, si siano celate ben altre esigenze e che un “vero” indipendentismo di origine schiettamente popolare, non lo intravedo: è anche un invito ai lettori ad una riflessione a mio avviso importante.

Per quanto alle “bestialità teleguidate”, queste si trovano nelle lunghe e complesse motivazioni della sentenza che ha assolto il Senatore Andreotti. Sono affermazioni degli stessi pentiti che sono stati ritenuti credibili in toto ai fini dell’assoluzione del citato Senatore (anche quelli che lo hanno accusato, le cui dichiarazioni sono state minutamente vagliate e nelle stesse sono state trovate le motivazioni per concludere che le prove dei fatti non sono concludenti).

La parte delle dichiarazioni riguardanti l’eventuale rivolta del 1979 è incidentale e spontanea (e pertanto credibile), ma si comprende tra le righe che venne deciso subito l’accantonamento del progetto a favore di un’altra linea politica-stragista, quella che abbiamo conosciuto. Nessun complotto organizzato viene da me citato.

Troverà i riscontri di quanto da me affermato nelle citate motivazioni che sono di pubblico dominio.

Infine mi dispiace che Lei abbia intravisto poca onestà intellettuale nel mio testo, e perfino un’espressione squisitamente politica, che è esattamente il contrario di ciò che ho scritto.

Distinti saluti

Giuseppe Di Bella

Anonimo 07 aprile 2010   11:14

La specialità della Nazione siciliana è una chiave di lettura condivisibile, dopo il 1816, dopo il 1946, sempre. Così pure l'egemonia di vecchie e nuove classi parassitarie.

Ciò che convince poco è la lettura manichea della storia: da un lato i gattopardi brutti e cattivi, poi anche mafiosi, dall'altro i tiranni esterni che sarebbero giusti e riformatori.

Non si coglie la sostanziale alleanza che lega questi due soggetti nel tenere soggetta la Nazione siciliana.

I "gattopardi" sette/ottocenteschi avevano per lo meno una dignità di ceto dirigente da vera nazione, capace di porre questa negoziazione ad un livello alto, cosa che gli sciacalletti e i mafiosi del dopoguerra non sono stati in grado di fare. Alcuni dei provvedimenti citati (le "enclosure" degli usi civici) si inserivano in uno sfruttamento capitalistico della terra, tipico di quelle epoche. In questo la Sicilia non fu diversa da altrove. I gattopardi non furono più disumani dei lord inglesi. Ciò che mancò, la modernizzazione, etc. o che fu soltanto carente, fino a determinare l'insorgenza della mafia, fu opera della mancanza di uno stato proprio, avversata ferocemente prima e dopo il 1860, dopo ancor peggio che prima. La mafia si andò ad inserire in questo vuoto e determinò una paralisi di uno sviluppo capitalistico altrimenti normale. Non i gattopardi, ma lo stato dovevano indirizzare questo processo di modernizzazione, come avvenne, prima o poi, anche in Spagna, in Russia o in Grecia. Ma la Sicilia non doveva avere un vero e proprio stato (quello del 1816-1860 e quello post 1946 sono "larve" di stato) e quello esterno subordinava sistematicamente le ragioni dello sviluppo siciliano a quelle "metropolitane", adottando con i baroni il classico "bastone e carota", in cui tutto o rimaneva com'era o cambiava perché nulla cambiasse.

Poi c'è l'occultazione (voluta?) di tutto quel pezzo di popolo, di nazione siciliana, che è stata nazionalista, anche implicitamente, senza essere parassitaria. Dal Rossi (Parlamento del 1812) a Canepa e oltre, passando per i Fasci Siciliani, etc. Era forse colpa loro di essere minoritari in una regione naturalmente conservatrice? Dovevano allearsi con i colonialisti di ogni colore, carnefici non migliori?

Io vedo come specialità siciliana quella di essere sempre (o da molto tempo) una nazione senza stato. Giacchè solo lo stato, e sui tempi lunghi (non scherziamo con le valutazioni di due anni continuativi di governo autonomo che al massimo la Sicilia ha mai potuto avere dalla fine del '700 ad oggi) può dare certi frutti.

In questo lo Stato di Sicilia arrivò all'alba dell'evo contemporaneo non morto, ma anchilosato da quattro secoli di viceregno, che ne avevano mortificato le migliori energie: il popolo oppresso, i nobili che cercavano di sfruttarne i privilegi, i vicerè che facevano interessi esterni,...

Non ci sono (sinora) state le condizioni per uno sviluppo autonomo di questa Nazione, poiché essa attende ancora la sua decolonizzazione.

La Carta Statutaria del 1946 era in questo rivoluzionaria, non reazionaria come vuole la vulgata del PCI (che pure ha contribuito a redigerla). Forse è per questo che non si deve mai parlare a quasi settant'anni di una sua applicazione. E anche le carte ottocentesche avevano una portata eversiva e innovatrice che avrebbe dato certamente i suoi frutti col tempo, a prescindere dalle istanze contingenti che i ceti dominanti di allora potevano avere per sostenere quelle carte.

Gli intellettuali come l'Abate Balsamo o i politici come Ruggero Settimo stavano gettando "semi" che avrebbero avuto bisogno di una serra per germogliare. La parassitaria e arretrata Irlanda cominciò a vedere i frutti dell'indipendenza non meno di 50 anni dopo la sua conquista. Altrimenti oggi sarebbe ancora una "regione a statuto speciale" mezza viva e mezza morta come noi e come l'Ulster.

Massimo Costa

Anonimo 07 aprile 2010   10:07

Gentile Dott. Di Bella,

 

il suo tentativo di barcamenarsi tra una sponda e l'altra cercando di accontentare tutti é alquanto frivolo, oltre che storicamente inattuale.

 

Lei é passato da un resonconto di dati storici difficilmente criticabili nella prima parte che le hanno procurato una certa "autoritá morale" sull'argomento, ad una seconda parte nella quale cerca di approfittarsi di quella autoritá ottenuta per imporre le sue idee politiche francamente scoordinate.

 

In questa seconda parte non vi é uno straccio di dato storico: le sue sono solo ilazioni basate su considerazioni personali. Tutte leggittime, per caritá. 

 

In particolare Lei scorda di citare la sentenza dell'Alta Corte che stabilisce la natura pattizia dello Statuto. In base a quella sentenza nella sua frase: "Lo Statuto, a tratti, appare più il concordato costituzionale tra due Stati che non una normativa che regola i rapporti tra Stato e Regione", il verbo "appare" andrebbe sostituito da un piú deciso "é".

 

La Sua gravissima asserzione secondo cui la mafia avrebbe tentato di rendere la Sicilia indipendente (implicitamente equiparando la voglia di indipendenza dei siciliani alle voglie di un branco di criminali) dovrebbe essere sostanziata da prove come ha fatto per la prima parte. E per prove non intendo le bestialitá propalate dai pentiti teleguidati. Le prove sono documenti chiari e precisi che se veramente si é tentato di organizzare questo colpo di stato, questa dichiarazione d'indipendenza, da qualche parte devono esistere. Perché il colpo di stato non si fa con i pizzini come vuole farci credere il Corriere della Sera.

 

Senza quei documenti Lei non puó dire un bel niente, da storico. Da politico invece puó asserire ció che vuole. Tanto, per quanto vale la parola dei politici oggi in Italia....

Anonimo 06 aprile 2010   22:19

Notevole analisi storico sociale. Molto bello da leggere con tanti angoli da svoltare come una sceneggiatura da film d'azione. Un modo diverso di scrivere degli avvenimenti storici, molto accattivante e stimolante intellettualmente.

Complimenti.

Ricerca Articoli

Ricerca AvanzataI più letti

Le Notizie di SiciliaInformazioni sul tuo sito
Altre notizie