Nei meandri sperduti del web esiste una “televisione monolocale” dal respiro autarchico e a budget zero. È un contenitore d'ironici “non-sense”, libere riflessioni politiche e bizzarre chiacchierate in strada con personaggi della cultura, politici o giornalisti. Gli studi sono del tutto “domestici”, ovvero le stanze di un appartamento, e per le riprese è sufficiente una semplice webcam o una comune videocamera. I contenuti? Tutto quello che passa per la mente al “direttore artistico”: Fulvio Abbate.
Dall'eccentrico estro dello scrittore palermitano nasce Teledurruti (www.teledurruti.it), un anti-canale televisivo che va in onda su internet, ispirato alla memoria di Buenaventura Durruti, il sindacalista anarchico, protagonista della guerra civile spagnola.
L'atipico canale, a dire il vero, esiste dall'ottobre del 1998. Fino alla primavera del 2003 è andato in onda sulle emittenti romane Teleambiente e Teledonna. Ma all'origine di tutto c'è un libro, Teledurruti appunto, in cui Abbate ha descritto le linee guida di ciò che sarebbe diventata la sua televisione.
Adesso, lo scrittore siciliano, “cacciato” prima dall'Unità, poi dal Foglio e dal Riformista e adesso approdato alle pagine del Fatto quotidiano, ha voluto svelare in un nuovo libro, edito da Cooper, tutti i segreti per mettere in piedi una televisione fai-da-te, una riposta semiseria al vuoto di contenuti delle emittenti generaliste. Si tratta del Manuale italiano di sopravvivenza, ovvero “Come fare una televisione monolocale e vivere felici in un paese perduto”.
Per capire meglio in cosa consiste la “televisione monolocale” e quali sono le urgenze ideologiche che ne stanno alla base, abbiamo fatto qualche domanda allo scrittore.
Citando il titolo del suo libro, come si fa a “vivere felici in un paese perduto”?
“Si cerca di limitare il danno. Nel caso specifico di Teledurruti, io credo di avere avuto un'idea straordinaria. Creare una televisione dentro la rete. In questo modo sono riuscito a resistere ai torti che ho subito, anche personalmente. Sono stato cacciato via da tre quotidiani. L'intento era quello di farmi tacere e grazie alla televisione monolocale non ci sono riusciti”.
Un atto di resistenza, quindi.
“Si, assolutamente. Ad esempio, quando Berlusconi ha mandato via Enrico Mentana da Matrix, io senza alcuna ironia ho detto che lo avrei ospitato a Teledurruti. Non ho ricevuto nessuna risposta, sia pure al di là del paradosso. Però poi i tempi mi hanno dato ragione, perché in queste settimane Mentana, è in rete che fa una trasmissione, per arginare le ultime norme assurde sulla par condicio”.
Che consigli darebbe a chi vuole crearsi una televisione “monolocale”?
“Semplice: andare su Youtube, aprirsi un account, imparare a fare i filmati attraverso la webcam, apprendere un minimo di nozioni tecniche e dopo di che divertirsi. È un mondo che ti si apre. Come ho detto nel libro, immaginare di crearsi un proprio studio televisivo, fosse anche grande quanto una scatola. Tutti noi possiamo diventare come Berlusconi, forse meno ricchi, però direttori artistici della nostra esistenza”.
Internet è attualmente il luogo deputato di Teledurruti, ma come vedrebbe un ritorno in televisione?
“La forza della televisione monolocale sta nel fatto che comincia e finisce con te. Nessuno può dire quello che devi fare. In televisione non avrei la stessa libertà, anche se sono convinto che, in uno spazio di quel tipo, Teledurruti potrebbe avere risvolti notevoli. Però, avendone sempre il controllo in prima persona. Mi viene in mente un fatto. Uno scrittore, di cui non voglio fare il nome, nello stesso periodo in cui io creavo Teledurruti, otteneva, per ragioni clientelari, una spazio in televisione, in Rai. La cosa meravigliosa è che Teledurruti si è conquistata un capitolo in un libro sulla storia della televisione locale in Italia, Il mucchio selvaggio, scritto da Giancarlo Dotto e Sandro Piccinini, mentre, di quello scrittore, si ricorderà che è stato piazzato lì dal suo referente politico”.
Lei vive a Roma da quasi trent'anni, perché è andato via da Palermo?
“Sono andato via nel 1983, nel momento peggiore della storia cittadina, in piena guerra di mafia. La città era invivibile ed io ho pensato che, per la mia crescita personale, dovessi andarmene. Di questo sono contento, perché andando via, sono cresciuto. Ho visto qualcosa che, se fossi rimasto lì, non avrei mai scoperto. È abbastanza paradossale pensare, come accade a tanti palermitani, che Palermo sia l'ombelico del mondo. Ogni tanto torno in città, ma mi sento un estraneo”.
Cosa pensa, da siciliano, dell'attuale situazione politica nell'Isola?
“Non ne so nulla, non seguo la politica siciliana. Non so chi sia Lombardo. Quando sono andato via c'erano ancora Lima e Ciancimino. Ho un ricordo di Gianfranco Miccichè solo come giovane rampollo di buona famiglia”.
Riguardo, invece, al “caso” Unità, cosa direbbe oggi al direttore del quotidiano, Concita De Gregorio?
“Veramente lei dovrebbe dire a me per quale motivo mi ha cacciato. Dovrebbe dire la verità, ovvero che ha ricevuto da Walter Veltroni, l'input di cancellare la mia presenza sulle pagine di quel giornale. Lei è stata ospite di Zoro, (il web talk-show di Diego Bianchi, NdR) le prime domande che le sono state fatte hanno riguardato il mio caso. Le sue risposte sono inesistenti: ha detto che io volevo un contratto. Intanto, se così fosse, mi sembra il minimo. Ma la ragione non è questa. Lei, arrivando all'Unità, ha deciso di cacciarmi e il mandante della mia cacciata è Walter Veltroni, il suo sponsor politico, quello che l'ha piazzata lì, ed è meraviglioso che Veltroni sia adesso un cadavere politico e la signora De Gregorio stia lì alla ricerca di nuovi sponsor per poter sopravvivere, e probabilmente li troverà. Questo è il segno della miseria e della mancanza di fantasia della sinistra italiana”.
Lei va a votare?
“No, io non voto più, mi voglio amare, insomma. Ho militato nel Partito Comunista Italiano, ho 53 anni. Adesso chiedano il voto ai loro amici, non a me. Ormai, il mio vero mondo è Teledurruti”.