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All'Atelier sul mare una stanza dedicata ai pupi
Cuticchio: "Lì c'è la mia infanzia"

12 marzo 2010 14:14
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E’ stata la curiosità reciproca a spingere l’uno verso l’altro Mimmo Cuticchio, maestro dell’Opra dei pupi  siciliani e Antonio Presti, ideatore e regista dell’Art Hotel Atelier sul mare, un museo emozionale in cui il visitatore diventa parte integrante della stanza d’arte.
Due mondi opposti, solo in apparenza. Da una parte il grande custode di una tradizione popolare, che  adesso l’Unesco ha elevato a patrimonio dell’Umanità, dall’altro un mecenate che ha chiamato intorno a sé tra i più famosi  artisti contemporanei per  trasformare l’hotel di Castel di Tusa in opera d’arte.
La memoria della tradizione e la sperimentazione dell’avanguardia, anche se a dirla con Cuticchio “è un errore pensare che l’avanguardia non abbia radici”.
Curiosità per la vita e per il mondo, dote di cui nessuno dei due protagonisti di questa storia “cavalleresca” difetta: “Quando Antonio vede un uccello volare vuole conoscerlo – spiega Mimmo Cuticchio, inclinando leggermente la testa dalla chioma austera – E poco importa che questo uccello sia nato in gabbia o in cattività”.

Da quest’incontro di vita e da una lunga gestazione è nata la Stanza dell’Opra, (che sarà inaugurata sabato 20 marzo all'Art Hotel di Castel di Tusa) che vuole raccontare una storia, il percorso di una vita: l’avventura di una famiglia di teatranti partita subito dopo le bombe del ’43 da un piccolo teatrino di Brancaccio e che ha girovagato in lungo e largo, raccontando ogni sera le appassionate vicende dei paladini di Francia.
 


Dopo 10 anni di incubazione l’opera dei Pupi entra in una stanza e diventa un libro da sfogliare.…
“Ho voluto raccontare la mia infanzia piena di avventura e poesia. La difficoltà iniziale è stata come trasferire questa suggestione, questi ricordi in un manufatto. Nella mia testa ci sono centinaia di piazze e teatrini, che ho elaborato come in un computer. Non mi interessava ricostruire  un teatrino antico. Non è un museo, né il simulacro della mia  storia, ma voglio  fare immaginare a chi vuole ascoltare, come viveva una famiglia di pupari, che pur essendo artisti e oggi anche patrimonio dell’umanità, vivevamo da nomadi. La mamma dice noi ci salvammo perché avevo tutti questi bambini e quindi nel paese, dal maresciallo dei carabinieri che doveva dare l’autorizzazione, al prete che metteva la firma finale ci aiutavano. Mio padre, Giacomo, mostrava il libretto Agis dello spettacolo viaggiante, poi andava dal prete per l’ultima parola  e mia madre diceva “Giacomè vegnu puru iu”. Si prendeva due, tre, quattro figli (poi siamo diventati sette) e si presentava come  mamma con questi bambini da sfamare”.
 

Un’infanzia difficile, di grandi sacrifici?
“Si,  ma anche di grande felicità.  C’è chi racconta la guerra, il viaggio con  la valigia di cartone.  Quando tutti partivano per il Nord  in cerca di fortuna la mia famiglia se ne andava in giro per l’entroterra siciliano con il suo teatrino viaggiante. Nei paesi ci fermavamo per tre, quattro mesi. Quando  il prete ci dava l’autorizzazione, assicurandosi che negli spettacoli non c’erano né scandali, né bestemmie,  ci accampavamo in un grande magazzino, molti erano abbandonati negli anni  ’50/’60, per via dell’emigrazione o in una semplice abitazione. E ogni volta i miei genitori ricavavano dietro  il palco lo spazio in cui dormire. Diventava una casa teatro”.
 
E adesso questo percorso rivive nella stanza-teatro?
 
“Esattamente. Voglio raccontare al visitatore la mia storia poetica, ma anche disastrosa, fatta di pulci e fame ma anche di splendide vedute di mare e di antichi paesi. La felicità di  noi bambini che quando salivamo sul palco dimenticavamo la fame e il freddo.  L’ospite della stanza può salire sul  palco e giocare con i pupi, come accadeva a noi bambini. Può anche immaginare di avere un pubblico e se apre la tenda sul corridoio lo spettacolo può avere inizio”.
 
Un sipario che è confine tra la realtà e la  finzione?
 
“Dove c’è la finzione scenica c’era anche la vita vera e questo può sembrare un po’ anomalo. In  realtà quando dico che noi dormivamo anche aldilà,  anche dal lato della finzione,  significa che la nostra vita umana si  mischiava con la finzione. La mattina quando  ci alzavamo che succedeva? Mio padre Giacomo dava gli ordini per tutti:  Mimmo va stuia i pupi, Teresa pigghia sta armatura di Astolfu e va stricala, Anna tu pulizia a Oliviero.  Pina si sfardò  u vistiteddu di Angelica. La mattina la casa teatro diventava  laboratorio,  poi cucina, avevamo la cassa con le pentole  e il  primus. E mentre si lavorava i fasola cuocevano nella pentola”.
 
Nella stanza ci sono gli affreschi realizzati da sua madre Pina Patti, l’omaggio doveroso di un figlio?
 
“Mia madre è stata la mia pittrice di cartelloni favorita per tutta la mia attività, sia per il suo rispetto della tradizione, ma anche per gli elementi innovativi. Mi piaceva  perché usava i colori vivi delle terre nostre con i pigmenti naturali, con le polveri che si impastavano ancora  con la colla di pesce.  Per  questo ho scelto che nella stanza dell’Art hotel entrassero due pittori: Nicolò Rinaldi, detto il Faraone, il più antico e famoso nella prima metà dell’Ottocento, il maestro più bravo nel decoro di scene e cartelli degli opranti  e mia madre che arreda l’interno. Voglio anche ringraziare Sara Garofalo, la ceramista che con grande maestria e sensibilità ha riprodotto su mattoni i cartelloni per arredare il bagno, dove acqua e umidità avrebbero danneggiato le tele”.
 
E’ vero che sua madre è  diventata decoratrice per necessità?
 
“ Lei a parte la mamma,  la moglie, la cassiera, la sarta, con gli anni si trovò un suo ruolo nato dalla disperazione di mio padre, perché morivano i vecchi maestri pittori dei cartelloni e quelli nuovi  non erano capaci. Un giorno mia madre  di nascosto copiò un cartellone antico  e lo propose a mio padre come opera di uno sconosciuto e misterioso artista. Una bugia innocente, poi svelata. Da quel giorno mio padre le fece dipingere centinaia di fondali.  La sua fu un’esigenza nata dal bisogno, ma anche un atto di coraggio. Come disse lei stessa ‘mi tuffavu” … mi sono buttata’ “.
 
I visitatori giocheranno e dormiranno nella Stanza dell’Opra. Ma Mimmo Cuticchio  che rapporto ha con il sonno?
 
“Molto bello. Ho dormito dappertutto da bambino. Sopra le panche, sul tavolaccio del palcoscenico, tra le quinte. E quando mi svegliavo vedevo teloni, teste appese di angeli, diavoli e mostri  appesi ai muri.  E vivendo a contatto con i pupi, nei miei sogni e un po’ anche nella vita, anch’io sono diventato una sorta di paladino errante”.


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