Tanti nomi della cultura, e della letteratura in particolare, portano alto l’orgoglio della Sicilia, terra peculiare per caratteristiche, contraddizioni ma anche grandi ingegni; tra questi spicca non poco la figura di Gesualdo Bufalino, Dino per gli amici, il quale è stato commemorato nei giorni scorsi all’auditorium del Teatro Dante di Palermo, attraverso la proiezione di un film documentario per la regia di Franco Battiato, amico dello scrittore.
Il regista ha firmato con grande entusiasmo questo lavoro sia perché conosceva personalmente lo scrittore sia perché intendeva presentare al grande pubblico anche e soprattutto il lato umano e personale di Bufalino, uomo eccezionale nel vero senso del termine tanto nella vita privata che nelle vesti di scrittore, vessillo di una cultura forse andata ormai irrimediabilmente perduta.
È necessario fare un breve excursus sulla biografia di Bufalino per rintracciare, sin da subito, quella tenacia, quell’attaccamento alle radici e alla letteratura che hanno segnato tutta la sua vita soprattutto negli anni dell’adolescenza e della giovinezza.
Figlio di un fabbro e di una sarta, sin da subito egli mostrò estrema sensibilità e curiosità nei confronti della lettura, divenendo “divoratore” di qualunque scritto gli capitasse tra le mani; scelse la strada degli studi classici conseguendo il diploma a Ragusa e iscrivendosi successivamente alla facoltà di Lettere e Filosofia, interrompendo temporaneamente gli studi a causa della guerra, alla quale partecipò.
Nel 1944 si ammalò di tisi e ci vollero ben due anni per riprendersi del tutto; furono questi gli anni fondamentali per la formazione di Bufalino come scrittore, infatti non smise mai di leggere e consultare testi e forse proprio a questo periodo di riflessione forzata si deve il motivo ispiratore, innestato sulla memoria personale, della sua opera d’esordio ovvero “Diceria dell’untore” (1981), una sorta di biografia nata come diario privato che raccoglieva le sue riflessioni più intime.
Riuscì a concludere gli studi e per molti anni svolse l’attività di insegnante di liceo, coltivando parallelamente la scrittura di racconti, poesia e diari.
Una vita, dunque, caratterizzata dal supporto della letteratura in ogni sua forma e che nel tempo ha agito da grimaldello affinché ‘il professore’ trovasse il coraggio di vestire il ruolo di scrittore, forse temuto proprio per l’estremo rispetto nei confronti di quell’arte che, in più occasioni, si era rivelata compagna fedele e forse spinta alla sopravvivenza.
Nel 1981, a sessantuno anni, per una serie di coincidenze, Gesualdo Bufalino pubblica il primo libro, affermandosi come grande rivelazione e vincendo il Premio Campiello: l’esempio di caparbietà e di totale dedizione di quest’uomo verso un sentire introspettivo, profondo e radicato, resterà da monito nel tempo per le future generazioni.
In effetti lo scrittore, dalle numerose testimonianze raccolte durante l’allestimento del film, appare la stessa persona davanti agli amici, davanti alla macchina per scrivere o durante le interviste.
Gli amici e coloro che hanno avuto la grande opportunità di frequentarlo lo hanno ricordato con grande nostalgia riconoscendogli pregi e difetti propri di una personalità forte e caustica: uomo solitario, vivace, capace di toccanti slanci d’affetto, dal carattere difficile, introverso, critico, spinoso.
Dalle testimonianze, imbastite magistralmente ai frammenti di video-interviste originali dell’epoca, emerge una personalità sfaccettata tendente alla pura verità ed essenza delle cose ma soprattutto delle parole, quelle parole disarmanti nella loro tragica semplicità, scritte o pronunciate che fossero, sempre in grado di colpire, senza risparmiare ferite.
Immagini in bianco e nero ma anche tinte dai colori propri della Sicilia, quei colori e quell’atmosfera che spinsero Bufalino a riflettere sul tema della morte, considerata quasi come un affronto, in questa terra dove il riverbero della luce non può cedere il passo alla tenebre della morte.
Da collante tra le immagini e le parole il regista ha collocato musiche classiche che mai sovrastano o offuscano il protagonista del documentario; degno di particolare nota è il modo in cui Battiato ha deciso di concludere il film oscurando lo schermo e lasciando gli spettatori, quasi al buio, in ascolto di alcune riflessioni di sua madre, raccolte da Bufalino stesso, riguardo il modo in cui conobbe il marito e insieme gli diedero la vita.
Il documentario, sostenuto dall’APQ “Sensi Contemporanei” in unione al programma Quadro stipulato dalla Regione siciliana, dal ministero dello Sviluppo economico e dal ministero delle Attività culturali, verrà presentato prossimamente anche in altre città siciliane come Catania e Comiso, luogo natale dello scrittore.