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Quando un poeta non va dimenticato
Un ricordo di Mario Luzi

di Elio Giunta
28 febbraio 2010 19:44
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Cinque anni fa esattamente come questa notte 28 febbraio-1 marzo, moriva a Firenze il grande poeta Mario Luzi. Qualcuno se n’è ricordato ed altri se ne ricorderanno, rievocando sui giornali il suo valore umano e di artista presente nell’Italia di tutto lo scorso secolo ed oltre. Anche Palermo ha l’obbligo di ricordarlo, giacché è questa la città dove spesso soleva venire da intellettuale ed amico, cercando sempre d’interpretarne l’anima,

esaltarne la ricchezza della sua storia e soprattutto decifrarne le incongruenze culturali e sociali.

 

L’appassionato legame ai luoghi di Palermo e al gruppo degli amici poeti ed artisti che ivi lo onoravano e di cui finì per essere elemento motivante di coesione, lo portarono anche a fare suoi, fatti e tradizioni di questa città fino a trarne episodi di originale ispirazione della sua scrittura. Pochi forse ricordano a Palermo le rappresentazioni dei testi da lui composti per il Teatro Biondo: Il corale della città di Palermo per Santa Rosalia del 1989 e Il fiore del dolore del 2003 ad interpretazione della tragica vicenda di padre Pino Puglisi.

 

Per Palermo dimenticare è facile, figurarsi trattandosi di un poeta, perché d’altronde è una città la cui cultura risente del predominio di uno storicismo atipico, emarginato ed emarginante e in cui appunto la grande esperienza del simbolismo europeo non ha avuto se non scarsa e tardiva penetrazione. Il Gattopardo non ha tutti i torti ove circa la cultura in Sicilia vi si parla più o meno di ritardo di un secolo e di apprezzamento di solo ciò che è morto.

 

Luzi era presenza poetica come funzione attiva, analitica e provocatoria. E non era il poeta del sentimento facile e dell’intimismo soggettivo estraniante, in lui invece operava un’interiorità compromessa con le trame oscure della vita e i drammi inesplicabili che sono al fondo dei mutamenti della storia, perciò la sua parola sapeva di umanità disarmante e accondiscendente. Era un poeta che per questo attraeva. Non so quanto lo fu sinceramente a Palermo.

 

Comunque nel ricordarlo oggi, c’è anche un motivo che suona da severo richiamo nell’attualità. Luzi a Palermo ha avuto più volte occasione di dichiarare e scrivere -lo ricordiamo bene quanti usavamo frequentarlo e ci sono gli atti del Centro Pitrè a documentarlo- che la Letteratura italiana del novecento senza la Sicilia con i suoi scrittori, sarebbe stata povera e insignificante; ma soleva accentuare il valore di quell’aggettivo italiana. Sicché se accadeva di parlare di insularità, di emarginazione della Sicilia, di diatriba incombente tra nord e sud, si alterava vistosamente. Non erano concepibili per lui due Italie, ma solo regioni di un unico paese che aveva avuto la necessità di unione nella unità della lingua.

 

Per lui il Risorgimento venne da una necessità sostanzialmente culturale, con al centro debitamente la sua Toscana, del suo Dante, per cui la dignità di nazione che si era raggiunta era per lui indiscutibile, se ne sentiva custode. Ora si sente la mancanza di questo tipo di poeti che siano anche intellettuali come espressione dell’identità culturale di un paese nella sua interezza. E la si sente anche in questa Palermo di cui Luzi cantò presago “lo splendido torpore /fitto di crude operazioni…”. La si sente con nostalgia.

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