Quando un uomo può dirsi un vero uomo? Questo l’interrogativo che si pone Vito Mancuso nel suo ultimo saggio, “La vita autentica” (Raffaele Cortina, 171 pagine). La risposta a cui perviene l’autore giunge dopo una serie di riflessioni profonde e articolate che, per la chiarezza con cui sono esposte, coinvolgono i lettori anche non esperti in temi filosofici o teologici. Essa può così riassumersi: il vero uomo è chi rimane fedele a se stesso,
Una risposta questa, frutto di ragionamenti mai gratuitamente assertivi e sempre illuminati dal confronto con filosofi e teologi di diverse posizioni, che può apparire, a ben riflettere, severa.
Quanti sono gli uomini che riescono a non tradire il proprio intimo sentire e che, resistendo alle lusinghe delle prospettive di una più facile affermazione, non abbracciano fedi o convinzioni politiche che gli sono estranei? Pochi, davvero pochi. La vita quotidiana e la Storia stessa ci offrono moltissimi esempi di persone che conquistano la notorietà, o anche una posizione che dà sicurezza o prestigio, rinnegando se stessi. Politici voltagabbana (Dio ci aiuti a contarli…), uomini di fede che calpestano gli insegnamenti evangelici, opportunisti e arrampicatori sociali disposti a tutto. Così come non sono affatto molte quelle esistenze tese al bene e al giusto: prevalgono, piuttosto, quelle indifferenti, al di là di proclami ipocriti, a tali valori.
Vito Mancuso è un teologo dalle lungimiranti vedute che superano posizioni preconcette e retrograde. Nato in Brianza da genitori siciliani, insegna Teologia moderna e contemporanea all’Università San Raffaele di Milano, è editorialista di Repubblica su questioni etiche e ha pubblicato più di un volume di successo: “L’anima e il suo destino” (2007), tradotto in varie lingue, è stato un bestseller imprevisto se si considera lo spessore degli argomenti trattati, come pure assai apprezzato dal pubblico è stato “Disputa su Dio e dintorni” (2009), scritto a quattro mani con Corrado Augias.
Sorge spontaneo chiedersi come mai un teologo si impone in un mondo editoriale, quale il nostro, dove dominano gli accattivanti e corrivi richiami di tutto ciò che fa sensazione, il più delle volte a discapito dell’onestà intellettuale e del buon gusto? Sono forse i suoi saggi superficiali dispense che diffondono verità consolatorie e conformiste? Nient’affatto: i suoi libri affrontano temi esistenziali col rigore di un metodo fondato sul dubbio e sulla dialettica, non offrono scorciatoie nella soluzione dei problemi su cui indagano, né pretendono di svelare verità assolute.
Perché Mancuso sta diventando un punto di riferimento (uno dei pochi, purtroppo) per tanti di noi? Semplice: in una società abbagliata e offuscata dal luccichio di miti effimeri e vacui (oggi il sogno di tantissime ragazze è fare le veline, costi quel che costi, e molti percorrono la strada di un agevole successo da raggiungere tramite sgambetti e compromessi), il richiamo dei veri valori, non solo declamati ma da affermare nella quotidianità con i sacrifici che ciò comporta, è avvertito in chi (non pochi, malgrado tutto) vive con disagio lo smarrimento etico dei nostri giorni.
Ecco perché Mancuso, rara avis tra tanti orecchianti travestiti da uomini di cultura, conquista credenti e laici: i suoi messaggi che esaltano l’eticità dei comportamenti giungono a destinazione e colpiscono, in quanto si colgono, con immediatezza, la sincera passione e l’onesto travaglio intellettuale che li animano.