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Burri e Fontana, "Materia e Spazio"
Due "titani" del Novecento in mostra a Catania

di Rosa Guttilla
26 novembre 2009 13:00
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Sempre più energie vengono operativamente profuse in progetti riguardanti l'arte contemporanea che mirino a individuare la Sicilia come punto di riferimento non solamente nazionale ma anche internazionale. Enti propri della Regione , così come realtà pubbliche e private, hanno fatto propria questa filosofia, condividendo capacità e progettualità al solo scopo di essere in tempo sull’onda della cultura artistica, in continua evoluzione.

 

Sulla scia di quest’intenzione si collocano le iniziative della Fondazione Puglisi Cosentino che, dopo la mostra inaugurale dedicata alle “Costanti del classico nell’arte del XX e XXI secolo”, ancora una volta è riuscita a coordinare grandi artisti di fama mondiale, offrendo al pubblico un concreto contributo culturale.

 

A cura di Bruno Corà, presso i locali dello storico Palazzo Valle a Catania, fino al 16 maggio, i visitatori potranno confrontarsi con due veri e propri titani dell’arte contemporanea: Alberto Burri e Lucio Fontana. La mostra, dal titolo esemplificativo “Materia e Spazio”, realizzata grazie alle sinergie della fondazione Puglisi Cosentino con le rispettive fondazioni Burri e Fontana, mira a porre ciascun visitatore davanti ad un’accurata selezione di opere dei due artisti, ripercorrendo quell’arco temporale in cui entrambi furono profondamente impegnati ad affermare le loro distinte e personalissime poetiche.  

 

Fermo restando che il contributo che questi uomini hanno donato all’intera umanità sia indiscusso, nonostante  per lungo periodo furono tra gli artisti più criticati per l’astrusità delle loro produzioni, è parso doveroso e assolutamente interessante rintracciare i nuclei fondamentali della loro attività artistica: “invenzioni formali distanti l’una dall’altra, collegate però da alcuni elementi di frattura delle composizioni, in una comune visione di interrelazione tra materia e spazio.

 

Come poi la visione rivoluzionaria si associ, in entrambi, a un esito di eleganza, non come superficiale piacevolezza, ma come qualità di ciò che è eletto, è l’altro segno d’eccellenza della concordia discors di cui si nutre ciascuna delle due poetiche”. Ma perché proprio questi due artisti a confronto? Perché il loro modo di fare arte è apparso come un faro di luce, un solido punto di riferimento in un contesto culturale ed etico certamente incerto e relativamente autonomo dal punto di vista politico ed economico; più delle istituzioni hanno rappresentato il nostro paese, negli anni più cupi e ostili del dopoguerra, presso la comunità internazionale, compiendo il gesto di rottura e di conseguente innovazione necessario a convalidare tanto il passato quanto l’indispensabile sentimento di apertura al futuro.

 

Entrando nei locali che ospitano l’intera mostra subito si trovano a confronto le biografie dei due artisti, nelle quali straordinarie somiglianze di esperienze e percorsi di vita saltano all’occhio, eventi che inevitabilmente ne hanno segnato la vita profondamente; esempio concreto la partecipazione alla guerra e la conseguente scelta di cambiare professione preferendo il campo dell’arte. “Le parole non significano niente per me, esse parlano intorno alla pittura. Ciò che voglio esprimere appare nella pittura”.

 

Così Alberto Burri definiva il mezzo espressivo per lui più efficace, veicolo di rigenerazione oggettiva conseguente alle tragedie delle guerra; infatti dopo l’esperienza della prigionia sentimenti di sdegno misti ad orgoglio maturarono in lui l’urgenza dell’azzeramento di ogni codice, già carico di significati e di storia, giunto ormai allo svilimento.

 

Da qui l’esigenza di rendere la propria pittura non solo figurativa ma “emblematica”, spettacolo di sé stessa da porgere all’osservazione dello spettatore, al quale si richiede attiva partecipazione; da questo momento in poi dalla produzione delle “Muffe” e dei “Catrami”, fino a giungere più tardi ai “Sacchi”e ai “Gobbi”, si può ben dire che inizi il percorso drammaturgico delle opere d’arte di Burri.

 

In effetti trovarsi davanti all’opera “Sacco, 1952” genera un profondo senso di curiosità verso qualcosa di ignoto ma profondamente attraente; apparentemente un semplice pezzo di tela misto a olio e vinavil ma con una potenza evocativa disarmante; è come se su quella tela risiedesse tutto il vissuto emotivo del periodo bellico, il travaglio della rinascita consapevole e al tempo stesso l’affermazione alla nuova vita.

 

Questo sentimento di imposizione, di affermazione nei confronti della vita emerge anche da altre opere altrettanto incisive: “Rosso Plastica, 1962”, dove la combustione incontrollabile della plastica su cellotex crea uno squarcio nel quale lo spettatore può proiettare tutto il proprio personalissimo mondo; così come nella serie “Nero e Oro, 1993”, composta da numerose serigrafie, il contrasto tra le forme più o meno rigide, il dualismo cromatico, opposto per certi versi, tra il nero e l’oro scintillante richiama inderogabilmente l’attenzione attiva del visitatore, conferendo una indiscussa anima teatrale a ciascuna opera.

 

Parallelamente anche Lucio Fontana segue un percorso simile, evocando la necessità di rifarsi alle prime esperienze artistiche preistoriche per poi attuare quel processo di trasformazione, traendo spunto dalle evoluzioni sociali e culturali. Da queste considerazioni prende origine la lavorazione della terracotta, orientata sempre verso le forme naturali, ritenendo la terracotta il nuovo mezzo espressivo a lui più congeniale.

 

A partire dagli anni ’50 Fontana sposterà la sua attenzione su alcuni concetti fondamentali quali i “Concetti Spaziali”, detti buchi, e “Attese”, comunemente definiti tagli. Per comprendere la spinta creativa di un grande artista come Lucio Fontana bisogna calarsi profondamente nella sua concezione di pittura; egli stesso ha dichiarato più  volte che “la pittura sta tutta nell’idea, per cui risulterebbe riduttivo chiamare le proprie opere quadri, di conseguenza tutta la sua produzione artistica non sarebbe altro che una riflessione sui suoi due concetti fondamentali ossia il buco e il taglio”.

 

Il suo squarciare la tela non è solamente un’azione eversiva ma la concreta proposizione di un innovativo punto di vista: “in un periodo in cui tutti parlano dei piani, il mio gesto radicale di rompere lo spazio del quadro vuol dire siamo liberi di fare quello che vogliamo; lo spazio del quadro non si può racchiuderlo nei limiti della tela ma va esteso a tutto l’ambiente” (1946).

 

Il bucare la tela, quindi, presuppone una ricerca oltre la materia, una curiosità in continuo movimento, la scoperta di una nuova dimensione: l’infinito. Trovarsi di fronte ad un’opera d’arte composta da una tela tagliata potrebbe far sorridere e facilmente verrebbe da dire che non ci vuole nulla a fare due tagli, la realtà è ben più articolata: per fare anche solo dei tagli carichi di un tale significato ci vuole certamente precisione e un talento non comune. Semplice, lineare, una tela bianca delle dimensioni di 146 x 114 cm, con tre simboliche “ferite” che proiettano al di là della visione: così è composta l’opera “Concetto Spaziale. Attese. 1966”.

 

Analizzate a grandi linee le tematiche sostenute da queste due titani dell’arte la mostra risulta un ottimo mezzo di fruizione e conoscenza per un pubblico di non addetti ai lavori, un’opportunità soprattutto per i giovani di porsi davanti ad opere che rappresentano reali tasselli dell’evoluzione storico-culturale della nostra nazione.

© Riproduzione riservata
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Anonimo 27 novembre 2009   09:46

Preg.ma Rosa Guttilla

Ho letto il "pezzo". L'analisi che fai dei due artisti avrebbe meritato un approfondimento maggiore ma quello che hai scritto da l'idea, sopratutto a me che ho visto la mostra, che sei riuscita a cogliere l'aspetto shock che la mostra stessa ha sui visitatori.  Desidero citarti una frase scritta di Jean Dubuffet nel saggio: Prospectus et tous écrit suivant Parigi 1967.

Provo il bisogno che un’opera d’arte si ammanti di sorpresa, che assuma un aspetto che non si è mai visto, che disorienti molto e trasporti in un dominio assolutamente imprevisto”.

Per me, che ho sempre amato questi due artisti in egual misura, perchè ho creduto sempre alla loro lealtà e onestà intellettuale nei confronti dell'arte, rimangono tra i pochi artisti che hanno saputo "disorientarmi".

Cordialmente

Francesco Scorsone 

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