Quando mi accingo a scrivere di artisti che in qualche modo hanno scritto pagine importanti della storia dell’arte contemporanea europea e oltre, non nascondo che lo faccio sempre con quel rispetto che è dovuto a chi fa il “mestiere” dell’artista. Quando scrivo “mestiere” intendo dire che lo fa con spirito di dedizione totale all’arte, con la conoscenza dell’arte e di chi fa arte.
In Nicolò D’Alessandro tutto ciò è contemplato nel suo lavoro. Nulla è lasciato al caso, il suo “lavoro” di artista a tutto tondo ed in particolare di grafico ne fanno un personaggio apparentemente introverso, chiuso a intessere trame complesse, articolate ed elaborate. Non è così. Chi ha la fortuna di incontrarlo non può non ricredersi. Nicolò D’Alessandro non teme la parola, assieme alla sua “forbita” mano accompagna un linguaggio altrettanto forbito e una conoscenza approfondita dei fatti dell’arte, specie quanto è riferita alla non comune cosa comune.
Sa tutto di tutti. Qualche tempo fa ebbi a chiedergli di scrivere un testo per una mostra sui critici d’arte operanti a Palermo. Scrisse un testo senza tralasciare nessun tipo di evento che avesse rilievo, accaduto negli ultimi cinquant’anni di pittura palermitana. Bene farebbero i critici d’arte emergenti a fare tesoro di questo testo. Più volte ho sostenuto che per scrivere la storia di qualcuno bisogna che conosca la storia del “mondo” che ha abitato.
Purtroppo la società in cui viviamo brucia tutto nel proprio camino con estrema velocità senza curarsi se il legno è di ulivo o di fico. Guai a indugiare si perderebbe la maniglia del treno che passa. Per Nicolò produrre (dalla presentazione di una mostra al disegno alle incisione etc.) ha un effetto placebo, significa tornare a una nuova vita. Dopo l’incendio della sua casa, si è buttato a capo fitto sul lavoro tornando ad assaporarne il piacere dedicandosi a ciò che è la sua passione principe.
Di lui hanno scritto un po’ tutti, critici e letterati e diventa per me particolarmente difficile (da articolista quale sono) affrontare il difficile ruolo di chi scrive di un artista il cui confronto e i riferimenti ai padri illustri della storia quali: Bosch, Durer, Escher, Dorè etc., ne hanno fatto un’icona contemporanea. La sua “penna” è graffiante in qualche caso ossessiva. I suoi ultimo lavori nati dopo il kaos di Via Tripoli hanno una sorta di strana e nuova vitalità. Per la prima volta il foglio su cui stende il suo tratto segnico è colorato. Il pigmento usato è il giallo come l’oro dei gioielli. Colore che è luce e potenza al tempo stesso. Il corredo funebre dei faraoni, dei re e dei dignitari spesso era d’oro; celeste come il colore tanto caro agli ebrei, considerato parte dominante dell’universo, colore peraltro presente sia nel vecchio che nel nuovo testamento esso stava ad indicare il supremo.
Celeste è anche il manto della Madonna che avvolge in uno straordinario abbraccio l’umanità con le sue sofferenze; e poi c’è il colore del rame, simbolo della scoperta primigenia dell’uomo. Primo metallo conosciuto che ha la proprietà di fondersi con altri metalli formando delle leghe molto resistenti. In sintesi sono lo specchio della caparbietà del nostro artista. Sono colori che indicano aspetti della sua personalità. Nicolò D’Alessandro infatti comunica e si esprime con particolare facilità. È disponibile al dialogo e la sua vita artistica è intensa. È una persona molto convincente e desidera non essere mai sottovalutato.
Questi nuovi lavori inediti, presentati per la prima volta in questa mostra ci raccontano trame complesse di un linguaggio che poteva essere e che non è stato. Che potrà essere e che forse non sarà mai. Di un divertimento segnico, di una frenetica necessità di proiettarsi verso nuove forme di scrittura. Del rifiuto (alla maniera di Isgrò) della forma della parola, dei suoi ideogrammi e finanche delle sue lettere. Beninteso esempi di scrittura criptica ve ne sono parecchi ma questa di D’Alessandro ha una sua armonia lessicale sembra in concreto di poterla leggere, basterà avvicinarsi un po’, metterla a fuoco come si fa con gli stereogrammi, ma per far ciò è necessario porsi in una condizione di estrema serenità e competenza. Bisognerà dare all’occhio una informazione “truccata” per potere vedere e capire. Affinché tutto ciò possa accadere è necessario “allenarsi” molto.
Ma è la mostra nel suo complesso che è molto convincente, forse un po’ ridondante e mi distrae in qualche modo. Sono infatti troppe le cose che meriterebbero una particolare attenzione, come le prime citate icone; splendida quella dei dottori della chiesa Cosma e Damiano, i suoi emakimono, i primi sono nati nel 1995 e in questa mostra di villa Cattolica assumono il ruolo di veri e propri spartiacque nel mondo creativo di D’Alessandro. Essi alla stregua delle già citate icone, rappresentano il nuovo il diverso guardano alla cultura giapponese e forse anche a quella americana. Un filo spinato corre lungo la sua “Torre di Babele”, l’avvolge, ne lascia il segno, lo percorro come a cercare tracce di sangue, non le trovo. E' stata solo una mia impressione.
E ancora: “Il disegno più lungo del mondo”, “Don Chisciotte” e tantissimo altro. La mostra del Museo Guttuso è una mostra che merita una visita nel tentativo di assaporare il senso del lavoro di Nicolò, il quale come ogni lavoratore antepone a tutto, il rigore della “forma” e l’onestà intellettuale.
La mostra è visitabile fino al 31 ottobre 2010 tutti i giorni feriali e festivi, lunedì escluso, dalla 9.30-14.00 e dalle 15.00 alle 19.30. Villa Cattolica, Museo Guttuso via Rammacca, 9 (SS 113) 90011 Bagheria PA.