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Mafia. Perplesso il giudice che lavorò con Falcone e Borsellino
"Ciancimino? Mischia cose vere e cose false"

08 febbraio 2010 18:29
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"Massimo Ciancimino? mi convince e non mi convince, mischia cose vere e cose false". Per questo sulle sue dichiarazioni occorreranno "riscontri esterni, come chiede un'ormai consolidata giurisprudenza". Giuseppe Di Lello é stato per tanti anni giudice istruttore a Palermo, accanto a Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Leonardo Guarnotta in quel pool antimafia creato e voluto da Antonino Caponnetto.

 

E con i colleghi di allora mise in piedi il primo

maxi processo a Cosa Nostra. Un'esperienza unica e che oggi lo rende "perplesso" per lo meno su alcune delle deposizioni che sta rendendo il figlio dell'ex sindaco di Palermo e deciso nell'escludere la necessità di un intervento legislativo per evitare anche da parte di chi come Ciancimino non è un pentito, dichiarazioni a rate e abusi: "Le regole sulle prove sono pericolose, tutto va lasciato al libero apprezzamento del giudice", dice senza ombra di dubbio.

 

"Per i collaboratori di giustizia una regolamentazione c'é: devono dire quello che sanno entro un periodo determinato di tempo o per lo meno fare una sorta di indice di quello che riferiranno. Per casi, come quello di Ciancimino, invece non c'é niente del genere - spiega Di Lello, che dopo aver lasciato la magistratura è stato consulente dell'Antimafia, europarlamentare e senatore con Rifondazione Comunista -. Ma c'é abbastanza giurisprudenza che dice che queste dichiarazioni di per sé non hanno valore, vanno riscontrate; che insomma bisogna procedere con i piedi di piombo". Una prudenza più che necessaria nel caso di Massimo Ciancimino: "Sta facendo parlare un morto, suo padre.

 

E i morti non sono attendibili. Se non si cercassero riscontri esterni, sarebbe troppo facile. Inoltre Ciancimino parla di cose che risalgono a quando era piccolissimo e che gli avrebbe riferito suo padre. Mi pare strano che lui ne sia venuto a conoscenza". E se gli si chiede di spiegare quali sono le affermazioni di Ciancimino che puzzano di falso, Di Lello risponde con un esempio: "Racconta che il padre fosse dispiaciuto del sacco di Palermo, proprio lui che è stato tra i distruttori della città. Che ora il primo sindaco della mafia debba parlare per bocca del figlio non può che lasciarmi perplesso".

© Riproduzione riservata
Fonte: ansa
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Anonimo 09 febbraio 2010   09:37

 Deposizione del pentito Spatuzza: la mafia voleva liberarsi dei socialisti che non erano stati ai patti;

deposizione Ciancimino: nella trattativa tra mafia e stato è stato richiesto a Berlusconi di mettere a disposizione la Televisione.

Dati di fatto: la televisione e la stampa (anche quella di Berlusconi) alimentò la campagna giustizialista che fece crollare il sistema dei partiti della prima repubblica. Dal crollo della prima repubblica è uscito un sistema bipolare quale quello auspicato dal "piano di rinascita democratica" della P2 (cui Berlusconi era iscritto). Berlusconi è stato il principale beneficiario di tale "rivoluzione" nel consolidare il suo potere economico-mediatico-politico. 

Anonimo 09 febbraio 2010   09:28

 Giusto: occorrono riscontri alle affermazioni di Ciancimino.

Pertanto lasciamo lavorare i giudici e non formuliamo giudizi preventivi, ad esempio escludendo a priori che tali riscontri possano esistere. Le lettere esibite con una esame calligrafico potrebbero essere una prova.

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