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Giustizia allo sfascio, dilettanti allo sbaraglio. Norma della "ex Cirielli" azzera processi di mafia. Come porre riparo allo tsunami giudiziario?

05 febbraio 2010 19:07

Giustizia allo sfascio, dilettanti allo sbaraglio. Una sentenza della Corte di cassazione rischia di paralizzare i processi di mafia. Conseguenze di una gravità inaudita, che arrivano insieme allo tsunami parlamentare – legittimo impedimento, processo breve ecc – ed ai processi di Palermo, Mori e Dell’Utri. Nel primo, a carico dell’ex ufficiale dei carabinieri, il dibattimento si occupa di Dell’Utri, per via delle rivelazioni di Massimo Ciancimino, nel secondo il dibattimento assegna rilievo al ruolo di Ciancimino, Mori ed altri. A parti invertite, insomma.

Ma si tratta di problemi marginali rispetto a ciò che potrebbe succedere con la sentenza dell’Alta Corte. La mazzata mortale può venire proprio dalla sentenza della Cassazione, la quale si limita a prendere atto dei rilievi fatti in sede processuale dalle parti. A causa di una norma "ex Cirielli", alcuni reati di mafia prevedono pene fino a trenta anni di reclusione, la qualcosa fa emigrare i processi dai tribunali alle corti d’assise che ha competenze per i reati puniti con l'ergastolo o la reclusione non inferiore ai 24 anni. Prevedibile dunque l'azzeramento di tutti i processi di mafia, anche quelli già chiusi con sentenze che non siano ancora definitive.

Come sia stato possibile non prevedere questa conseguenza è un mistero, tanto che c’è chi ritiene che possa essere stato perfino calcolato. Insomma uno tsunami studiato a tavolino, la qualcosa invero ci pare troppo.

Ma torniamo alla “scintilla” che ha fatto scoppiare l’incendio, La sentenza è stata emessa dalla prima sezione penale della Suprema Corte il 21 gennaio scorso, riguarda un processo celebrato a Catania (contro Attilio Amante e altri otto imputati), in cui si erano dichiarati incompetenti sia il Tribunale, con un'ordinanza del 7 maggio 2009, che la Corte d'assise, con un'altra ordinanza, datata 12 ottobre. Due settimane fa la Suprema Corte ha stabilito che competente a giudicare è la Corte d'assise.

Ma la cosa strana è che la sentenza è passata sotto silenzio. Tutti erano occupati con il processo breve, il legittimo impedimento, il Lodo Alfano e dintorni. Parlamento governo impegnati nell’operazione di salvataggio del Premier. Anche i magistrati sono stati colti di sorpresa, solo ora sta suscitando dubbi e perplessità negli uffici giudiziari,  perché importanti processi per mafia che rischiano di ricominciare da zero.

Nei giorni scorsi a Palermo la questione era stata sollevata d'ufficio dalla quarta sezione del Tribunale (la stessa davanti alla quale sta deponendo, in questi giorni, Massimo Ciancimino); oggi è stato rinviato un altro dibattimento, su richiesta congiunta del pm Caterina Malagoli e dei difensori, anche a Termini Imerese. La questione, sollevata da numerosi Pm, sarà affrontata lunedì 15 febbraio dalla Direzione distrettuale antimafia di Palermo, presieduta da Francesco Messineo.

Paradossale il fatto che a creare l'emergenza sia stata una norma antimafia: se agli imputati di associazione mafiosa vengono infatti contestate talune aggravanti - ad esempio essere stati "capi e promotori", di avere agito con un'associazione armata e di avere reimpiegato in iniziative economiche i proventi di attività criminali - la pena lievita anche fino a 30 anni e dunque scatta la competenza della Corte d'assise.

Questo vuol dire che, anche con effetto retroattivo, i giudizi già celebrati in Tribunale o in Corte d'appello sono potenzialmente nulli. Proprio la settimana scorsa i boss Salvatore e Sandro Lo Piccolo hanno avuto 30 anni in uno dei dibattimenti del filone "Addiopizzo". E due settimane fa la stessa sorte, in appello, era toccata ai boss Nino Rotolo (condannato a 29 anni) e Franco Bonura (23). Nel processo rinviato dal tribunale di Palermo sono imputati i fratelli Nino, Aldo, Salvo e Giuseppe Madonia. A Termini, in una tranche del "Perseo", Giusto Arnone, Alessandro Capizzi, Giuseppe Ciancimino, Giuseppe La Rosa. Con l'operazione Perseo i carabinieri di Palermo avevano bloccato il tentativo di ricostituire la commissione di Cosa Nostra. 

Un ddl diretto ad assegnare la competenza dei reati di associazione mafiosa era stato ritirato, nel 2009, per la protesta dei pm antimafia. Ora il rischio di far saltare tutti i processi e di vedere i boss tornare liberi per decorrenza dei termini è altissimo. E in futuro, l'eventuale assegnazione alla Corte d'assise presenta il rischio di ingolfamento ulteriore per una giustizia già lenta. Oltre al fatto di far giudicare reati come quelli di mafia da una maggioranza di giudici popolari, che non sono tecnici e che, soprattutto, in realtà come quelle meridionali, potrebbero essere condizionati e intimiditi. 

"C'é un buco nella legge, c'é un problema normativo: serve una correzione". Questo trapela dalla Cassazione a proposito del dispositivo emesso lo scorso 21 gennaio - nel processo 'Amante' - che sposterebbe la competenza dei reati di mafia dai tribunali alle Corti di Assise con il rischio di azzerare molti procedimenti in corso. Nulla di più viene aggiunto, dal momento che le motivazioni della sentenza non sono ancora state depositate e che non è stata redatta alcuna massima di diritto, nemmeno a livello provvisorio. Quel che è certo è che si tratta, appunto, di un effetto dovuto ad una "imperfezione normativa" e, dunque, in grado di riverberarsi non solo sul processo 'Amante' ma su un gran numero di altri procedimenti per mafia.